La sfida tra l’Europa e l’Asia

Cina liberista, ma solo all’estero
Dazi e divieti sui prodotti Ue
Bruxelles contro il dumping

Luca Zorloni

MILANO

ALL’ULTIMO vertice di Davos, alla prima uscita di un presidente cinese, il premier Xi Jinping si è presentato come un campione del liberismo e ha candidato Pechino alla guida della globalizzazione. Parole contro i venti di protezionismo che spirano sugli Stati Uniti della neo-eletta amministrazione Trump. Però le parole enfatiche di Xi Jinping sono suonate paradossali anche a chi ha applaudito nella sala conferenza tra le Alpi svizzere. E ancora di più devono essere sembrate bizzarre agli estensori del Position paper della Camera di commercio europea in Cina, che nei giorni in cui Xi Jinping si candidava a nuovo volto dell’economia globale, concludeva il suo rapporto in cui dice che «il linguaggio sulle forze di mercato non è niente di nuovo» nei piani del Politburo, anche se «potrebbe essere in declino».

E QUESTO perché il tredicesimo piano quinquennale di Pechino ritaglia un «maggiore ruolo per il governo cinese nel dirigere lo sviluppo e le priorità dell’economia». Dati confermati da un elemento, che gli industriali europei hanno riscontrato in Cina: mentre Bruxelles allarga le maglie all’importazione di prodotti e servizi dall’Oriente, che con i loro prezzi fanno dumping delle aziende comunitarie, Pechino stringe la cinghia e persegue una politica difensiva. Solo qualche mese fa le autorità del Guangodong hanno imposto unilateralmente tagli dei prezzi fino al 5% sui prezzi dei farmaci anche anche alle compagnie europee. Un caso è il programma «Buy China», che dal 2009 regola gli standard di produzione dei dispositivi medici, dell’informatica, delle telecomunicazioni e di altre industrie. «Dato che gli standard per la produzione domestica non possono essere sviluppati dalle aziende di investitori esteri, questo è l’ultimo atteggiamento discriminatorio verso gli affari europei che sviluppano e producono beni in Cina per il mercato cinese», punta il dito la Camera di commercio europea. La bozza del Catalogo per gli investimenti stranieri, che il ministero cinese del Commercio ha pubblicato due anni fa, non lascia adito a dubbi: gli europei non possono fare affari liberi in tutti i settori dell’economia del Dragone, ma hanno precisi paletti, se non divieti, in campi come l’automobile, l’aviazione e le telecomunicazioni. Pechino, insomma, non ha interesse a fare la liberale se non nei limiti di proclami a voce. A parole, insomma. Nel 2016 il ministero del Commercio ha aggiunto la lista dei prodotti vietati: 328, di cui 12 nuovi e non ancora proibiti dalle precedenti norme. La vite si stringe, non s’allenta. E piani di sperimentazione che quest’anno dovrebbero partire nelle province di Shanghai, Tianjin, Fujian e Guangdong per gli osservatori europei sono «scoraggianti». Tant’è che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico considera la Cina il secondo Paese al mondo tra 59 per limiti all’impresa e per la Banca mondiale il Dragone è l’84esima nazione al mondo per facilità di fare business. Qualche risposta da Bruxelles arriva. La settimana scorsa la Commissione europea ha imposto dazi definitivi alle importazioni di prodotti piatti in acciaio dal Paese di Mezzo. I produttori orientali riuscivano a strappare fino al 120%-127% in meno e i dazi varieranno dal 65% al 73%. Così come il Tribunale della Ue ha confermato che le barriere ai pannelli solari, che la Cina vendeva anche al 47,7% in meno dei concorrenti europei, sono validi.

BRUXELLES ha istituito 41 misure antidumping e poco meno della metà, 18, riguardano prodotti cinesi. Il rischio però è che Pechino bussi all’Organizzazione mondiale del commercio e denunci le barriere comunitarie. Per questo la commissione Attività produttive alla Camera ha chiesto di prendere tutt’altra strada: le proposte della Ue, spiegano i deputati Gianluca Benamati e Ludovico Vico, «non garantiscono quel rafforzamento delle politiche commerciali dei Paesi dell’Ue». E dire che nel frattempo le industrie cinesi avanzano in Europa. Solo l’anno scorso hanno concluso 119 accordi commerciali e le nozze di ChemChina con Syngenta valgono, da sole, 43 miliardi di euro.


Acciaio Pechino taglia 500mila posti di lavoro

LA CINA nel 2017 taglierà 500.000 addetti dell’acciaio e del carbone, due settori affetti da sovracapacità in una fase di rallentamento della crescita economica. Decisione presa dal ministro delle risorse umane, Yin Weimin, secondo il quale i tagli rientreranno in un programma di ricollocamento e verranno offerti dei prepensionamenti. La Cina produce quasi la metà dell’acciaio mondiale. L’anno scorso il governo aveva annunciato 1,8 milioni di tagli nei comparti dell’acciaio e del carbone, di cui nel 2016 ne ha realizzati 726,000. «Il processo – ha spiegato Yin – è avvenuto in modo veloce ed ordinato». «Non ci sono stati grandi conflitti», ha aggiunto. Anche se nel Paese non sono mancate le proteste che vanno avanti già da diversi mesi.

DIETRO la riduzione di produzione e il conseguente taglio poderoso di posti di lavoro ci sarebbe anche una motivazione ambientale. La riduzione della produzione di acciaio e alluminio riguarda infatti 28 città del Nord del Paese, molto inquinate. I tagli comprendono il dimezzamento del lavoro delle acciaierie in quattro grandi città inclusa Tangshan, leader nazionale della produzione del materiale.

A QUESTI si aggiungerebbe la riduzione di circa un terzo nella produzione di alluminio, e del 30% per quanto riguarda la produzione di allumina. L’ordine sarebbe stato emanato dal ministero della Protezione ambientale e dalla commissione per lo Sviluppo, allo scopo di ridurre l’inquinamento dell’aria.

Di |2017-03-15T14:58:24+00:0015/03/2017|Focus Mondo Nuovo|