Il reddito d’inclusione non sarà un regalo di Stato
Un mensile da 480 euro per famiglie conminori

Raffaele Marmo

FINO A 480 EURO per 400 mila famiglie. Il reddito di inclusione diventa realtà grazie all’approvazione del Ddl delega sul contrasto alla povertà. L’Aula del Senato ha licenziato il disegno di legge, che ha confermato il provvedimento già approvato da Montecitorio. Il testo, quindi, è definitivo e, secondo le indicazioni dell’esecutivo, sarà finanziato con risorse per quattro miliardi di euro tra il 2017 e il 2018. Anche se bisogna fare attenzione: lo strumento non partirà da subito. Bisognerà aspettare un decreto attuativo per conoscere il perimetro del bonus e i requisiti di accesso. Nel merito la delega è collegata alla manovra e attribuisce al Governo il compito di adottare entro sei mesi un decreto legislativo per introdurre una misura di contrasto alla povertà chiamata reddito di inclusione.

IN QUESTO modo saranno riordinate le prestazioni assistenziali che il nostro paese attualmente fornisce alle fasce di popolazione più debole, coordinando gli interventi dei servizi sociali su tutto il territorio. Le componenti della nuova prestazione, infatti, saranno due: il beneficio economico e i servizi di assistenza per le persone. I beneficiari saranno, in via prioritaria, nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave, donne in stato di gravidanza e disoccupati con più di 55 anni. Per accedere al bonus è previsto un requisito di durata minima della residenza sul territorio nazionale.

IL MINISTRO del Lavoro, Giuliano Poletti ha già fatto un primo quadro sull’applicazione della riforma che, adesso, dovrà essere attuata, fissando i limiti che consentono di accedere allo strumento e le modalità di erogazione. Nel corso del 2017, quindi, saranno stanziate risorse per due miliardi di euro, ai quali se ne aggiungeranno altri due nel 2018. Questi quattro miliardi consentiranno di mettere a disposizione un assegno da circa 480 euro alle famiglie. Il reddito di inclusione potrà, così, dare sostegno a circa 400 mila nuclei familiari con minori a carico, pari a poco meno di 1,8 milioni di persone. La misura, per adesso, coinvolge circa il 25% dei nuclei sotto la soglia di povertà e sostituirà il vecchio «Sostegno per l’inclusione» (Sia), basato su una carta prepagata.

IL PERIMETRO della misura, come detto, sarà definito da un decreto che, secondo le indiscrezioni che arrivano dal ministero del Lavoro, è praticamente pronto. Il primo requisito sarà certamente legato al reddito: servirà un Isee non superiore ai 3mila euro, associato a un livello di reddito effettivo disponibile che sarà fissato nel decreto legislativo. Attenzione, però: sono importanti anche gli altri requisiti. Per ottenere l’aiuto servirà l’adesione del capofamiglia a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale che dovrà essere predisposto dalle strutture del Comune. Bisognerà impegnarsi a tenere un comportamento responsabile, soprattutto verso i figli, e bisognerà impegnarsi per rientrare nel mercato del lavoro, accettando eventuali proposte.

Pensioni: risponde l’esperto

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Raffaele Marmo

Sono nato nel ’58. Lavoratore autonomo con 40 anni di contributi Quando andrò in pensione?

Mi chiamo chiamo Daniele Z. Sono nato nel 1958. Sono un lavoratore autonomo. Ho contributi versati dal marzo del 1977. Vorrei sapere quando potrò andare in pensione.

IL CASO del signor Daniele torna utile per vedere quale sia il destino previdenziale dei nati nel 1958. A loro, se hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 23 anni, si applica la riforma e la prima data utile riguarda il pensionamento anticipato, rispettivamente tra il 2014 e il 2025, quando raggiungono i requisiti contributivi. Per le nate nel 1958, se hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 24 anni, la prima data utile riguarda il pensionamento anticipato, rispettivamente tra il 2013 e il 2025. Se hanno cominciato a lavorare dai 24 anni (uomini) o dai 25 (donne) si applica loro la riforma e la prima data utile è il pensionamento di vecchiaia: maturano l’età pensionabile di 67 anni e 9 mesi nel corso del 2025 o del 2026 a seconda che siano nati prima o dopo il 31 marzo. Se hanno cominciato a lavorare dal gennaio 1996, si applica il metodo o contributivo e possono ottenere il pensionamento di vecchiaia sprint: maturano l’età di 64 e 3 mesi o di 64 e 5 mesi, nel corso del 2022-2023, a seconda che siano nati prima o dopo il 30 settembre 1958.

Classe ’62, contributi diversi Quando si potrà andare via?

Mi chiamo Tonino C. Ho 55 anni. Ho cominciato a lavorare nel settembre 1983. Con 34 anni di contributi, quando potrò andare in pensione? Mi chiamo Nicola S. Sono nato nel marzo del 1962. Quando potrò andare in pensione?

I CASI INDICATI danno la possibilità di definire il quadro per i nati nel 1962. A loro si applica interamente la riforma e, se hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 23 anni (24 se donne), la prima data utile per uscire riguarda il pensionamento anticipato, rispettivamente tra il 2017 (2018 per le donne) e il 2030, quando raggiungono i requisiti contributivi previsti. Se hanno cominciato a lavorare dai 24 anni (uomini) o dai 25 (donne) in avanti, si applica loro la riforma e la prima data utile riguarda il pensionamento di vecchiaia: maturano l’età pensionabile di 68 anni e 2 mesi o di 68 e 5 mesi nel corso del 2030 o del 2031 a seconda che siano nati prima o dopo il 31 ottobre. Se hanno cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996, si applica loro il metodo di calcolo contributivo e possono ottenere anche il pensionamento di vecchiaia sprint: maturano l’età richiesta di 64 anni e 9 mesi o di 65 anni nel corso del 20226-2027 a seconda che siano nati prima o dopo il 31 marzo.

Nata nel 1959, diversi lavori per previdenze diverse La ricongiunzione dei contributi conviene sempre?

Mi chiamo Sandra C. Ho 58 anni e ho svolto diversi lavori nel corso della vita con contributi versati in più enti. Che cosa consiglia di fare per mettere insieme i diversi spezzoni di contributi versati?

CHI HA VERSATO contributi previdenziali in diverse gestioni e dal 2010 è costretto a pagare fior di quattrini, attraverso la ricongiunzione, per ottenere la pensione, può contare, dal 2017, su una nuova ancora di salvataggio. Si tratta dell’ampliamento del cosiddetto «cumulo» dei contributi: che consiste nella possibilità di sommare gratuitamente spezzoni di versamenti in modo da raggiungere le condizioni minime per il pensionamento. Per rendersi conto della novità, è necessario fare un passo indietro. Nel 2010 furono rese onerose le ricongiunzioni (verso l’Inps) che fino a allora erano state gratuite. L’intervento fu deciso perché essendo stata incrementata l’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche si voleva impedire che queste passassero all’Inps per godere di uno sconto sull’età. L’effetto, però, fu drammatico, tanto da impedire ogni forma di ricongiunzione gratuita. Il governo Monti introdusse una prima correzione. Fu previsto il cosiddetto cumulo: in pratica, è possibile sommare i diversi periodi contributivi per accedere alla pensione, ma ogni ente paga il proprio pezzo secondo il proprio metodo di calcolo. Solo che la possibilità era valida per la pensione di vecchiaia (non per quella anticipata) e solo quando non si fossero raggiunti i 20 anni di versamenti in nessuna gestione. Due limiti rilevanti che hanno impedito a tantissimi lavoratori di conquistare la pensione e che l’ultima manovra ha eliminato. Come? Prevedendo che si possa effettuare il cumulo anche nel caso in cui si sia raggiunto il requisito minimo in una gestione e che la somma dei contributi possa essere utilizzata sia per la pensione di vecchiaia sia per quella anticipata.