LA SFIDA PER L’EUROPA

Agrumi, la strategia della Ue:
rilanciare i consumi interni
e aggregare i produttori

Antonio Pollio Salimbeni

BRUXELLES

NEL BIENNIO 2017-2018 la produzione di agrumi nell’Unione europea dovrebbe calare dell’8,5% rispetto al 2017 a causa della riduzione nelle principali regioni del continente: Spagna (primo produttore) meno 12%, Italia (secondo produttore) meno 7%. Tutta colpa delle turbolente condizioni climatiche, siccità e alte temperature. Questo andamento non cambia le caratteristiche del mercato dell’Unione europea: principali sbocchi per l’esportazione restano Cina, Medio Oriente e Canada. Quanto agli Stati Uniti, il commercio continuerà a calare eccetto che per i limoni. IN SPAGNA e Italia si concentra l’80% della produzione di arance, il resto è distribuito principalmente fra Grecia e Portogallo, seguite a grande distanza da Cipro. E l’Unione resta un grande importatore netto di arance, limoni, mandarini, pompelmi, succo d’arancia. Ciononostante, il rilancio dei consumi interni, oltre al sostegno dell’esportazione e ai controlli delle malattie dei prodotti importati (basti pensare al cancro batterico, Xanthomonas citri), è una delle preoccupazioni fondamentali del settore. Non a caso 14 Stati, tra cui Spagna e Italia, hanno lanciato la campagna ‘Fruitjuicematters’, che vuol dire ‘la frutta è importante’ (per la dieta).

IL PERNO della strategia Ue è il modello dell’«organizzazione comune di mercato», che si fonda sulle associazioni di produttori e sul loro principale strumento: il programma operativo che, attualmente, può essere presentato anche dalle sigle che uniscono i produttori (alle quali è assegnato un contributo finanziario Ue in rapporto alla produzione commercializzata). Obiettivo: favorire l’aggregazione di chi produce – importantissima data l’estrema frammentazione del mercato (tipica caratteristica della filiera italiana) – e rafforzarne il potere contrattuale. È sulla difesa di questo modello che si fonda la discussione in corso sul bilancio pluriennale Ue 2021-2027, che sarà amputato di 70-90 miliardi a causa della Brexit. Il settore ortoflorofrutticolo nel suo insieme vale il 3,5% del bilancio Ue, pur rappresentando più del 20% della produzione agricola europea. I produttori di agrumi beneficiano di varie misure nell’ambito della politica agricola comune: pagamenti diretti, il finanziamento dello sviluppo rurale e il sostegno finanziario per le organizzazioni di produttori, per un importo complessivo di circa 700 milioni di euro all’anno. Quanto alla gestione delle difficoltà di mercato, sono tuttora in vigore (e ci si aspetta siano prorogate) le misure per parare gli effetti dell’embargo sulle importazioni imposto dalla Russia in seguito alle sanzioni per l’annessione della Crimea.

I PRODUTTORI inoltre ricevono un finanziamento Ue del 100% per i ritiri destinati alla cosiddetta distribuzione gratuita (ossia, cessione della frutta in beneficenza a fini di consumo), che consente di evitare gli sprechi alimentari. La frutta ritirata dal mercato ma non effettivamente consumata (ad esempio, inviata direttamente al compostaggio), o raccolta prima della maturazione (la cosiddetta vendemmia verde) o non raccolta affatto, riceve livelli di sostegno più bassi. Oltre agli agrumi sono interessate mele e pere; prugne; pesche e pesche noci.

 

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

TRA ITALIANI E CIBO NASCONO NUOVI AMORI

SI STANNO avvicinando i tradizionali appuntamenti dei grandi eventi fieristici che abbracciano il sistema agro-alimentare italiano, primo fra tutti il Vinitaly, dal 15 al 18 aprile a Verona. L’occasione è ghiotta anche per cercare di interpretare quali siano le tendenze che sembrano affacciarsi nei modelli di acquisto del consumatore; certamente nel vino, ma più in generale nella spesa alimentare degli italiani. Ebbene, sembrano confermarsi due tendenze apparentemente contraddittorie ma legate da un filo rosso. Da un lato si confermano le preferenze di quei panieri di beni che ruotano intorno al concetto di ‘qualità’; dall’altro crescono quei beni ad alto contenuto di servizi e convenienza, con prodotti fortemente tecnologici e funzionali. Il primo paniere è caratterizzato da due grandi famiglie di beni: prodotti di origine geografica e biologici, legati ad un’idea di salubrità e naturalità non sempre chiaramente identificata, per la verità, dal consumatore. Com’è noto, la percentuale dei vini e prodotti alimentari a denominazione di origine pone l’Italia al vertice europeo e mondiale per numero e variabilità di denominazione. Se questo conferma l’interesse degli italiani verso questa forma di tracciabilità, è anche vero che il dedalo di denominazioni pretende una competenza del consumatore così specifica che è appannaggio di pochi appassionati. Di fatto, dominano così poche denominazioni di riferimento sia nel vino sia soprattutto nei prodotti alimentari.

TIPICO è il caso del lattiero caseario, con grana padano e parmigiano reggiano che quotano da soli oltre il 50% dei consumi di formaggi Dop. Altrettanto per il comparto dei salumi, dove i prosciutti di Parma e San Daniele raggiungono il 60% dei consumi di carni lavorate di origine. Il tema dei prodotti biologici, anche essi in crescita come entità di spesa, è spesso affiancato a quello dell’origine: vi è una sorta di complementarità tra le due caratteristiche, il che dovrebbe fare riflettere sul futuro. Forse converrà ridurre la proliferazione di nuove denominazioni, ma favorire distretti ispirati alla sostenibilità e ad un sistema certificato e ad altra garanzia di credibilità dei prodotti biologici. Diverso è l’andamento del paniere a elevato contenuto di tecnologia. In questo segmento si osserva il perdurare della crescita del cosiddetto ‘cibo funzionale’, soprattutto softdrinks e derivati del latte, che coprono oltre il 50% del comparto. La doppia anima nei movimenti della domanda non deve stupire, perché è un indicatore della duplice esigenza di naturalità e funzionalità.

Davide.gaeta@univr.it


Citrus, l’orto secondo Natura
conquista i supermarket
«Riscopriamo gli agrumi
che fanno bene a tavola»

CESENA

«OGGI NON BASTA più dire ‘la frutta e la verdura fanno bene’, bisogna spiegare il perché, raccontare il legame fra cibo e salute». Farlo in maniera comprensibile e accattivante, dando contemporaneamente una veste nuova ai propri prodotti, non è cosa da tutti: ‘Citrus – L’Orto italiano’ ci è riuscito. A guidare questa azienda che, in soli tre anni è arrivata a toccare un giro d’affari di 5 milioni di euro, c’è una ragazza di 25 anni, Marianna Palella, siciliana e figlia di genitori con una ventennale esperienza nel settore dell’ortofrutta. Quella di Citrus è una storia di crescita continua, che unisce la riscoperta di agrumi dimenticati alla sensibilità per le nuove frontiere della nutrigenomica, la scienza alla base della filosofia di ‘prevenzione a tavola’. «Siamo partiti con i limoni – racconta Palella -, in particolare col ‘verdello’ della mia terra, la Sicilia. Spesso confuso con il lime, era sparito dalla grande distribuzione, addirittura c’era chi lo faceva marcire sugli alberi perché ritenuto non competitivo con i gialli limoni argentini». E invece… «Invece il limone contenuto soprattutto nella buccia ha fortissime proprietà antitumorali – continua l’amministratrice delegata -. Da qui, dunque, l’importanza di creare e comunicare una linea di agrumi non trattati in superficie». Altra punta di diamante dell’azienda è il bergamotto, agrume particolarissimo che cresce solo in una striscia di territorio in Calabria, «grazie alla felice combinazione della composizione del terreno col microclima dell’area – osserva Palella -. Anche qui il bergamotto, che conta ben 350 polifenoli, ha forti proprietà anti-colesterolo».

LA CARTA vincente di Citrus è stata quella di rinsaldare il legame tra prevenzione e prodotti agricoli d’eccellenza: l’azienda si è presentata ai convegni medici, dialogando con i cardiologi, partecipando a iniziative con la Fondazione Umberto Veronesi. Recentemente sono state consegnate 5 borse di studio a ricercatori da 30mila euro l’una. E l’iniziativa ‘Limoni per la ricerca’ continua fino al 22 aprile: verranno devoluti 40 centesimi su 2 euro (il costo della retina) per dare ulteriore slancio alla ricerca scientifica della Fondazione. «La rete di persone che collaborano alla riuscita di questa iniziativa è davvero vasta, siamo riusciti a mettere insieme sigle diverse della grande distribuzione», osserva Palella. Il principale business di Citrus – che si avvale di 18 collaboratori – restano dunque i supermercati, anche se a fine mese partirà il sito di e-commerce per comprare i prodotti. Ma l’attenzione al marketing non si ferma qui. «Abbiamo lanciato su Boing e Cartoonito (due canali per bambini e ragazzi, ndr) cartoni animati per sensibilizzare i più piccoli sui benefici della frutta. Inoltre ogni mese – chiude l’amministratrice delegata – pubblichiamo alcuni libretti da mettere vicino ai nostri prodotti. Infine, abbiamo dei booklet che vengono inseriti dentro le retine e che mandano messaggi positivi ai clienti: in passato la mia famiglia ha provato sulla propria pelle i morsi della crisi, come tanti, credo che un po’ di ottimismo faccia stare meglio».

Di | 2018-05-14T13:14:07+00:00 09/04/2018|Dossier Agroeconomy|