Liberi professionisti,
80 miliardi nelle Casse
«Regole per investirli»

Raffaele Marmo

ROMA

OTTANTA miliardi di euro. È questa la cifra tonda raggiunta dall’ammontare del risparmio previdenziale gestito dalle Casse privatizzate dei liberi professionisti a fine 2016. Un livello di attività totali in crescita del 6% (più 4,6 miliardi) rispetto all’anno precedente. Un fiume di denaro che continua a essere investito largamente in immobili, titoli di Stato e fondi esteri, con limitati investimenti nell’economia reale del nostro Paese. A offrire l’ultima radiografia aggiornata su patrimonio e flussi delle Casse private è la Covip, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensione complementari che da qualche anno vigila anche sulle strutture che gestiscono la previdenza obbligatoria di primo e secondo pilastro. Ebbene, se guardiamo il report sotto il profilo degli investimenti nel sistema Paese, si rileva «che gli investimenti domestici delle Casse ammontano a 32,9 miliardi di euro, il 41,1% delle attività, in diminuzione di 1,7 punti percentuali rispetto al 2015; di poco superiori gli investimenti non domestici, che si attestano a 33,1miliardi, corrispondenti al 41,4% del totale, registrando un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2015».

«NELL’AMBITO degli investimenti domestici – si osserva – restano predominanti gli investimenti immobiliari (18,1 miliardi di euro, il 22,6% delle attività totali) e i titoli di Stato (8,8 miliardi di euro, l’11 per cento delle attività totali); nel confronto con il 2015, l’incidenza sul totale delle attività registra una diminuzione, rispettivamente, di circa un punto percentuale». E alla fine si nota che sono presenti «i titoli di debito e di capitale per un ammontare rispettivamente pari a 1 e a 2,9 miliardi di euro; nell’insieme, essi corrispondono al 4,9% delle attività, percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 2015». Senza contare che «nell’ambito dei titoli di capitale figura il controvalore delle quote del capitale della Banca d’Italia sottoscritte da 8 Casse per circa un miliardo». Se l’investimento nell’economia reale italiana rimane limitato, non si può non osservare come l’insieme delle attività di investimento delle Casse abbia bisogno di una regolazione e di una vigilanza ampliate e sostenute. Come? Con due tasselli che mancano. Il primo è l’atteso (ma mai varato) regolamento del ministero dell’Economia su criteri e limiti degli investimenti delle Casse. Un vuoto che pesa. «Si tratta – spiega il presidente della Covip, Mario Padula – di una mancanza che si fa sentire perché, al contrario, una disciplina unitaria e univoca renderebbe meno difficoltoso il processo di diversificazione degli investimenti che le Casse devono avviare o proseguire». Il secondo bullone da stringere nel meccanismo di controllo tocca direttamente l’Authority: nell’organico mancano o sono comunque insufficienti attuari, economisti, analisti finanziari, per citare le figure principali. E mancano perché le risorse trasferite alla Covip sono al lumicino. Per rimpinguarle basterebbe estendere alle Casse il contributo di vigilanza che da sempre versano i fondi pensione. Come accade, d’altra parte, per tutti i soggetti operanti in mercati o contesti con la presenza di Autorità indipendenti. Ebbene, lamanovra in arrivo potrebbe essere l’occasione per colmare il gap e irrobustire l’attività di vigilanza.


LA STORIA DELLA SETTIMANA

risponde RAFFAELE MARMO

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POTRÒ AVERE L’ANTICIPO PENSIONISTICO VOLONTARIO ANCHE SE NEL 2019 SCATTA L’AUMENTO DELL’ETÀ?

Mi chiamo Mauro M. Mi rivolgo a lei sperando di poter avere una risposta sull’Ape volontaria, anche se i decreti attuativi non sono ancora pubblicati. Sono un dipendente pubblico con 39 anni di servizio e sono nato nel dicembre 1955. C’è la possibilità di rientrare nell’Ape al compimento dei 63 anni, soprattutto in relazione al requisito dei 3 anni e sette mesi dalla pensione?

L’ANTICIPO pensionistico volontario è definito nei dettagli. Perché diventi operativo, però, mancano passaggi chiave: non solo la pubblicazione del decreto attuativo sulla Gazzetta ufficiale. Ma principalmente le convenzioni con le banche e le assicurazioni su tassi e premi applicabili. È verosimile che si arriverà agli inizi di dicembre per la piena operatività. A quel punto i lavoratori (300mila secondo le stime del governo) potranno chiedere, anche retroattivamente dal primo maggio, il prestito-ponte che permette di anticipare l’uscita dal lavoro fino a tre anni e sette mesi rispetto all’età pensionabile. Con un costo di circa il 5% per ogni anno di anticipo, per un totale del 18-20% per il massimo dell’uscita anticipata. A differenza dell’Ape social, prestazione assistenziale gratuita destinata a categorie di cittadini in condizioni disagiate, l’Ape volontario, dunque, è un vero prestito oneroso erogato da una banca in quote mensili per 12 mensilità e garantito dalla pensione di vecchiaia che il beneficiario otterrà alla maturazione del diritto. È previsto in via sperimentale dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018: da qui la possibilità di ottenere gli arretrati. L’Ape volontario può essere richiesto da dipendenti pubblici e privati, da lavoratori autonomi e dagli iscritti alla gestione separata. Sono esclusi i liberi professionisti iscritti alle Casse private. Per accedere al prestito è necessario avere almeno 63 anni di età e 20 anni di contributi; maturare il diritto alla pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi; importo della futura pensione mensile pari o superiore a 1,4 volte il trattamento minimo (circa 770 euro mensili). Attenzione: se aumenta l’età pensionabile, si potrà chiedere un finanziamento supplementare. È il caso del signor Mauro, che potrà chiedere l’anticipo anche se scatta l’incremento dell’età dal 2019.