Passa l’equo compenso
per liberi professionisti
«Ma serve più welfare»

Alberto Pieri

ROMA

PARTIAMO dalla fine: come valuta l’estensione del principio dell’equo compenso a tutti i professionisti? «È una misura – avvisa Anna Rita Fioroni, responsabile di Confcommercio Professioni – che va incontro alle aspettative di gran parte dei professionisti nel caso di committenti forti, anche se ci sono aspetti ancora poco chiari per le professioni non regolamentate. L’introduzione di questo principio è particolarmente importante nei rapporti con la Pubblica amministrazione, perché può permettere di superare condizioni contrattuali, spesso sfavorevoli, imposte dagli enti pubblici».

Un passo a ritroso: che tipo di evoluzione hanno avuto le professioni?

«In questi ultimi anni, accanto alle professioni tradizionali, principalmente organizzate in ordini o collegi, si stanno affermando nuove professioni nel settore dei servizi alle imprese, alle persone e alla Pa. Liberi professionisti, soprattutto giovani, che rischiano in proprio e hanno bisogno di una maggiore attenzione e tutela perché, come emerge da un nostro recente studio, competono in un mercato che ancora non valorizza appieno la qualità delle loro prestazioni. Producono, infatti, ricchezza ma hanno una bassa redditività».

Quali sono i problemi della categoria?

«I problemi sono tanti, ma stiamo lavorando con impegno perché vengano affrontati e risolti anche grazie al nostro contributo. Mi riferisco, in particolare, alla necessità di maggiori interventi per la competitività del settore e al bisogno di riforme organiche e moderne. Una prima risposta per le nuove professioni è arrivata con la legge 4 del 2013 e, più recentemente, con il Jobs Act degli autonomi, anche se solo in futuro si potranno valutare gli effetti concreti di alcune misure. Su welfare e previdenza sono stati fatti molti passi in avanti in questo ultimo periodo, come, ad esempio, la riduzione strutturale dell’aliquota contributiva per la gestione separata Inps. Ma non basta. Occorre dare più spazio a forme integrative di welfare, rafforzando le agevolazioni fiscali che favoriscano anche forme di previdenza integrativa volontaria».

Quale è il ruolo delle professioni per la crescita del Paese?

«Un ruolo da protagonista perché sono portatori di capitale umano qualificato e fondamentale per affrontare le sfide del futuro, come gli effetti dell’introduzione delle nuove tecnologie nel mercato del lavoro. In particolare, le nuove professioni rappresentano e rappresenteranno sempre di più una risposta all’occupazione, principalmente dei giovani. Dal 2008 al 2015 i professionisti non ordinistici, con partita Iva, sono aumentati di oltre il 50% e sono gli unici ad aver prodotto maggior reddito. Una crescita delle professioni non ordinistiche, ma in generale di tutte le libere professioni, che ci conferma la necessità di creare migliori condizioni di contesto per favorire la libera scelta professionale, anche attraverso la semplificazione burocratica, amministrativa e fiscale».

LA STORIA DELLA SETTIMANA
Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com
risponde RAFFAELE MARMO

TRA AUMENTO DELL’ETÀ PENSIONABILE E DEROGHE QUANDO POTRÒ SMETTERE DI LAVORARE?

Mi chiamo Alessandro Di S. Lavoro come operaio in un’azienda siderurgica. Sono nato nel 1953. Ho letto che per noi che facciamo questo lavoro l’età pensionabile non dovrebbe aumentare. E’ vero? Che cosa significa questo? Che potrò andare in pensione con l’età pensionabile attuale? Se è così, allora quando potrò lasciare l’attività?

LA DOMANDA del nostro lettore ci permette di tornare in maniera esemplificativa sul capitolo età pensionabile/aspettativa di vita. Anche alla luce non solo del semi-accordo tra governo e sindacati realizzato di recente ma anche degli emendamenti presentati proprio i questi giorni alla manovra in materia di pensioni. Ebbene, fissato il principio che dal 2019 l’età pensionabile e i requisiti contributivi aumenteranno tutti di cinque mesi, il governo ha previsto alcune eccezioni e deroghe. E così coloro che rientrano nelle 15 categorie dei lavori gravosi vedranno bloccato non solo l’aumento dell’età pensionabile per la pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi (al posto dell’incremento dal 2019 a 67 anni), ma anche i requisiti contributivi per la cosiddetta pensione anticipata: ci vorranno 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, senza i 5 mesi di aumento. Nei lavori gravosi rientrano: operai edili, autisti di gru e di macchine per l’edilizia, conciatori, macchinisti e personale viaggiante, autisti di mezzi pesanti e camion, infermiere e ostetriche ospedaliere turniste, badanti, maestre d’asilo, facchini, personale addetto ai servizi di pulizia, operatori ecologici. Ma vi sono stati inseriti anche i marittimi, i lavoratori siderurgici, gli operai agricoli, i pescatori.

IL NOSTRO lettore raggiungerà l’età pensionabile nel 2019 a 66 anni e sette mesi e non dovrà attendere il 2020 per arrivare a 67 anni. In pratica, avrà guadagnato un anticipo di 5 mesi. E come lui anche tutti gli altri lavoratori che fanno parte delle cosiddette categorie di attività gravose. Attenzione, però. Qualora dovesse essere estesa l’ape social anche ai lavoratori siderurgici dal 2018, il nostro lettore potrà lasciare il lavoro fin dai primi mesi del prossimo anno, facendo la domanda per l’ape social.