Uno su tre sottomille euro
Rapporto sui pensionati divisi per classi di reddito
Sei milioni nella fascia bassa

Claudia Marin

ROMA

UNO SU TRE può contare ogni mese su meno di mille euro. E’ il principale dato sulle condizioni economiche dei pensionati, così come emerge dall’ultimo Rapporto annuale Inps presentato dal presidente Tito Boeri. Il che vuol dire come 5,8 milioni di pensionati italiani, ovvero il 37,5% dei 15,5 milioni totali, abbiano percepito meno di mille euro mensili. Approfondendo tra tabelle, numeri e grafici, emerge anche come le donne siano penalizzate rispetto agli uomini: il 46,8% (3,8 milioni) si ferma sotto la soglia indicata, contro il 27,1% degli uomini. Se scendiamo più nel dettaglio, si scoprono altri pezzi che compongono il puzzle dei redditi dei pensionati. Su oltre 23 milioni di pensioni (che è cosa diversa dal numero dei pensionati, perché ogni pensionato può cumulare anche più assegni a vario titolo), si nota che le prestazioni tra 500 e 1.000 euro sono più numerose rispetto ad altre pensioni di diversa classe di importo e sono pari a oltre 9 milioni. Le pensioni fino a 500 euro sono circa 5.900.000 e rappresentano il 24-25% del totale; quelle tra 1.000 e 1.500 euro sono oltre 3 milioni e 150mila pari al 12-13% del totale. Infine, l’insieme delle pensioni che superano i 1.500 euro è costituito da poco meno di 5 milioni di pensioni, pari al 20-21,6 per cento del totale. Se si passa dall’analisi delle pensioni per classi di importo all’analisi dei pensionati (oltre 16 milioni) per classe di reddito pensionistico, costituito dalla somma degli importi di tutte le pensioni percepite dal pensionato, si osserva che la distribuzione si sposta verso le classi di reddito più elevate.
LA PRIMA CLASSE (fino a 500 euro) è rappresentata dal 12% circa dei pensionati, la seconda (500-999) dal 26-27%, la terza classe, tra i 1.000 e i 1.500 euro, dal 20-21%; infine i pensionati con redditi oltre i 1.500 euro mensili sono circa 6.300.000, pari al 38-39% del totale. Dall’analisi delle differenze tra redditi maschili e femminili si nota che le classi di reddito pensionistico oltre i 1.500 euro mensili sono popolate molto di più da maschi che da femmine; infatti in tali classi i pensionati maschi rappresentano il 50% del totale dei maschi, mentre per le pensionate femmine l’analoga percentuale sul totale femminile scende sino al 28%.
SE CONSIDERIAMO, infine, la distribuzione dei pensionati per classe di importo del reddito pensionistico e ripartizione geografica, si conferma che i pensionati delle regioni meridionali e delle isole percepiscono importi più bassi rispetto a quelli residenti nelle altre zone geografiche. Nel Mezzogiorno infatti il numero dei pensionati con redditi pensionistici sotto i 1.000 euro supera il 48% del totale, mentre nelle altre aree geografiche tocca il 32% e il 36% rispettivamente al Nord e al Centro. Di contro i pensionati che percepiscono importi tra 1.500 e 2.000 euro al Nord superano di oltre 7 punti percentuali quelli dal Mezzogiorno. Mentre i pensionati delle classi più alte, oltre i 2.000 euro mensili, residenti nel Mezzogiorno sono il 18%, contro il 24% e il 25% delle altre aree geografiche.

Pensioni: risponde l’esperto

Inviare i quesiti a: angeloraffaelemarmo@gmail.com

Sandro S. Sono nato nel 1956 ho iniziato a lavorare nel 1976 Quando andrò in pensione con le regole attuali?

Il signor Sandro S.  è nato nel 1956 e ha cominciato a lavorare nel 1976 Chiede quando potrà andare in pensione con le regole attuali

IL CASO

del signor Sandro ci porta a parlare del destino previdenziale dei nati nel 1956. I nati nel 1956, se hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 15 anni, hanno già maturato i requisiti per il pensionamento di anzianità negli anni passati e, con molta probabilità, sono già in pensione. Se hanno cominciato a lavorare tra i 16 e i 23 anni (24 se donne), la prima data utile per uscire riguarda il pensionamento anticipato, rispettivamente tra il 2014 e il 2023, quando raggiungono i requisiti contributivi previsti. Se, invece, hanno cominciato a lavorare dai 24 anni (dai 25, se donne) in avanti si applica loro interamente la riforma e la prima data utile riguarda il pensionamento di vecchiaia: maturano l’età pensionabile di 67 anni e 5 mesi nel corso del 2023 o del 2024 a seconda che siano nati prima o dopo il 31 luglio del 1956. Se hanno cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996, si applica loro interamente il metodo di calcolo contributivo e possono ottenere anche il pensionamento di vecchiaia sprint: maturano l’età richiesta di 64 anni nel corso del 2020.

Retributivo e contributivo Quale è la differenza?

Mi chiamo Giovanni S. Ho sentito parlare spesso di retributivo e contributivo per il calcolo della pensione. Vorrei sapere cosa cambierà nel momento in cui smetterò di lavorare, se il calcolo produce una pensione notevolmente diversa. Quale è la differenza?

IL METODO di calcolo retributivo si basa sulla media degli stipendi degli ultimi cinque o dieci anni di lavoro e la pensione è pari a una percentuale di quella media. Il sistema di calcolo contributivo, al contrario, si fonda sulla somma dei contributi versati, opportunamente rivalutati, e sulla loro trasformazione, attraverso adeguati coefficienti, in rendita. I «numeri» utilizzati per la conversione sono rapportati all’età al momento del pensionamento. Il primo metodo si applica fino al 2011 a coloro che avevano almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Si applica fino al 31 dicembre 1995 per coloro che avevano meno di 18 anni di contributi a quella data. Dal 2012 si applica a tutti il meccanismo contributivo. La pensione, dunque, a seconda dei casi sarà composta da diversi spezzoni conteggiati con congegni variabili.

Marco, nato nel ’58, dipendente privato da 38 anni Quale sarà l’anno giusto per poter smettere?

Mi chiamo Marco V. Sono nato nel settembre del 1958. Lavoro nel settore privato come dipendente dal 1979. Quando potrò andare in pensione dopo le ultime novità e con quale penalizzazione?

LE DOMANDE del lettore offrono l’opportunità di definire innanzitutto il quadro di riferimento per coloro che sono nati nel 1958. Diciamo subito che le condizioni per uscire dal lavoro sono uguali per uomini e donne, lavoratori pubblici e privati. Ebbene, ai nati nel 1958 si applica interamente la riforma e, se hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 23 anni (24 se donne), la prima data utile per “uscire” riguarda il pensionamento anticipato, rispettivamente tra il 2014 (2013 per le donne, quindi possono essere già in pensione) e il 2025, quando raggiungono i requisiti contributivi previsti.

SE HANNO cominciato a lavorare dai 24 anni (uomini) o dai 25 (donne) in avanti, si applica loro interamente la riforma e la prima data utile riguarda il pensionamento di vecchiaia: maturano l’età pensionabile di 67 anni e 9 mesi nel corso del 2025 o del 2026 a seconda che siano nati prima o dopo il 31 ottobre 1958.

SE HANNO cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996, si applica loro interamente il metodo di calcolo contributivo e possono ottenere anche il pensionamento di vecchiaia sprint: maturano l’età richiesta di 64 anni e 3 mesi o di 64 anni e 5 mesi nel corso del 2022-2023 a seconda che siano nati prima o dopo il 30 settembre 1958. Quanto alle penalizzazioni, non sono più previste. Si tratta solo di rispettare la giusta alchimia tra età anagrafica e contributi versati.