LA STAGIONE DEGLI AUMENTI DI CAPITALE

Creval supera la boa dell’aumento
Acque agitate nel board di Carige
Mincione vuole un posto a tavola

Camilla Cresci

MILANO

IL CREDITO VALTELLINESE ha quasi superato quella che sarà ricordata come la maggiore sfida della sua storia. La banca di Sondrio ha chiuso l’aumento di capitale da 700 milioni, necessario per la vendita dei crediti deteriorati. Le adesioni si sono fermate a 582 milioni, circa l’83% dell’offerta, un traguardo in linea con le aspettative del consorzio di garanzia per un’operazione dal fortissimo effetto diluitivo. Se infatti da un lato la banca ha dovuto fare i conti con la correzione dei mercati di febbraio, dall’altro sull’operazione ha pesato fino all’ultimo l’incertezza del risultato elettorale. L’inoptato però sarà messo all’asta nei prossimi giorni e diversi fondi hanno opzionato quote importanti; senza considerare l’impegno preso da Algebris, Fonspa e Dorotheum prima del lancio dell’operazione.

A CONTI FATTI l’accollo del consorzio dovrebbe essere minimo. Ragione in più di ottimismo per i banker che hanno seguito l’offerta e che oggi possono considerare compiuta la missione. Con il patrimonio raccolto il Creval potrà smarcare il passaggio centrale del piano, cioè la cessione dei crediti deteriorati, che consentirà alla banca di avere una qualità dell’attivo tra le migliori nel panorama bancario italiano. Il top management potrà a quel punto concentrarsi sulla riduzione dei costi e soprattutto sul recupero dei ricavi, consentendo così agli investitori di ottenere il ritorno sperato sull’investimento. Intanto Banca Carige non trova pace. A pochi mesi dal salvataggio e quasi all’indomani del duro confronto tra l’ad Paolo Fiorentino e l’azionista di maggioranza relativa Vittorio Malacalza, attorno alla cassa genovese si riaccende la bagarre. Questa volta a gettare benzina sul fuoco dell’instabile governance è il finanziere napoletano Raffaele Mincione che, dopo un blitz nel capitale che lo ha portato sopra il 5%, punta a entrare nel consiglio di amministrazione. La richiesta, formalizzata agli amministratori in una missiva, è stata tuttavia rispedita al mittente nei giorni scorsi. Formalmente il cda (che scadrà solo nel 2019) adduce come giustificazione l’impossibilità di integrare l’organo con nuovi amministratori, salvo spontanee dimissioni degli attuali membri. Mincione però non si è dato per vinto e, secondo quanto risulta, potrebbe dare una spallata al board convocando un’assemblea straordinaria. I numeri per chiedere la convocazione ci sono ma non è ancora chiaro se il finanziere disponga di una maggioranza abbastanza ampia per ottenere una revoca del cda.

DI CERTO la geografia della compagine societaria uscita dall’aumento di capitale di dicembre è alquanto complessa. Formalmente la famiglia Malacalza ha consolidato il ruolo di primo azionista con una quota superiore al 20%, ma la sua autorità è tutt’altro che riconosciuta dagli altri soci. In più di un’occasione, ad esempio, Gabriele Volpi si è smarcato ele frizioni non sono mancate. Ci sono poi gli investitori istituzionali entrati nel corso della ricapitalizzazione che potrebbero non gradire il ruolo di azionisti silenziosi. Senza contare la pattuglia di fondi internazionali che oggi detengono una larga fetta del capitale di Carige e che risulta difficile mappare con precisione. Esiste insomma la possibilità che Mincione coalizzi una parte di questi soggetti, facendo leva sull’insoddisfazione verso l’attuale assetto di governance e verso gli equilibri in consiglio. Restando poi nel campo delle ipotesi (sempre particolarmente care al mercato) non si può escludere che la manovra di Mincione abbia più ampio respiro e guardi a qualche soggetto esterno a Carige. Se è vero che l’istituto genovese è un candidato naturale al prossimo risiko bancario, tra i partner più accreditati c’è Banco Bpm. Qualche investitore dalla memoria lunga ricorda che, da azionista di Bpm, Mincione tifò per la fusione con Carige, poi sfumata. L’idea però (che continua a circolare in Piazza Meda) potrebbe essergli rimasta e a breve i tempi potrebbero essere maturi per riportarla sul tavolo delle trattative.

Magneti Marelli. L’idea di Marchionne, spin-off senza quotazione

MILANO

IL PERICOLO che un altro pezzo di Made in Italy voli all’estero sembra scampato. Non è detta l’ultima parola, ma il destino di Magneti Marelli, la controllata di Fca, sembra tracciato. «Non la venderò mai», ha detto Sergio Marchionne a Ginevra. Il top manager pensa a uno spin-off, il senso è distribuire valore agli azionisti e permettere alla società di guardare al futuro con serenità. Il valore emergerà da sé e, già dal 2019, Fca dovrebbe procedere senza Marelli. I contorni dell’operazione sono ancora sfumati, ma è una bella notizia in quanto il gioiellino tecnologico ha fatturato 7,9 miliardi, impiegando circa 43mila addetti, 86 unità produttive e 14 centri di ricerca e sviluppo. La posizione di Marchionne smentisce le indiscrezioni stampa che avevano resuscitato il cosiddetto dual track, il doppio binario che era stato considerato un anno e mezzo fa, con la possibile cessione. Il ceo però non si concentra sull’italianità e ha ricordato che l’automotive lighting è sviluppata in Germania, non in Italia.

QUELLO che ha spinto Marchionne a puntare sullo scorporo sarebbe la creazione di valore per la società e per gli azionisti. D’altronde il manager italo-canadese ha sempre scelto la strada più efficace sotto il profilo della valorizzazione finanziaria. Lo schema è simile a quello percorso nell’operazione Fiat Industrial. Che si allontana un po’ da quello impiegato nel caso Ferrari. Il manager pensa infatti a uno spin-off, «senza Ipo, non è necessaria. Nel caso della Rossa è servita per necessità finanziarie del gruppo; non serve a dare valore alla società». Exor potrebbe rimanere azionista di maggioranza («ne sarei contentissimo», ha detto il ceo di Fca). Non è escluso l’intervento di un partner, «ma deve avere senso». Può anche darsi che il gruppo decida di rivolgersi alla società per lo sviluppo dell’ibrido. «In certi casi lo abbiamo già fatto – ha detto Marchionne –. L’inverter che usiamo sulla Pacific è fatto da loro e anche in Formula 1 usiamo loro forniture. Ma dobbiamo lavorarci». Se questa è la strada individuata da Marchionne per Magneti Marelli, i dettagli verranno resi noti il 1 giugno a Balocco, quando il gruppo alzerà il velo sul nuovo piano industriale 2018-2022.

Camilla Cresci

Di |2018-10-02T09:24:41+00:0012/03/2018|Finanza|