Piombino «tradita» da Rebrab
Il governo vorrebbe l’uscita soft
in attesa di Jindal e British Steel

PIOMBINO

NIENTE. NESSUN nuovo forno elettrico, acciaieria e treni di laminazione. Il progetto di Issad Rebrab a due anni dalla presentazione, e dalla firma dell’accordo al ministero dello Sviluppo Economico, non ha prodotto un grammo di acciaio, ma solo carta. L’idea, ambiziosa, di fare di Piombino la «Stella del Mediterraneo» con una acciaieria elettrica ecologica, impianti agroalimentari e un hub per la logistica sul porto, con un maxi investimento di tre tranche, da 450 milioni cadauna, è rimasta solo un’idea e niente più. Il gruppo algerino Cevital non è riuscito a mettere in pratica i suoi buoni propositi. In realtà, una sola promessa di Rebrab è stata mantenuta: la riassunzione di tutti i 2068 dipendenti della ex Lucchini. La fabbrica ha continuato a lavorare dopo lo spegnimento dell’altoforno e il blocco dell’area a caldo, con i laminatoi ancora attivi, sfornando rotaie e vergella e facendo leva sul contratto di solidarietà. Ma poi sono arrivati anche i problemi per la fornitura dei blumi e altri semiprodotti che servono ad alimentare i laminatoi e non sono stati rispettati gli impegni nemmeno del successivo accordo del 30 giugno scorso al ministero (l’addendum all’intesa del 2015).

PER CUI alla fine il ministro Carlo Calenda ha scritto una lettera di messa in mora ad Aferpi (Acciaierie e ferriere di Piombino, la controllata di Cevital) decidendo una prima penale di 500 mila euro e fissando la data ultima del 31 ottobre 2017 per l’individuazione di un nuovo partner siderurgico. Su Piombino infatti ci sono interessi di diversi gruppi tra i quali Jindal e British Steel. Il governo vuole favorire un’uscita morbida di Rebrab per evitare lunghi contenziosi e riavviare la produzione nello stabilimento in modo da salvaguardare i posti di lavoro e le conoscenze tecniche: Piombino infatti è uno dei pochi siti industriali europei capace di produrre rotaie lunghe fino a 108 metri (rispetto ai normali 16 o 32) che consentono risparmi nel montaggio e maggiori prestazioni per le linee ad alta velocità. Quindi è anche uno stabilimento strategico per l’Italia. In particolare ci sono contatti avviati con Sajjan Jindal. E si parla già di un nuovo piano da 400 milioni. Jindal avrebbe idea di far ripartire il vecchio altoforno con un rifacimento sostanziale (120milioni di investimento, 12-18 mesi per i lavori, il modo più veloce per tornare a produrre acciaio), con maggiori garanzie ambientali. Un impianto «verde» con carbonili coperti e nastri trasportatori scatolati e soprattutto senza cokeria, il reparto più inquinante. Il coke arriverebbe a Piombino via mare con navi Panama (il fondale del porto a -20 permette l’impiego di questi colossi), insieme al minerale già in pellet in modo da evitare la dispersione di polveri. Ma anche questo, per ora, è solo un progetto. Intanto i lavoratori hanno ammortizzatori sociali solo fino a tutto il 2018. Dopo, se non ci sarà una vera svolta, il buio per duemila famiglie e tutta una città.

Maila Papi

 

FEDERACCIAI

Gozzi lancia la sfida

«L’Ilva è la priorità

Sei mesi di tempo per risanare i conti»

MILANO

PER L’ITALIA dell’acciaio torna il sereno all’orizzonte. Almeno stando alle previsioni del presidente dell’associazione di categoria, Federacciai, Antonio Gozzi, il patron del gruppo siderurgico Duferco. Le stime sono di una produzione in aumento dell’1,6%-1,7%. «Il Pil italiano è indicato in rialzo dell’1,5% – ha dichiarato il manager qualche giorno fa, in occasione dell’assemblea della federazione confindustriale –. Fino a luglio-agosto la produzione di acciaio ha fatto leggermente meglio, salendo dell’1,7-1,8%. A fine anno dovrebbe mantenere gli stessi livelli di crescita». Il trend al rialzo è merito dell’industria dell’automobile e della meccanica, mentre non è pervenuta l’edilizia, tanto che Gozzi ha sottolineato che a Federacciai non dispiacerebbe l’istituzione di obbligazioni europee per sostenere la costruzione di infrastrutture. Il combinato disposto di Jobs Act e Industria 4.0 hanno favorito la ripresa del settore. «La siderurgia italiana sta vivendo una fase di ripresa della crescita – dice Gozzi–. Tale fase è conseguenza della positiva congiuntura internazionale e dell’impegno dei nostri imprenditori, ma anche di alcuni provvedimenti del Governo che vanno nella direzione giusta». In particolare gli industriali guardano ai fondi di industria 4.0. SECONDO i dati del bilancio dell’associazione, nei primi cinque mesi dell’anno il fatturato del comparto è cresciuto in media del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche i comparti della prima trasformazione hanno registrato andamenti positivi nell’ultimo mese, tanto da aver accumulato nei primi cinque mesi dell’anno aumenti medi del 20% per i tubi e profilati e del 17% per gli altri prodotti. Restano le partite delle grandi acciaierie. Come l’Ilva. «Auspico che alla fine del mio mandato, nel marzo 2018, l’Ilva sarà una società a posto», ha detto Gozzi, che è diventato il numero uno della siderurgia italiana nel 2012, quando scoppiava la bolla dell’impianto di Taranto. L’Ilva, ha ricordato Gozzi, «ci ha visto impegnati in una battaglia di principio a difesa del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, di un asset strategico per l’economia italiana e per tutta l’industria della trasformazione del metallo che è una delle grandi eccellenze della manifattura del Paese. Una battaglia di principio a difesa della proprietà privata, contro i commissariamenti fuori dall’ordinamento, a difesa di una grande famiglia imprenditoriale come i Riva».

Luca Zorloni