Rivoluzione digitale mediterranea
Così Napoli spinge le imprese
«Soluzioni 4.0 per il Mezzogiorno»

Nino Femiani
NAPOLI

«PRIMA ascoltare e poi suggerire: è il modello da cui partire per aiutare i piccoli imprenditori a entrare nella quarta rivoluzione industriale». A parlare è Alex Giordano, pioniere della cultura digitale e docente di Comunicazione e Marketing presso il dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Giordano è il general manager del gruppo di lavoro che sta avviando i Pid- Med (Punti Impresa Digitale), strutture previste dal Piano Nazionale Impresa 4.0.

Ci spiega cosa è PidMed?

«E’ uno strumento gratuito, a disposizione delle realtà imprenditoriali che ne possano aver bisogno. Il progetto è promosso dalle Camere di Commercio di Salerno e Caserta, in partnership con il programma ‘Societing 4.0’ della Federico II e il supporto di Unioncamere. La nostra è una ricetta ‘mediterranea’ per favorire la digitalizzazione delle micro, piccole e medio imprese (Mpmi) del Sud attraverso una ‘addomesticazione’ delle tecnologie in base alle specifiche esigenze».

Perché è complicato implementare la tecnologia nelle pmi?

«I benefici di un approccio imprenditoriale 4.0 sono riassumibili in maggiore produttività, flessibilità, qualità, velocità, competitività. Ma nel contesto socio-economico italiano, il gioco si complica molto ed è necessario cambiare le regole. PidMed sperimenta soluzioni personalizzate, adattabili anche alle realtà più piccole».

C’è una ulteriore specificità nel Mezzogiorno?

«Nel Sud esistono moltissime Mpmi con enormi potenzialità che, se aiutate nel modo giusto, possono trasformarsi in eccellenze ».

Perché il modello Silicon Valley non funziona in Italia?

«Potrà essere l’ideale per città metropolitane come Berlino o Londra, dove si trovano multinazionali e giganti dell’economia digitale, ma non può essere sostenibile per l’Italia degli oltre 8.000 comuni fatti di piccole realtà, di medi, piccoli e anche micro imprenditori, di artigiani e del loro saper fare tipico e unico al mondo. Le piccole e medie imprese che hanno fatto grande l’Italia non possono snaturarsi sotto il peso della propaganda tecnologica. Ma è il tempo di addomesticare le tecnologie per rilanciare e fare grandi le nostre imprese nel mondo, producendo impatti positivi sull’economia, l’ambiente e le nostre comunità ».

Le piccole imprese non riescono a entrare nel Piano Nazionale Imprese 4.0. Perché?

«Per un agricoltore o un negoziante è difficile capire cosa voglia dire industria 4.0, Big Data o Internet of Things (IoT). La nostra proposta è di andare sui territori ad ascoltare quali sono le esigenze degli imprenditori e capire come semplificare il loro lavoro o aumentare i loro profitti attraverso l’implementazione delle nuove tecnologie messe a disposizione dal Piano Nazionale Imprese 4.0».

Cosa è la visione mediterranea del modello Pid?

«Per le Mpmi del Sud il sostegno dei Pid potrebbe essere una grande opportunità e per questo abbiamo deciso di provare a tracciare una strada nuova e differente. «Andiamo ad ascoltare le imprese, cerchiamo di capire quali problemi possano avere, e poi identifichiamo le tecnologie utili e spieghiamo come possano implementarle ».

Come si diventa una piccola impresa 4.0?

«Lo ha spiegato Derrick de Kerckhove, una delle più illuminanti voci nel panorama mondiale dell’innovazione digitale: le possibilità per le piccole imprese di diventare 4.0 ci sono già, sono tutte racchiuse nei nostri pc e smartphone ».

E che cosa si deve fare allora?

«Vuol dire prendere tutti gli strumenti disponibili che già esistono e usarli ad esempio per aumentare la conoscenza del mercato, sapere dove indirizzare la pubblicità oppure organizzare meglio la distribuzione e abbattere gli scarti. Se abbiamo uno smartphone abbiamo già tutti gli strumenti in tasca, dobbiamo solo imparare a conoscere le piattaforme che possono aiutarci».

Lo spin-off Dalla Bicocca a Trento, le finestre con nanoparticelle

ROVERETO (Trento)

NANOPARTICELLE che, “spalmate” su una lastra trasparente, permetteranno di trasformare le finestre degli edifici in pannelli solari capaci di produrre corrente elettrica a zero emissioni per utenze domestiche e industriali. E’ l’idea di Glass to Power, spin-off dell’Università di Milano Bicocca, ospitata nel Polo Meccatronica di Rovereto (Trento). Il progetto di implementazione della capacità produttiva delle nanoparticelle studiato dall’azienda ha ricevuto un finanziamento di 1,1 milioni di euro dalla Provincia autonoma di Trento, mentre il Dipartimento di fisica dell’Università di Trento ha messo a disposizione fin da subito i propri laboratori e competenze. Proprio questi nanomateriali sono alla base della tecnologia dei concentratori solari luminescenti (LSC) che prevede l’inserimento in lastre di materiale plastico di particolari nanocristalli capaci di capaci di convertire la luce solare in raggi infrarossi assorbiti poi da minuscoli pannelli solari posizionati nel bordo interno del vetro. Significative le ricadute che avra’ l’arrivo di Glass to Power sulla filiera trentina del vetro e dell’edilizia sostenibile con un impatto occupazionale immediato di 10 nuove assunzioni entro l’anno (ricercatori e tecnici specializzati). Glass to Power ha anche potuto contare su due campagne di equity crowdfunding a cui, in meno di 50 giorni, hanno aderito 500 investitori apportando piu’ di 2 milioni di euro, un record in Italia. La società ha già svolto attività sperimentali, una di queste per conto di Trenitalia che ha posizionato alla stazione di Rapallo una piramide tutta di vetri fotovoltaici trasparenti. Il prodotto, verrà sviluppato nel Polo Meccatronica in uno spazio produttivo di 400 metri quadrati, eventualmente aumentabili fino a 1.200 metri.