LA TUTELA DEL RISPARMIO

Le opportunità? Titoli di Stato Usa
e bond dei Paesi emergenti
«Ma evitate le scelte fai-da-te»

Achille Perego
MILANO

PRUDENZA verso Piazza Affari e i Btp, attenzione (se si ama un po’ il rischio) alle opportunità offerte dai bond dei Paesi emergenti e un occhio alle redditività assicurata dai titoli governativi americani. Ma soprattutto evitare, in questa fase d’incertezza, caratterizzata dalla febbre dello spread, di investire da soli, facendosi prendere dall’emotività, privilegiando invece la professionalità del risparmio gestito. Sono i consigli – non per sollecitare gli acquisti ma solo come un semplice ragionamento sull’attuale composizione dei portafogli d’investimento – forniti da Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l’Associazione italiana per l’analisi finanziaria. Gli italiani, si sa, sono un popolo di formichine, capaci, anche negli anni della crisi, di risparmiare ma spesso – dai tango bond alle obbligazioni subordinate delle banche in default – si sono bruscamente risvegliati accusando dolorose perdite. Frutto di una ancora troppo poco diffusa cultura finanziaria. Quali sono allora le mosse giuste da compiere in questo momento di turbolenza sui mercati per difendere i propri risparmi? «Innanzitutto – esordisce Borgia – bisogna evitare il fai-da-te che, soprattutto in queste fasi incerte, è pericolosissimo e condizionato dall’emotività. Meglio affidarsi a chi, di mestiere, si occupa di investimenti ».

E dove bisognerebbe investire?

«L’ultimo aggiornamento del nostro portafogli, un’operazione che facciamo mensilmente e che tiene conto dei report di undici, grandi gestori internazionali, prevede di investire il 40% in azioni, il 36% in bond, il 20% in money market e quel che rimane sulle materie prime come oro e petrolio ».

Quindi, chi disponesse oggi di 10mila o più euro da investire, dovrebbe tenerne una parte in liquidità?

«Una cosa che gli inglesi amano dire nelle fasi difficili è ‘the cash is the king’. Ovvero, tieniti liquido. Certo, oggi i conti di deposito non rendono praticamente quasi nulla e anche i pronti contro termine, una volta di moda, sono poco utilizzati e offerti, con tassi anche sotto lo zero. Però mantenersi liquidi significa avere una riserva di denaro da poter investire in futuro, per esempio se i Btp a dieci anni arrivassero a garantire rendimenti del 4%».

E ci arriveranno?

«Purtroppo i mercati, dopo il varo della manovra economica, ci stanno dicendo che l’Italia potrebbe essere costretta, per piazzare i suoi titoli pubblici, a pagare in futuro interessi sempre più alti».

Il motivo?

«L’avere deciso misure economiche basate sulla spesa corrente, come il reddito di cittadinanza o le pensioni a quota 100. Misure che difficilmente potranno essere cambiate anche da chi, magari, verrà dopo. Perché quando i buoi sono scappati dalla stalla è quasi impossibile farli rientrare».

Che cosa manca quindi in questa manovra che avrebbe potuto far ottenere un giudizio diverso dalla Ue e dai mercati?

«Quello che l’Italia purtroppo da un po’ di anni si è dimenticata. Predisporre un piano industriale e un piano per gli investimenti infrastrutturali. In questo caso anche un aumento del deficit sarebbe stato comprensibile perché non si tratterebbe di distribuire una pioggia di denaro secondo il vecchio detto del pane e forca, ma di investimenti in grado di creare crescita e posti di lavoro. Quello che per esempio stanno facendo la Francia e la Germania con le progettate nuove linee metropolitane ».

Torniamo agli investimenti. Dove dovrebbe essere allocata la quota di bond?

«Su posizioni lunghe sui titoli governativi americani e, per chi è più propenso al rischio, su bond dei Paesi emergenti. La quota riservata ai bond italiani invece è limitata a un 4%».

E le azioni?

«Anche in questo caso meglio guardare più al dollaro (58%) e all’’Eurozona (48%) riservando a Piazza Affari solo un 3,5%. Facendo attenzione ai titoli delle banche, che scontano l’effetto debito sovrano, e privilegiando semmai le aziende che esportano».

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
RIFORMARE LA BCE: ECCO L’ANTI-SPREAD

SE l’Europa vuole sopravvivere deve partire dalla riforma della Bce consentendole di finanziare il debito pubblico dei singoli Paesi. La mia potrà apparire una provocazione ma vedo che non sono solo. Paolo Savona (nella foto), che prima ancora di essere un ministro della Repubblica è un valente economista, lo sostiene da tempo. Il problema è questo: se vogliamo che lo spread venga fermato bisogna avere una banca centrale che intervenga sul mercato e compri l’inoptato. Ma siccome così non è bisogna partire dalla Bce se vogliamo evitare che il sogno dell’Europa unita venga distrutto a colpi di spread. Per farlo vanno liberalizzati gli interventi della banca centrale. Questa opportunità in forme più o meno automatiche esiste in tutto il mondo e contribuisce a tenere bassi i tassi d’interesse. Esisteva anche in Italia fino al 1981, prima che una sciagurata decisione del ministro Andreatta, d’intesa con il governatore Ciampi, sancisse il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia. Da allora sono stati pagati circa duemila miliardi di interessi. La montagna del debito pubblico nasce anche da qui. Con la moneta unica il problema è diventato europeo e quindi serve una soluzione condivisa che segua l’esempio delle grandi banche centrali come Fed, Banca d’Inghilterra o Bank of Japan. La Bce, invece, è paralizzata. E questo i mercati lo sanno bene. Ecco perché si accaniscono sui più deboli del branco: prima la Grecia e oggi l’Italia. Emerge così tutta la debolezza della costruzione europea com’è stata disegnata dal Trattato di Maasticht.

I MERCATI ci hanno messo un po’ di tempo a capirlo come dimostra il fatto che il problema dello spread è emerso solo a partire dal 2011. Adesso siamo all’emergenza. Tanto più che la soluzione del qe, peraltro osteggiata dai tedeschi che hanno fatto anche ricorso alla Corte Costituzionale per fermarlo, si dimostra parziale. La Bce, infatti è costretta a ripartire gli acquisti anche a vantaggio di Stati che non ne hanno bisogno invece di concentrarsi sui pazienti più bisognosi come l’Italia.

Di |2018-10-29T16:23:24+00:0029/10/2018|Dossier Economia & Finanza|