Leonardo punta sullo scudo digitale
«Solo la prevenzione salva le aziende»

ROMA

«LA VERA SFIDA si gioca sulla prevenzione». E, dunque, intelligence e investimenti delle singole aziende. Andrea Biraghi, managing director della divisione Sistemi per la sicurezza e le informazioni di Leonardo, sintetizza così la sfida delle sfide: «Non ci sono alternative alla digitalizzazione, ma ogni punto di connessione è un potenziale varco per un attacco hacker». In fatto dicyber security Leonardo è all’avanguardia, fornisce sistemi di sicurezza sia al mondo della Difesa sia al mercato civile su tutta la filiera: dall’analisi del rischio, alla progettazione e implementazione dell’architettura di sicurezza, fino alla gestione degli incidenti e al ripristino della funzionalità in caso di attacco. Dentro e fuori dai confini italiani, in primis il progetto perla rete di protezione cyber della Nato che garantisce la sicurezza delle informazioni e delle comunicazioni in oltre 70 siti dell’Alleanza Atlantica. Tutte attività che vengono realizzate grazie alle sofisticate infrastrutture dell’azienda, tra cui spicca il centro di eccellenza per la cyber security di Chieti che ospita il Supercalcolatore high performer computer.

Industria 4.0 è un’opportunità per migliorare la competitività delle imprese ma può introdurre grosse vulnerabilità.

«Le imprese non hanno alternative alla digitalizzazione del ciclo produttivo per migliorare qualità e rendere la produzione più efficiente. Tutti questi sensori sono però potenziali punti di ingresso per un attacco cibernetico. Esattamente come ogni oggetto connesso in rete, perfino le smart tv. Si scoprì, ad esempio, che era possibile attivarne le telecamere da remoto».

In Italia poche, anche tra le grandi aziende, hanno un piano di investimenti in cyber security.

«L’attività di sensibilizzazione sul tema è aumentata ma la verità è che le imprese, finché non vengono colpite, fanno poco per proteggersi. È, comunque, molto difficile che un’azienda sia in grado autonomamente di dotarsi di un sistema di protezione, dato che le tecnologie sono sempre più complesse e si evolvono in continuazione».

Cosa serve per proteggersi dai cyber criminali?

«Oltre all’architettura tecnologica va associato un servizio, cioè qualcuno che interpreta i dati, agisce e previene. Può esserci un esperto interno all’azienda ma poi, nella gestione quotidiana, servono professionalità esterne anche per un motivo semplice: mettere a sistemale informazioni. Ad esempio, se conosco le ‘firme’ di software infiltrati in un’azienda, mi potrà essere utile anche per proteggerne un’altra. Leonardo investe circa 1,5 miliardi in ricerca e sviluppo all’anno, per noi proteggere questo valore è importantissimo.

Ciò che facciamo internamente è tutta esperienza che portiamo ai nostri clienti, in alcuni casi con piattaforme ad hoc, come per la Difesa». A livello normativo, come si può agire?

«L’idea del super ammortamento è interessante ma vale solo per le spese capex e non per tutti i servizi connessi. La cyber security, invece, ha componenti ricorrenti e, quindi, le agevolazioni dovrebbero riguardare anche la quota parte dei servizi. Sul fronte europeo, l’implementazione del regolamento Gdpr e della normativa Nis impone alle aziende e ai governi di dotarsi di certi standard, ma è un’attività che non deve mai fermarsi».

Una volta attaccate cosa devono fare? C’è chi paga il riscatto per non subire danni..

«Un’azienda dovrebbe essersi organizzata per non arrivare a quel punto. In ogni caso, sempre meglio rivolgersi alle istituzioni perché in questo modo è più semplice ridurre l’impatto dell’attacco e gestirlo».

Quali sono i settori più colpiti?

«Tutti sono colpiti indistintamente. Se hai qualcosa di valore puoi essere attaccato: farmacie, assicurazioni, banche o società di servizio con banche dati di clienti. Gli attacchi posso avvenire per quattro ragioni: frodi finanziarie e sottrazione di dati; terrorismo, ad esempio bloccando un’infrastruttura come una metropolitana; attivisti che usano il web per diffondere le loro idee; oppure per esercitare influenza politica, è il caso delle accuse tra Usa e Russia dopo le ultime elezioni americane».

Alessia Gozzi

IL DENARO NON DORME MAI

di GIUSEPPE TURANI

CAPITALISMO ITALIANO A DUE GAMBE

MA IN CHE Italia viviamo? Un po’ tutti siamo convinti che l’industria privata sia in crescita e l’industria di Stato (cioè pubblica) ormai in declino inarrestabile. Invece non è così, è vero il contrario: le aziende pubbliche crescono, quelle private arretrano. I conti li ha fatti uno dei nostri maggiori esperti, Fulvio Coltorti, per anni capo dell’ufficio studi di Mediobanca e oggi docente alla Cattolica di Milano.

SE PRENDIAMO le 10 top ten, cioè le dieci maggiori aziende italiane, vediamo che nel 2015 lo Stato controlla il 67% del fatturato complessivo di queste imprese. Si tratta di 14 punti percentuali in più di quello che accadeva venti anni prima. La mano pubblica si è allargata. Le aziende private, invece, nel 2015 contavano (sul fatturato delle top ten) solo per il 12%: una caduta impressionante rispetto al 43% di venti anni prima. Il capitale straniero, che venti anni fa contava per un misero e irrilevante 3%, adesso è arrivato al 21%. In sostanza, grande arretramento dei grandi gruppi privati, avanzata di quelli pubblici e degli stranieri.

OGGI la più grande azienda privata italiana, la Fca Italy, vale solo (come fatturato) il 30 per cento della più grande azienda pubblica, che è l’Enel. Coltorti spiega come tutto questo sia potuto accadere. I grandi gruppi privati hanno commesso una serie di errori che li hanno poi costretti a lasciare certi business. Basti pensare alla Olivetti che esce dai computer. Oppure alla Fiat che si trasferisce all’estero, lasciando qui solo una Fca Italy importante ma di ridotte dimensioni rispetto all’intero complesso Fiat di una volta. O alla Montedison che esce da una serie di attività. O, ancora, alla stessa Telecom che, dopo varie traversie, finisce sotto il controllo del gruppo francese Vivendi. O alla stessa Pirelli, dove oggi il maggior azionista è la cinese ChemChina. E si potrebbe continuare. La crisi della Parmalat porta quelle attività alla francese Lactalis. E anche la Luxottica è più francese che italiana.

TUTTO QUESTO serve per sostenere una tesi. E cioè che oggi il capitalismo italiano si regge in pratica su due gambe: il Quarto Capitalismo, cioè le aziende medio grandi, e le grandi aziende pubbliche, che sono anche in buona forma. Il consiglio è di non fare crociate contro il capitalismo pubblico, ma semmai di assicurare a quelle aziende zero intromissioni politiche. E di lasciarle crescere.