«Così cambia il lavoro
al tempo dei robot»
Servono nuove regole

Raffaele Marmo

ROMA

ROBOT, intelligenza artificiale, ‘internet delle cose’. Insomma, la digitalizzazione dell’economia e dei processi produttivi – la cosiddetta Industria 4.0 – che impatto avrà sul mercato del lavoro italiano? Quanti e quali posti scompariranno e quanti e quali nasceranno ex novo? Quali sfide pone la nuova rivoluzione industriale permanente dentro la quale siamo immersi? Sono queste le principali domande alle quali punta a dare una prima risposta, soprattutto politica e di prospettiva, la Relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva specifica svolta dalla Commissione Lavoro del Senato. Un documento denso ma snello, frutto di decine di audizioni e consultazioni, che in un Paese e in un Parlamento di feroci contrasti ha il merito, come rileva il Presidente Maurizio Sacconi, di essere varato in modo unanime, con qualche limitato dissenso (5 Stelle, SI, Mdp) che non si è manifestato nel voto.

MA ANDIAMO subito a uno snodo del Rapporto. «L’Italia affronta le novità con un mercato del lavoro nel quale, nonostante i recenti incrementi dell’occupazione segnalati dall’Istat, permangono dualismi e criticità. Il tasso di occupazione è tra i più bassi del continente, così come quello di disoccupazione tra i più alti, e soprattutto spicca la percentuale di inattivi». Non solo. «La crescita degli occupati si concentra soprattutto in lavori a basso valore aggiunto e bassa produttività». «La trasformazione di Industria 4.0 – si osserva – si innesta, nel nostro Paese, in uno scenario socio-economico già polarizzato e nel quale possono ulteriormente accentuarsi le tendenze all’ulteriore polarizzazione delle competenze, dei redditi e dei territori». Vanno governate, dunque, le conseguenze della digitalizzazione. E per questo il documento – spiega l’ex ministro Sacconi – fissa le grandi sfide che attendono la responsabilità dei decisori pubblici e che riguardano il nuovo diritto del lavoro, il rapporto tra legge e contratto, il differenziale tra velocità dell’innovazione e dell’apprendimento, l’occupabilità nel nuovo mercato transazionale del lavoro, la prevenzione degli infortuni nel lavoro agile, la tutela dei tempi per gli affetti e il riposo nella connessione continua, i processi di urbanizzazione digitale, l’anticipo delle scelte di vita perla vitalità demografica, il nuovo welfare al tempo della discontinuità lavorativa. Fino a quella che è un po’ la chiave metodologica dell’approccio al futuro: «Meno legge e più contratto».

DA QUI la conclusione: «Il documento è una piattaforma condivisa sulla quale potranno appoggiarsi le diverse proposte politiche, secondo una dialettica non più conflittuale, e talora persino violenta, come in passato è accaduto». Una nota non casuale, se si considera che il dossier è stato dedicato proprio alle molte vittime del terrorismo per causa del lavoro, da Rossa a Taliercio, da Tarantelli a D’Antona, a Biagi e a molti altri.

LA STORIA DELLA SETTIMANA
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risponde RAFFAELE MARMO

LE NUOVE POSSIBILITÀ DELL’APE SOCIAL ANCHE NEL 2019 SI POTRÀ ANDAR VIA A 63 ANNI

Mi chiamo Giovanni A. Sono nato nel maggio del 1956. Lavoro come infermiere turnista in ospedale e rientro nelle categorie dei lavori gravosi. In teoria potrei chiedere l’Ape social, ma compio i 63 anni previsti solo nel 2019. Non ho capito bene se in quell’anno posso chiedere l’anticipo o se la possibilità si esaurisce nel 2018. Mi può aiutare?

LA DOMANDA posta dal signor Giovanni è di stretta attualità. Al momento, secondo le regole attuali, l’Ape social si esaurirà alla fine del 2018. Dunque, solo i nati entro il 1955 potrebbero richiedere l’anticipo gratuito: questo perché sono richiesti almeno 63 anni di età come soglia di accesso. Fin qui lo stato delle norme in vigore a oggi. Ma dobbiamo fare attenzione a quello che potrà accadere nelle prossime settimane e che riguarda direttamente anche coloro che si trovano nelle condizioni segnalate dal nostro lettore. Nella manovra all’esame del Parlamento, infatti, è stata ipotizzata, da una modifica chiesta da più gruppi politici, la proroga dello strumento al 2019. Se questo dovesse accadere, come è immaginabile, allora anche il signor Giovanni, come tutti i nati nel 1956, rientrerà tra coloro che potranno lasciare il lavoro con tre anni e sette mesi di anticipo, ottenendo questa forma di prestazione provvisoria fino alla conquista della pensione vera e propria.

IL TEMA dei lavori gravosi, però, va oltre l’Ape social, perché finisce per toccare anche la vicenda dell’innalzamento dell’età pensionabile sulla base dell’aumento della speranza di vita. Anche in questo caso si tratta di novità in cantiere e da approvare, ma il governo ha presentato una proposta ai sindacati che contempla l’esclusione di coloro che svolgano attività pesanti dall’incremento dei requisiti pensionistici in programma dal 2019. E così, se anche questa soluzione dovesse arrivare in porto, i lavoratori impiegati in mansioni gravose potranno comunque contare sul blocco dell’età pensionabile a 66 anni e sette mesi. Il che sarà utile soprattutto dal 2020, quando non si potrà più ricorrere all’Ape social.