Casse e fondi pensione
tesoro da 200 miliardi
Il 60% investito all’estero

ROMA

SE LE CASSE PRIVATE dei liberi professionisti hanno raggiunto nel 2016 ottanta miliardi di euro di risparmio previdenziale gestito, con una crescita del 6% (+4,6 miliardi), i Fondi pensione complementari hanno toccato quota 122,5 miliardi (+10 sull’anno precedente). In totale siamo oltre i 200miliardi di patrimonio. Ma come è investito il capitale accumulato dai Fondi? Quanta parte rifluisce nell’economia reale italiana? Quanta, invece, è impiegata all’estero? Come per le Casse, anche in questo caso torna utile prendere in considerazione l’ultima radiografia aggiornata di Covip, l’Autorità di vigilanza sulle forme di previdenza extra-Inps. Analizzando i numeri del report, possiamo verificare che «gli investimenti domestici si attestano alla fine del 2016 a 39,9 miliardi di euro, corrispondenti al 32,5% delle attività totali (122,5 miliardi, valore calcolato escludendo i Pip ‘vecchi’, i fondi preesistenti interni e le riserve matematiche presso imprese di assicurazione); gli investimenti non domestici arrivano a 68,9 miliardi, pari al 56,2% delle attività. Confrontando i dati col 2015, si osserva una riduzione della quota di investimenti domestici di circa 2 punti percentuali, in larga parte imputabile ai titoli di Stato (1,5 punti percentuali).

NELLO SPECIFICO, i Fondi pensione hanno investito nell’economia italiana 31,1 miliardi di euro (25,4% delle attività totali) in titoli di Stato; 3,9miliardi (3,2% del totale) in investimenti immobiliari; 3,4 miliardi (2,8%) in titoli emessi dalle imprese, così suddivisi: 2,3miliardi in obbligazioni e 1,1 miliardi in azioni. Ma se consideriamo solo il totale degli investimenti (108,7 miliardi di euro), escludendo liquidità, polizze assicurative e altre attività, l’incidenza della quota allocata in Italia sarebbe pari al 36,7% e quella in Paesi diversi dall’Italia al 63,3%. Come emerge nettamente non solo gli investimenti cosiddetti domestici sono ampiamente inferiori a quelli esteri, ma nell’ambito dei primi solo 3,4 miliardi possono essere considerati impiegati nell’economia reale e nelle imprese. Siamo e continuiamo a essere lontani da quel ruolo di volano e di carburante per la ripresa che la previdenza complementare potrebbe avere e che ha in altri contesti nazionali. Da qui anche le sollecitazioni che arrivano dal fronte sindacale per un diverso utilizzo delle risorse a favore del sistema Paese. «Il sindacato, attore primario dei fondi negoziali, non può non porsi questo problema e agire di conseguenza – avvisa Brunetto Boco, leader della Uiltucs, la categoria della Uil del terziario e dei servizi –. Certo, occorrerebbe anche che dal governo, già con la legge di Bilancio, si introducessero incentivi fiscali ad hoc per questo tipo di investimenti, oltre a ridurre la tassazione che è stata accresciuta negli anni passati».

SULLA STESSA LINEA Paolo Pirani, alla guida della Uiltec, il sindacato della Uil dell’energia, del tessile e della chimica: «Non c’è dubbio. Occorrerebbe utilizzare una parte considerevole di quel patrimonio a favore della nostra crescita». La parola, dunque, è al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che con la manovra imminente potrebbe dare un segnale nella direzione invocata dal sindacato.

Raffaele Marmo

LA STORIA DELLA SETTIMANA

Risponde RAFFAELE MARMO

Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com

LAVORO DAL 1980 E ANDRÒ IN PENSIONE COL SISTEMA MISTO L’ASSEGNO LEGATO ALL’ULTIMO STIPENDIO O AI CONTRIBUTI?

Mi chiamo Marco S. Sono nato nel 1960. Ho cominciato a lavorare nel 1980. Vorrei sapere con che sistema si calcolerà la mia pensione. Ho sentito che rientro nel «misto». Che cosa vuol dire? Conta ancora il mio stipendio ai fini del conteggio della pensione o contano solo i contributi versati? Che differenza c’è tra sistema contributivo e sistema retributivo?

FISSIAMO un punto fermo: la pensione nelle sue diverse forme (di vecchiaia, anticipata e così via) può essere calcolata secondo due modalità, retributiva e contributiva, che possono anche intrecciarsi e dare luogo a un conteggio misto. Il metodo retributivo si basa sulla media delle retribuzioni o dei redditi – nel caso dei lavoratori autonomi – percepiti in un arco di tempo, a seconda dei casi gli ultimi cinque anni, gli ultimi dieci, l’intera vita. La rendita, sulla scorta degli anni di contributi versati, è pari a una percentuale di quella retribuzione media o di quel reddito. Il metodo contributivo, invece, si fonda sulla quantità di contributi accreditati, adeguatamente rivalutati. E la loro trasformazione in rendita si realizza utilizzando coefficienti di conversione, correlati all’età che si ha quando si va in pensione.

FACCIAMO ancora un altro passo in avanti. E chiariamo a chi si applicano le tre formule magiche. Nel 1995 la riforma Dini ripartì i lavoratori in tre categorie: alla prima appartenevano e appartengono coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contributi; alla seconda coloro che ne avevano di meno; alla terza coloro che non avevano ancora cominciato a lavorare e avevano zero contributi. Per i primi, i cosiddetti «diciottisti», fu mantenuto in vita il vecchio sistema retributivo anche per il futuro. Per gli appartenenti alla seconda categoria fu prevista l’applicazione del metodo retributivo per i contributi versati fino al 31 dicembre 1995 e l’utilizzo del nuovo meccanismo contributivo (allora introdotto per la prima volta) per i contributi versati dal 1° gennaio 1996 in poi. Per i giovani che avrebbero cominciato a lavorare e versare da quel primo gennaio in avanti fu sancita l’applicazione del solo contributivo. La riforma Fornero ha esteso il metodo contributivo anche ai diciottisti, per i contributi versati dal 1° gennaio 2012.