Poco olio, ma di altà qualità
L’extra dop toscano resiste
E dichiara guerra alla chimica

CHI DICE quaranta, chi cinquanta se non addirittura sessanta. Danza di numeri per un anno da brivido, anzi da incubo: ufficialmente la campagna 2016 non si è ancora conclusa, i dati dell’imbottigliamento non sono completi, ma siamo già al bollettino di guerra, un altro anno difficilissimo – ma in linea comunque con il resto d’Italia – per l’Oliveto Toscana, anche se non proprio ai livelli di quello che è stato l’anno «horribilis» per definizione, il 2014. Poco raccolto, Magari di buona qualità pur se non ottima come nelle annate migliori: qualche varietà di quelle che conferiscono il caratteristico piccante amaro si è persa un po’ per strada, anche se a macchia di leopardo, e alla fine il risultato è buono pur se non leggendario. La produzione, alla fine, si attesterà sui 130mila quintali di olio, appunto tra il meno 40 e il meno 60 per cento rispetto alle stagioni migliori. «Ma almeno la qualità è ottima, merito dei nostri produttori, molto preparati, che hanno saputo affrontare al meglio l’attacco della mosca e preservare il raccolto», si era affrettato a dichiarare poco dopo l’inizio della raccolta Francesco Miari Fulcis, presidente regionale di Confagricoltura.

NON E’ ANDATA proprio così, o almeno non in tutta la Toscana, regione importante nel panorama oleicolo nazionale perché rappresenta circa il 6,5 per cento del totale secondo l’affresco fornito da Antonio De Concilio, direttore di Coldiretti Toscana, con una superficie di 91mila ettari di oliveti, 48mila aziende olivicole (sui circa 77mila olivicoltori censiti sul territorio) e una produzione di circa 18mila tonnellate di olio all’anno su un totale nazionale di 3,5 milioni di tonnellate. Ci sono 4 Dop di extravergine di oliva (Terre di Siena, Lucca, Chianti e Seggiano) alle quali si aggiunge l’Igp Toscano. «Quest’ultimo – spiega De Concilio – da solo rappresenta il 30% della produzione di olio extra vergine italiano messo in commercio con la certificazione di origine. Ciò vuol dire che l’olio contribuisce con 130 milioni di euro al Pil agricolo della Toscana». Regione importante, la Toscana, in particolare sul piano della qualità, che pure tuttavia quest’anno ha subito un lieve contraccolpo perché le perdite, anche se a macchia di leopardo, hanno colpito in particolare le varietà che più di altre conferiscono particolari caratteristiche all’«oro verde» toscano, come il moraiolo e il frantoio. Un olio di gusto più morbido, insomma, magari a molti tutto quel piccante avrebbe dato anche fastidio.

NON C’È PACE, insomma, tra gli ulivi. La Bactrocera oleae Gmelin, la temutissima mosca olearia, si è ripresentata anche quest’anno, e ha fatto stragi. Sottovalutata nei campi toscani? «Tutti più o meno eravamo preparati – dice Piero Gonnelli, titolare del Frantoio Santa Tea di Reggello, 43mila piante e 850mila bottiglie sul mercato con 12 etichette – ma gli attacchi sono stati particolarmente violenti per colpa dell’andamento climatico, difficile da controllare. E chi, e siamo tanti, opera con metodi biologici non trova sul mercato prodotti efficaci, e tuttavia preferisce non ricorrere agli insetticidi per non avvelenare i terreni e le acque». Ma non basta. L’olivicoltura toscana soffre altri problemi. Primo, l’abbandono dei campi. «Le piante abbandonate – spiega Gonnelli – continuano a produrre olive, e per la mosca è una manna, si può riprodurre senza controlli».

QUALCUNO, come Emilio Terenzi, imprenditore e agricoltore, suggerisce un metodo antico e semplice: tornare all’aratura dei campi, procedimento ma in grado di uccidere la mosca e le larve quando, girando le zolle, si interrano le olive cadute. Un’idea buona. Però costa. E l’Oliveto Toscana non se la può permettere. Alle prese con la concorrenza sleale di chi vende olio chiamato “extravergine” solo per grazia di una normativa dalle maglie ancora larghe, non riesce a spuntare prezzi da sopravvivenza. Però rischia anche di restare tagliato fuori dai grandi mercati se continuerà ad arroccarsi su posizioni rétro. La Spagna insegna.

Frantoio Santa Tea  «Soli a difendere gli uliveti»

«SIAMO SOLI. Le istituzioni non stimolano la ricerca, e per difendere i nostri olivi dai parassiti siamo costretti a trattarli con solfato di rame e calce fioccata, che però sono troppo blandi, oppure con il Rogor e prodotti simili, che però fanno male». Davanti alla nuova strage di olive («noi in azienda abbiamo perso ‘solo’ il 60% del raccolto»), è lo sfogo amaro di Piero Gonnelli: la sua famiglia tiene il Frantoio Santa Tea, a Reggello, dal 1585, lui è presidente dell’Associazione Italiana Frantoi. Nel frattempo alla guida dell’azienda è affiancato dai tre figli Francesca, Serena e Giorgio, con Serena che, per diversificare, ha aperto Olivia, un simpatico oil restaurant in piazza Pitti, a Firenze, dove la filosofia della cucina porta a privilegiare l’extravergine di qualità nella preparazione di tutti i piatti, crudi come la bruschetta e le insalate, e cotti come le fritture o la pappa e la ribollita. «Le perdite – continua Gonnelli – si possono compensare anche con un piccolo aumento a 15-16 euro al litro, che comunque non è redditizio. E il prezzo resta un problema, perché l’oliveta alla fine sarà poco produttiva per via dei cambiamenti del clima e dell’abbandono che favorisce la diffusione dei parassiti». Pensare a una olivicoltura diversa, alla spagnola? «Personalmente – osserva Gonnelli – sono ancora perplesso, e non solo per una questione di poesia del paesaggio toscano: il superintensivo dei bonsai da piantare e poi togliere e ripiantare a densità di mille piantine a oliveto mi pare una follia, ha costi eccessivi e costringe a lunghe attese prima di ottenere produzioni sufficienti».

DA SANTA TEA, tuttavia, Gonnelli lancia una nuova idea per l’olivicoltura italiana. Una macchina realizzata nel Chianti con Alfa Laval, che fa evaporare l’acqua di vegetazione nel processo di frangitura, e poi la ritrasforma in acqua pulita da immettere nell’ambiente, o da usare per produrre calore. La parte solida può avere doppia destinazione: diventare energia in un impianto a biogas, o produrre polifenoli per l’industria alimentare, per il mercato degli integratori.