LA STORIA DI UNA CONCESSIONARIA

Brandini, un secolo passato
a vendere auto di marca
La quarta generazione
ha portato l’azienda in Borsa

Monica Pieraccini

FIRENZE

LA CRISI come opportunità. Un luogo comune, ma che è verità per il gruppo Brandini, 350 milioni di euro di fatturato, 314 collaboratori, 23mila auto vendute nel 2017. Da realtà di media grandezza, proprio negli anni più difficili per il mercato dell’auto, l’azienda è cresciuta fino a diventare quello che è oggi: uno dei primi cinque concessionari in Italia. L’azienda, fondata nel 1917 a Firenze da Cesare Brandini Marcolini, annoverava fin da subito marchi di prestigio, e oggi rappresenta oltre una decina di brand: Fiat, Jeep, Alfa Romeo, Abarth, Lancia, Fiat Professional, Opel, Nissan, Infiniti, Peugeot, Citroen e DS. Presente nelle province di Firenze, Pistoia e Grosseto, il gruppo Brandini opera anche nel resto d’Italia grazie alla rete di agenti, che lavorano in esclusiva per il business center dell’azienda, dedicato alla vendita e alla consulenza alle aziende. Al timone del gruppo i bisnipoti del fondatore, i fratelli Brandini, Niccolò, responsabile marketing e qualità, e Giovanni, amministratore delegato.

Una storica concessionaria che, arrivata alla quarta generazione, quest’anno si è quotata in Borsa nel mercato obbligazionario. Qual è il segreto del vostro successo?

«Non parliamo di successo. La strada da fare è ancora lunga. Abbiamo fatto un’interessante crescita e vogliamo continuare in questa direzione. Sicuramente non immaginavamo di quotarci in Borsa, sul mercato Extramot, e di arrivare a emettere un bond per le banche».

Come avete fatto a diventare una delle prime concessionarie d’Italia?

«Uno dei due fattori che ci hanno portato a diventare uno dei maggiori dealer d’Italia è rappresentato dai nostri preziosi collaboratori. L’azienda funziona se le persone che ci lavorano si trovano bene e danno il massimo. Quello che conta, secondo noi, è stare insieme ai nostri collaboratori. La proprietà deve essere, in prima persona, quotidianamente, a fianco dei dipendenti».

L’altro?

«L’innovazione. Non ci siamo chiusi in noi stessi, continuando a fare quello che facevano gli altri concessionari d’auto, ma abbiamo seguito i cambiamenti del cliente, puntando su un’innovazione di processo a 360 gradi».

Come è cambiato il cliente?

«È diventato molto digitale. Prima di venire nei nostri showroom e acquistare un’auto s’informa sul web. Per questo ci siamo adeguati. Oggi, più che concessionari, siamo consulenti per la mobilità, anche online».

Qual è la novità 2018 del mercato delle auto?

«Il noleggio a lungo termine anche per i privati. Il mercato dell’auto si sta allontanando dal concetto di proprietà per avvicinarsi a quello di utilizzo. Per questo stiamo sviluppando e sempre più svilupperemo nuove proposte commerciali che prevedono forme alternative all’acquisto dell’auto in proprietà».

Cirio, l’autogol di Sergio Cragnotti
Un miliardo sparito in un barattolo
tra bond fasulli e bilanci truccati

di ANTONIO TROISE

ROMA

È STATO il primo crac finanziario del terzo millennio, nato all’ombra dei bond argentini e precursore del default di Parmalat. La storia della Cirio e del suo patron, Sergio Cragnotti, è un po’ l’archetipo degli scandali finanziari che si sono ripetuti negli anni, fino all’ultima grande bolla, quella dei mutui subprime. Non a caso, l’ex ministro Giulio Tremonti, sulla scrivania che fu di Quintino Sella, ha tenuto per anni un barattolo di pomodori Cirio adattato a portapenne. Un simbolo, a futura memoria, di quel dio mercato fatto di castelli di carta e montagne di debiti. Tutti inesigibili. Un fiume di soldi finito nel nulla, con un conto salatissimo pagato dai poveri risparmiatori: 1,125 miliardi di euro. Oggi Sergio Cragnotti, la «fattucchiera» come l’aveva ribattezzato il grande vecchio della finanza Enrico Cuccia, se ne sta fra i suoi vigneti in terra senese, produce vino Nobile di Montepulciano e continua a fare piccole consulenze per gli amici imprenditori.

QUALCHE settimana fa si è presa una piccola rivincita giudiziaria che ha fatto esultare i suoi avvocati e gettato nello sconforto i risparmiatori traditi: la Cassazione ha annullato le precedenti condanne per il crac della sua società. Processo da rifare. E chissà se arriverà un giorno in porto. Un fatto è certo: per l’ex patron della Cirio, classe 1940, le porte del carcere non si riapriranno mai più. Romano doc, di Porta Metronia, laurea in Economia, una piccola esperienza come contabile e poi l’incontro che ti segna una vita: quello con Serafino Ferruzzi. È lui a scoprire quel giovane scaltro e veloce nel comprare e nel vendere. Da allora, è tutta un’ascesa fino all’Enimont e alla madre di tutte le tangenti.

FINISCE IN CARCERE nel ’93 e, dopo tre giorni, confessa di aver versato 10 miliardi di lire al Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). Piccola pausa prima della ripartenza. Ed è una ripartenza con il botto: con i soldi della liquidazione di Enimont, l’appoggio di Gardini e del re della Banca di Roma, Cesare Geronzi, la sua Cragnotti & Partner compra di tutto: la Polenghi Lombarda, la brasiliana Bombril, case d’aste (Semenzato), la Centrofinanziaria (dal Monte Paschi) fino ai due colpi che fanno storia: la Cirio-Bertolli-De Rica, venduta dall’Iri per oltre 500 miliardi e la Lazio, la prima società calcistica ad approdare a Piazza Affari. E, per i biancocelesti, comincia l’epoca d’oro degli acquisti miliardari (uno per tutti, Vieri, pagato 50 miliardi), dello scudetto e perfino della Coppa delle Coppe. Una scalata senza soste, irresistibile. Poi, ad un certo punto, l’impero comincia a scricchiolare. La mina esplode nel novembre del 2002, quando il finanziere non riesce a onorare un bond di 150 milioni di euro. È l’inizio del crollo. In circolazione si sono ben nove emissioni di titoli firmate Cragnotti, per un totale di 1,125 miliardi di euro, finiti nelle mani di oltre 35mila risparmiatori e, solo per una piccola quota, nei forzieri delle banche. Uno dopo l’altro cadono tutti e l’impero si avvia alla bancarotta. La storia è nota. Già a fine ’99 il gruppo era esposto con le banche per 870 milioni. Poi, il gruppo comincia ad avviare una serie di emissioni obbligazionarie in Lussemburgo, senza rating, teoricamente destinate agli investitori istituzionali ma, poi, finiti nelle mani di chiunque. Il sistema tiene per un paio di anni. Poi, nel 2001, le attività operative del gruppo non sono in grado di coprire gli interessi. Che, quindi, vengono pagati emettendo nuovi bond. Nella più classica delle catene finanziarie.

NEL 2004 viene venduta la Lazio. Ma gli incassi coprono solo una piccola percentuale delle perdite, mentre per Cragnotti si riaprono le porte del carcere. Ci resterà per 4 mesi, fino ad ottenere i domiciliari. Intanto il processo di appello si chiude con una condanna 8 anni e otte mesi. Nelle carte che i giudici portano in Tribunale c’è di tutto. E vengono alla luce anche altri affari. Il più oscuro quello di Eurolat, che Capitalia avrebbe costretto a cedere a Tanzi per una somma spropositata: 630 miliardi di lire. Soldi che consentirono agli istituti di rientrare dall’esposizione che avevano nei confronti di Cragnotti, spostando una montagna di debiti su Parmalat. Nel frattempo, i soldi dei risparmiatori venivano dirottate su attività che nulla avevano a che vedere con la produzione di pomodori e barattoli.

ACQUISTI di opere d’arte (una settantina di dipinti, fra cui Kandisky), calciatori famosi, perfino l’arredamento di una casa, il tutto con i beni mobili e di antiquariato della Cirio. E poi i bonus: 250mila euro al figlio Andrea, 400mila al genero Filippo Fucile. E se serviva un po’ di liquidità per acquistare un terreno, ci pensava ancora mamma-Cirio, diventata una sorta di bancomat per Cragnotti e soci. Ma a far saltare tutti i conti sono i trasferimenti dalla Cirio alle società estere, valanghe di quattrini: affari finiti in fumo e, per i Pm, spariti nel nulla. Verità che, a questo punto, toccherà di nuovo ai giudici svelare. Il processo per uno dei capi di accusa più importanti, quello relativo all’affare Bombril, dovrà ricominciare da zero, ripercorrendo tutte le tappe del crac. Con la buona pace dei 35mila risparmiatori che ancora attendono uno straccio di verità e, magari, qualche condanna definitiva. Perché i quattrini finiti nel barattolone della Cirio di Cragnotti non li rivedranno mai più.

 

Di |2018-10-02T09:24:47+00:0028/02/2018|Imprese|