LA STAGIONE DELLE FUSIONI

Dopo le nozze finita la luna di miele
I salvataggi pesano sui primi bilanci
Banco Bpm, un modello virtuoso

Camilla Cresci

MILANO

A DIECI ANNI esatti dalle ultime fusioni, il 2017 ha segnatola ripresa del consolidamento bancario. Con la sola eccezione della fusione tra la Popolare di Milano e il Banco Popolare però, tutti i patti sono stati dei salvataggi in cui il cavaliere bianco si è fatto carico del risanamento della preda, scaricando buona parte dei costi sul sistema o direttamente sullo Stato. Così è stato per l’intervento di Ubi Banca su Banca Etruria, CariChieti e Banca Marche, tre dei quattro istituti andati in risoluzione a fine 2015, mentre Carife è finita qualche mese dopo a Bper Banca. Arrivato al termine di un’estenuante trattativa, il salvataggio delle quattro banche ha coinvolto direttamente il sistema bancario; soprattutto i big, che hanno dovuto farsi carico dei costi strutturali dell’operazione, a partire dai crediti deteriorati. Qualcosa di molto simile è accaduto per la messa in sicurezza delle tre casse (Rimini, Cesena e San Miniato) che ha visto come cavaliere bianco Cariparma Credit Agricole. In questo caso il paracadute è stato aperto dal Fondo interbancario di tutela dei depositi che ha impegnato tutte le sue risorse finanziarie nel salvataggio. Senza dimenticare il ruolo del fondo Atlante che ha giocato un ruolo di primo piano in quasi tutti i salvataggi, intervenendo sul credito deteriorato.

PROPRIO IN QUESTI mesi Ubi, Bper e Cariparma sono al lavoro sull’integrazione delle prede nella propria rete commerciale. Un processo non facile in un periodo in cui la Vigilanza europea è sempre molto attenta alla solidità patrimoniale. Per la messa in sicurezza di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, il lavoro è stato complicato dalle dimensioni del deal e soprattutto dai diktat imposti da Bruxelles. Così Tesoro e Bankitalia hanno estratto dal cilindro il nuovo strumento della liquidazione ordinata, separando good bank e bad bank e affidando gli asset in bonis a Intesa Sanpaolo. La banca guidata da Carlo Messina ha chiuso in dicembre il processo di integrazione, conducendo in porto soprattutto il delicato passaggio dei sistemi informativi senza creare disagi alla clientela. Non è escluso peraltro che l’istituto possa giocare un ruolo anche nella gestione degli asset deteriorati, che dovrebbero confluire in Sga per il processo di smaltimento.

TUTT’ALTRA genesi ha avuto invece la fusione tra Banco Popolare e Bpm che la scorsa settimana ha tenuto a battesimo il primo bilancio. Le tribolate nozze tra la banca di Giuseppe Castagna e quella di Pier Francesco Saviotti hanno dato finora frutti incoraggianti. Se infatti il processo di integrazione è andato secondo i piani, la fortunata cessione di Aletti Gestielle ad Anima Holding e l’accordo sulle società bancassicurative sono stati particolarmente apprezzati dal mercato. Così come il ritmo di smaltimento dei crediti deteriorati che sta procedendo più rapidamente del previsto e dovrebbe raggiungere a giugno il traguardo degli 8 miliardi di npl ceduti. Banco Bpm potrebbe insomma fungere da modello industriale per gli istituti di credito che nei prossimi mesi o anni sceglieranno la strada del consolidamento. Una strada per la verità obbligata per molti se è vero che la redditività media di sistema resterà bassa e la fame di capitale non si attenuerà. La lista degli istituti coinvolti potrebbe essere molto lunga: si va dal Credito Valtellinese che tra qualche settimana affronterà un delicatissimo aumento di capitale da 700 milioni a Carige, solo temporaneamente scampata dalle tagliole della Bce. Senza dimenticare pesi medi come Bper o Ubi per cui molti analisti si attendono un ulteriore round di acquisizioni. Il ballo del credito è insomma ricominciato. D’altronde l’a.d. di Ubi Banca Victor Massiah parlando del futuro del sistema bancario ha detto: «È scolpito nella pietra che ci saranno occasioni di consolidamento positive per tutti. Non stiamo parlando del prossimo trimestre, ma dei prossimi anni».

Carige. L’offensiva di Malacalza, resa dei conti rinviata

GENOVA

LA RESA DEI conti è solo rimandata. A due mesi dal delicato aumento di capitale che ha determinato il futuro della banca, Carige è reduce dall’ennesima bufera. Il vice presidente e primo azionista Vittorio Malacalza ha infatti messo sotto accusa gli advisor e il top management, rinfacciando loro un disegno per espropriare i soci storici dell’istituto. Un’accusa messa nero su bianco e discussa la scorsa settimana davanti al consiglio di amministrazione della cassa genovese. Sarebbe difficile non vedere in questa ennesima mossa a sorpresa di Malacalza uno sgambetto all’amministratore delegato Paolo Fiorentino che, tra novembre e dicembre, fu il regista dell’aumento di capitale. Il vice presidente ha in sostanza chiesto chiarimenti sull’ingresso dei nuovi azionisti e sull’ipotesi, caldeggiata dal consorzio di garanzia, di togliere il diritto di opzione all’aumento. Accuse, a ben vedere, pretestuose che difatti si sono subito sgonfiate in cda quando Fiorentino ha spiegato le proprie ragioni.

È PERALTRO plausibile che in questa fase gli amministratori vogliano evitare un nuovo ribaltone al vertice dopo la brusca uscita di Guido Bastianini all’inizio dell’estate e con gli occhi della Bce puntati addosso. Così il board ha implicitamente rinnovato la propria fiducia al ceo, rimandando un’eventuale resa dei conti tra gli azionisti alla più consona sede dell’assemblea. Anche perché, si fa notare, Malacalza ha formulato le proprie obiezioni da socio e non da amministratore e dunque il consiglio non sarebbe l’organo deputato a discuterle. Al momento insomma la resa dei conti è rimandata e i vertici di Carige hanno riguadagnato quel po’ di tranquillità necessaria per procedere con il piano industriale. Così, se la scorsa settimana è stata formalizzata l’alleanza con Ibm per i servizi tecnologici, nei prossimi mesi la banca aggiornerà costantemente l’organo di vigilanza sulla strategia. Ad esempio è prevista la cessione di mezzo miliardo di crediti incagliati dopo le operazioni analoghe compiute sulle sofferenze. Va da sé però che sulla governance è stata siglata semplicemente una tregua e che Malalcalza potrebbe tornare presto alla carica per rivendicare il proprio ruolo di dominus della banca.

Camilla Cresci

Di |2018-05-14T13:14:11+00:0012/02/2018|Finanza|