Grande distribuzione
«Chi blocca il contratto
fa dumping salariale»

Alberto Pieri ROMA

«BASTA CON le ottocentesche elargizioni unilaterali. I lavoratori della Grande distribuzione meritano un nuovo contratto di lavoro e conseguenti aumenti retributivi, in linea con quelli ottenuti dai loro colleghi delle aziende che applicano gli accordi raggiunti da anni con Confcommercio». Brunetto Boco, segretario generale della Uiltucs, il sindacato del terziario, dei servizi e del commercio, è netto: «Abbiamo chiesto l’intervento del ministero del Lavoro, degli ispettori e dell’Inps per una grave situazione che configura un dumping salariale e contributivo ai danni dei lavoratori ma anche delle altre imprese che hanno mantenuto corrette relazioni industriali».

Come si è arrivati a questo livello di scontro con aziende così strutturate? «Sono sicuramente strutturate, ma è un fattore che rende ancora più irresponsabile l’atteggiamento assunto a livello di azienda e associativo. È da oltre un anno che sono cessatele trattative con Federdistribuzione per il rinnovo del contratto. Le aziende aderenti continuano a applicare il contratto stipulato nel 2011, scaduto da quasi cinque anni e che abbiamo rinnovato solo con Confcommercio, adeguandolo alle mutate condizioni del contesto economico».

Quali sono le conseguenze? «Che i lavoratori delle aziende aderenti a Federdistribuzione si trovano a essere figli di un Dio minore rispetto a quelli delle altre imprese che applicano il contratto rinnovato, con evidenti lesioni dei loro diritti e con danni sempre più rilevanti sul piano retributivo e contributivo. Il che significa chele imprese interessate realizzano di fatto un’operazione di dumping rispetto alle altre imprese del settore che si adeguano al contratto rinnovato, versando non solo una retribuzione più bassa ma anche una minore contribuzione previdenziale».

Le aziende di Federdistribuzione hanno comunque annunciato l’erogazione di un «acconto futuri aumenti»di 16 euro lordi mensili dal primo gennaio. «Guarda caso hanno annunciato l’elargizione unilaterale alla vigilia dello sciopero del 22 dicembre. Ma, al di là di questo, è del tutto evidente che ci troviamo di fronte a un atto che conferma la pervicace volontà di negare, anche per il futuro, il contratto di lavoro ai propri dipendenti, sostituendolo con erogazioni paternalistiche, di valore largamente inferiore a quelle garantite dal contratto».

Come intendete reagire? «Si tratta di un’azione aziendale illegittima sotto molteplici profili. Da un lato si vuole negare la contrattazione collettiva ai lavoratori di queste aziende, con la violazione piena dell’articolo 36 della Costituzione. Dall’altro, si tende a ostacolare gravemente l’attività sindacale, anch’essa costituzionalmente protetta dall’articolo 39. Per questo abbiamo sollecitato le singole aziende della GDO che si sono mosse in questa maniera a ritornare sui loro passi. In caso contrario, non solo siamo pronti a riprendere il conflitto ma ci muoveremo anche sul terreno giudiziario».


LA STORIA DELLA SETTIMANA 

Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com
risponde RAFFAELE MARMO

Mi chiamo Sandra S. Sono vedova da un mese per la morte di mio marito. Ho chiesto la pensione di reversibilità all’Inps. Ma volevo capire meglio come funziona questo trattamento e quanto posso ottenere, perché mi è stato detto che dipende anche dai miei redditi. E che addirittura potrei non avere diritto a niente. E’ vero?

IL QUESITO della signora Sandra ci offre l’occasione per mettere a fuoco requisiti e condizioni per ottenere la pensione di reversibilità. E’ evidente che ogni caso è un caso, ma si possono indicare le regole generali che presiedono a questa prestazione. Ebbene sì: lo svolgimento di attività lavorativa o il possesso di altri redditi può determinare riduzioni della pensione spettante al coniuge del pensionato o del lavoratore defunto. La pensione di reversibilità, come quella indiretta, è normalmente pari al 60% della pensione percepita dal defunto. Se però il beneficiario percepisce altri redditi, la quota spettante si riduce. Le soglie di riduzione prevedono un taglio del 25, del 40 e del 50% della prestazione qualora il reddito del superstite sia superiore rispettivamente a tre, quattro o cinque volte il trattamento minimo Inps previsto per l’anno di riferimento moltiplicato per tredici mensilità. Nel 2018 il limite per evitare la sforbiciata dell’assegno è pari a 19.589 euro; nel caso in cui il coniuge del defunto consegua un reddito annuo superiore a tale soglia subirà una riduzione della prestazione spettante pari al 25%. Il taglio sale al 40% nel caso il reddito sia ricompreso tra la soglia indicata e i 26.385 euro, per arrivare al 50% qualora il reddito del coniuge sia superiore a 32.982 euro annui (oltre 5 volte il trattamento minimo Inps).

I REDDITI da considerare sono quelli tassabili ai fini Irpef, al netto dei contributi previdenziali ed assistenziali, con esclusione dei trattamenti di fine rapporto, del reddito della casa di abitazione e degli arretrati sottoposti a tassazione separata. In ogni caso non deve essere valutato l’importo della pensione ai superstiti su cui deve essere eventualmente applicata la riduzione.