Alla Fonte della crescita
«fondi complementari
assicurano un futuro»

Alberto Pieri

ROMA

«INVESTIRE nei fondi pensione complementari di categoria conviene e rende». A certificarlo, numeri alla mano, è Anna Maria Selvaggio, direttore generale di Fonte, la struttura di previdenza integrativa, con oltre 211mila iscritti, per tutto il commercio, il terziario, il turismo e una serie mista di altri comparti: «Sì – insiste la manager – vale la pena aderire sia sul versante fiscale, sia su quello dei rendimenti. E non è secondaria neppure la possibilità di garantirsi un reddito ponte nel caso di disoccupazione quando non si è più giovani».

Partiamo dalla gestione finanziaria delle risorse dei vostri iscritti. Quale è il bilancio dei rendimenti?

«C’è soddisfazione per i risultati conseguiti, le scelte strategiche intraprese da Fonte hanno consentito negli ultimi anni apprezzabili rivalutazioni dei contributi versati dagli iscritti, delineando un quadro di medio-lungo periodo coerente con le finalità di investimento del Fondo e con l’obiettivo previdenziale. Le quattro linee di gestione finanziaria tra le quali gli aderenti possono scegliere, articolate per gradi di rendimento atteso e rischiosità, hanno tutte conseguito performance medie positive e superiori al tasso di rivalutazione del Tfr. Ad esempio, il comparto di investimento a maggiore esposizione azionaria, Dinamico, ha registrato nell’ultimo quinquennio un apporto medio annuo del +8%».

E quest’anno?

«La gestione sta fornendo ulteriori elementi di favorevole continuità con il percorso di crescita: a ottobre tutte le linee di investimento hanno raggiunto i massimi storici, con rendimenti crescenti in base al rischio sostenuto. Il miglioramento del quadro macroeconomico internazionale ha rappresentato un importante supporto all’andamento dei mercati, così come la politica monetaria della Bce».

E i vantaggi fiscali per il lavoratore che aderisce?

«Se il lavoratore sceglie di aderire a Fonte (come ad altri fondi negoziali), e oltre al Tfr decide di versare anche un contributo, il datore di lavoro ha l’obbligo di versargli il contributo contrattualmente previsto. Un secondo importante vantaggio è la deducibilità dal reddito fino al valore di 5.164,57 euro dei contributi versati. Per l’aderente il risparmio fiscale è immediato, viene riconosciuto direttamente in busta paga. Si può aggiungere la tassazione con aliquota del 20%, più bassa che per altri investimenti analoghi, dei rendimenti ottenuti dalla gestione del capitale accumulato».

Le ultime novità prevedono una prestazione anticipata per i disoccupati. A quali condizioni?

«È stato previsto l’anticipo della rendita in caso di cessazione del rapporto ci lavoro che comporti la disoccupazione per un periodo superiore ai 24 mesi (invece di 48). La prestazione pensionistica, erogata in forma di rendita temporanea, su richiesta dell’iscritto, può essere concessa con un anticipo di 5 anni rispetto alla maturazione del diritto alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza».


LA STORIA DELLA SETTIMANA

Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com

risponde RAFFAELE MARMO

GIOVANE, PRECARIO E CON I CONTRIBUTI SULL’ALTALENA QUELLI COME ME ANDRANNO MAI IN PENSIONE?

Mi chiamo Sandro S. Sono nato nel 1980 e ho cominciato a lavorare dal 2000 in poi con contratti vari, cocopro e a termine. Attualmente ho un ennesimo contratto a tempo determinato. Vorrei sapere quando potrò avere la pensione e con quale sistema verrà calcolata. Vorrei sapere anche se si possono sommare contributi versati in più enti.

COLORO che hanno cominciato a lavorare dal primo gennaio 1996, come è il caso del nostro giovane lettore, andranno in pensione con l’assegno calcolato interamente con il sistema cosiddetto contributivo: in pratica contano i versamenti effettuati rivalutati e l’età che si avrà al momento del pensionamento. È evidente che con carriere discontinue e lavori retribuiti non in maniera significativa il risultato, in termini di importo della pensione, sarà relativamente modesto. Anzi, in base alle regole attuali post-Fornero, la stessa possibilità di lasciare l’attività per la pensione è legata anche all’importo del trattamento maturato. Tanto che nel cantiere previdenziale aperto circola l’ipotesi in base alla quale si prevede che coloro che sono interamente nel sistema contributivo e hanno avuto carriere discontinue, in futuro, potrebbero andare in pensione, con almeno 20 anni di contributi, a condizione che abbiano maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (pari oggi a 448 euro) invece dell’attuale 1,5. Il che, tradotto, significa che potrebbero andare in pensione 4 anni prima anche con una pensione di 538 euro attuali invece di dover per forza arrivare a 672 euro, pena dover attendere i 70-72 anni e passa.

L’ETÀ minima di uscita, comunque sia, è correlata anche in questo caso alla cosiddetta speranza di vita. Dunque, prevedere quando il nostro lettore potrà andare via è al momento largamente complicato. Sappiamo di sicuro che dal 2019 la soglia attuale aumenterà di 5 mesi. Ma la dinamica successiva è imponderabile tanto più che il meccanismo, come annunciato dal governo, cambierà dal 2021 in avanti. La soglia dei 68-69 anni è certamente all’orizzonte.