Grande distribuzione
«Nessun dumping,
il contratto va rivisto»

MILANO

«COME nostro contraltare abbiamo sempre avuto il piacere di parlargli anche se ha sempre usato termini forti. Questa volta però i termini, oltre che forti, sono anche sbagliati». A Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta le principali insegne (food e non food) della Distribuzione moderna, non sono affatto piaciuti gli attacchi sferrati dal segretario generale della Uiltucs, Brunetto Boco. Che in un’intervista pubblicata su Qn Economia aveva denunciato il «dumping salariale» prodotto dalla volontà di Federdistribuzione di non rinnovare il contratto scaduto nel 2011 alle condizioni definite tra Confcommercio e i sindacati nel 2015. «Come Federdistribuzione – replica Cobolli Gigli – abbiamo ribadito in tutte le forme la nostra volontà di continuare la trattativa per siglare il primo contratto di lavoro della Distribuzione moderna che si contraddistingue come l’industria del commercio rispetto al contratto di Confcommercio che riguarda, diciamo così, più l’artigianato del commercio. Si tratterebbe di un contratto importante che ci darebbe la possibilità, con i successivi rinnovi, di trattare tutte quegli aspetti, a cominciare dai temi del welfare aziendale e dell’innovazione tecnologica, volti a un maggior benessere dei lavoratori».

Boco sostiene di aver chiesto l’intervento del ministero del Lavoro e dell’Inps, minacciando anche nuove agitazioni sindacali e il ricorso alle vie legali, perché sareste inadempienti…

«Le accuse di dumping salariale non sono corrette e addirittura infamanti. Il segretario generale della Uiltucs si è dimenticato di dire che il ministero del Lavoro si è già pronunciato sulla questione nell’agosto del 2016 e ha sancito la legittimità del nostro comportamento. Quindi le sue minacce non ci preoccupano».

Perché non volete applicare il contratto di Confcommercio?

«Premesso che ormai tutti i tribunali italiani coinvolti in risposta ai ricorsi presentati hanno sancito che Federdistribuzione non è obbligata ad applicare il contratto di Confcommercio, si tratta, come spiegavo prima, di due settori completamente diversi. Noi vogliamo percorrere una strada di sostenibilità economica e ragionevolezza. Il contratto di Confcommercio ha riconosciuto importi non giustificabili rispetto al reale andamento dell’inflazione. Tanto che la sua applicazione originaria è stata rivista al ribasso. Del resto, un piccolo negoziante non si trova nella condizione della Distribuzione moderna soggetta a controlli e ispezioni costanti. Con circa 200mila dipendenti siamo tra i primi contribuenti italiani presso l’Inps».

Sempre secondo la Uiltucs vi stareste limitando ad erogazioni paternalistiche come i 16 euro messi in busta paga prima dello sciopero del 22 dicembre.

«Anche in questo caso siamo di fronte a una disinformazione. Prima però vorrei precisare che, a causa dei lunghi anni di crisi, che hanno inciso sui consumi, dal 2006 al 2016 le aziende di Federdistribuzione hanno visto un aumento dei ricavi del 17%, inferiore al +19% dei costi. La marginalità, con un ebit sceso dal 3,5 al 2%, ne ha risentito pesantemente, mentre il costo del lavoro è aumentato nello stesso periodo del 22,7%».

Quindi i lavoratori devono aspettarsi solo qualche euro in più?

«Affatto. Per le aziende di Federdistribuzione vengono al primo posto la salvaguardia del potere d’acquisto dei consumatori ma, al secondo, la soddisfazione della nostra forza lavoro e la salvaguardia anche del loro potere d’acquisto. Tanto che gli aumenti in busta paga, prendendo come base media il quarto livello, dal 2016 sono già stati pari a 61 e non a 16 euro ed entro la fine del 2018 arriveremo agli 85 euro del contratto di Confcommercio. Così in tre anni garantiremo un aumento retributivo del 5% a fronte di un’inflazione del 2,5%. Non è un caso che i lavoratori stiano capendo sempre meno il comportamento di alcuni sindacati come la Uiltucs, che ne rappresenta solo il 4%, tanto che allo sciopero del 22 dicembre l’adesione non è stata superiore al 4,5%».

 

LA STORIA DELLA SETTIMANA

Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com

risponde RAFFAELE MARMO

SARÀ QUESTO L’ANNO DELLE RIVALUTAZIONI? NEL CEDOLINO DELLA PENSIONE NON HO VISTO L’AUMENTO

Mi chiamo Giovanni S. Sono pensionato da dieci anni. Volevo domandare se per l’anno in corso è prevista la rivalutazione delle pensioni dopo anni che non l’ho avuta. Ho letto il cedolino di gennaio ma non ho capito se ho ricevuto o no l’aumento. Come faccio a capirlo? Come funziona il meccanismo attuale della rivalutazione?

DOPO DUE ANNI di blocco della rivalutazione delle pensioni per l’inflazione zero, dallo scorso primo gennaio, invece, assegni e trattamenti tornano a essere aumentati. L’incremento è modesto, dell’1,1 per cento, ma almeno c’è e si tradurrà in un rialzo oscillante tra 140 e 300 euro annui per pensioni comprese tra 1.000 e 4.500 euro lordi mensili. E un po’ di beneficio arriva anche per le pensioni minime e l’assegno sociale, che cresceranno a 507,4 euro e a 453 euro mensili. A indicare la percentuale chiave per stabilire i rialzi delle pensioni, correlati alle variazioni del costo della vita, è un decreto specifico del Ministero dell’Economia: il provvedimento da un lato determina il tasso di incremento definitivo relativo al 2017 rispetto al 2016 (che si conferma a livello zero) e, dall’altro, stabilisce, come previsione, quello da utilizzare nel 2018 rispetto al 2017. Ebbene, il dato di riferimento è in quest’ultimo caso pari a 1,1 per cento. Ma il ritocco non sarà uguale per tutti, perché la legge del 2013 fissa aumenti percentuali differenti a seconda della fascia di pensione percepita. E così l’adeguamento all’inflazione è pieno solo per gli assegni fino a 3 volte il cosiddetto trattamento minimo Inps (in sostanza, fino a 1.505 euro mensili); al 95% per quelli da tre a quattro volte il minimo (da 1.505 a 2.007 euro); al 75% per quelli da quattro volte a cinque volte il minimo (da 2.007 a 2.509 euro); al 50% per quelli da cinque a sei volte il minimo (da 2.509 a 3.011 euro) e al 45% per i trattamenti complessivi superiori a 6 volte il trattamento minimo (oltre 3.011 euro). In pratica, per assegni di 1.000 euro mensili l’aumento sarà di circa 140 euro annui, 11 euro mensili. Per pensioni da 1.500 euro l’incremento arriverà a 215 euro l’anno, circa 16 euro mensili. Per chi percepisce un trattamento da 4.500 euro la somma in più raggiungerà i 300 euro l’anno, circa 23 euro mensili.