LA RIVOLUZIONE CULTURALE

Pechino apre le banche agli stranieri
«Bolla finanziaria da sgonfiare
La sfida è crescere senza altri debiti»

TRENTO

LA CINA ha annunciato che aprirà la proprietà delle sue banche e di altre istituzioni finanziarie agli investitori stranieri. Una mossa che ha destato più interrogativi che entusiasmi perché Pechino siede su una potenziale bolla creditizia, un rischio per la stabilità mondiale. L’economista Andrea Fracasso, direttore della Scuola di studi internazionali dell’Università di Trento (nella foto a destra del titolo), esperto della Cina contemporanea, osserva in maniera laica questo passaggio. «Il sistema bancario cinese è fragile – spiega Fracasso – ma ci sono risorse per affrontare eventuali problemi».

Perché l’annuncio dell’apertura non ha suscitato entusiasmo in Occidente?

«Per le società di intermediazione titoli e le assicurazioni le tempistiche sono definite e si può immaginare l’interesse delle società di gestione occidentali per i risparmi della classe media cinese. Sulle banche il progetto è meno chiaro. Si parla di una progressiva apertura, senza indicazioni specifiche».

Quali sono le incertezze?

«Ci sono due problemi. Il primo è il rischio che l’esplosione della bolla del debito possa colpire le banche in modo differenziato a seconda della proprietà. Il governo cinese potrebbe affrontare un’eventuale crisi bancaria in maniera diversa a seconda che la proprietà della banca sia interamente cinese o sia occidentale. Il secondo problema è che l’attività industriale e finanziaria in Cina richiede oggi cessione di dati e know how, ed è sottoposta a limitazioni legate alle norme di cyber security. Fare attività finanziaria in Cina comporta comunque dei rischi, sia di mercato sia dovuti alle restrizioni amministrative».

Pechino ha aperto il suo sistema creditizio per mutualizzare i rischi di una crisi finanziaria?

«La ragione non è trascinare gli investitori stranieri in una potenziale crisi bancaria, ma rafforzare la governance e l’operatività delle banche per servire in modo più efficiente il mercato interno. È anche un modo per tendere la mano anche agli investitori stranieri, come le assicurazioni o le compagnie di intermediazione».

La gestione dei risparmi privati può fare gola, ma resta il peso dei debiti delle famiglie cinesi…

«In Cina la gran parte dell’indebitamento è legata a investimenti di medio lungo termine, soprattutto di tipo edilizio. Non è un indebitamento come quello americano legato a una bolla dei consumi correnti. Semmai l’indebitamento più preoccupante è quello creato dalle autorità locali tramite i veicoli finanziari costituiti negli ultimi anni per finanziare spesa pubblica locale in assenza di un sistema di trasferimenti adeguato. Ma anche questi veicoli sono stati recentemente limitati per evitare pericoli».

L’apertura a capitali finanziari stranieri dovrebbe generare investimenti locali?

«I cinesi devono mantenere alto l’investimento, è la condizione per tenere alta la crescita. Non possono mobilitare risorse generate abbassando ulteriormente lo scrutinio sulla qualità del credito e quindi lo vogliono fare con capitali esteri e una gestione migliore delle attività finanziarie».

Pechino ha messo in campo misure per evitare l’esplosione della bolla finanziaria?

«È possibile ma non probabile che ci sia una crisi finanziaria. Tutti si preoccupano di una bolla creditizia già in essere, in verità il problema è come la Cina possa crescere ai ritmi che le occorrono senza ricorrere a ulteriore espansione creditizia. Può reggere l’ordine politico e sociale senza una crescita superiore al 5%?»

La Cina si apre all’Europa anche fisicamente, con la nuova Via della seta: quali gli obiettivi?

«L’idea è aumentare le connessioni della Cina con l’Europa. La Cina crea inoltre domanda per beni di cui ha un eccesso di capacità produttiva, come acciaio e cemento. È una strategia di internazionalizzazione che dà sollievo all’eccesso di capacità produttiva interna».

L’Europa ne può beneficiare?

«L’Europa diventa una zona d’investimento e la Cina resta un grande mercato di sbocco. I vantaggi sono reciproci; in un periodo in cui ogni grossa area si sta chiudendo in se stessa mi sembra un segnale di partnership importante».

Lei è ottimista sulla Cina?

«Sta diventando un paese più avanzato. L’esito finale del processo di trasformazione dipenderà dall’evoluzione politico-sociale cinese e dall’evoluzione dello stato di diritto. In territorio cinese, il rischio è che le imprese straniere che operano in Cina si confrontino con un sistema legale e giudiziario che non concede loro, nei fatti, parità di diritti e protezione. Nei mercati internazionali, le imprese dei paesi avanzati rischiano di competere con imprese cinesi che non sono soggette a standard ambientali, sociali e di lavoro, pari a quelli in essere nei paesi occidentali».

Quali sono i tempi del cambiamento?

«I problemi verranno al pettine nei prossimi 10 anni: la Cina dovrà trovare un meccanismo per crescere a tassi del 5-6% minimo, senza però aumentare l’indebitamento e risolvendo problemi di tensioni interne senza ricorrere a strumenti di repressione. Non è scontato nulla».

Davide Nitrosi

 


La novità Un sito internet per uscire dal tunnel dei soldi da restituire

ROMA

UN CLIC da solo non basata a risolvere i debiti, ma potrebbe essere il primo passo per affrontare e gestire una situazione economica fuori controllo. È questo l’obiettivo alla base del nuovissimo portale bastadebiti.it, una piattaforma che offre a privati, liberi professionisti, lavoratori autonomi e imprese la consulenza mirata di una rete di consulenti, avvocati, commercialisti e tributari. Il sovra-indebitamento in Italia ha subito negli ultimi decenni un importante incremento, generando un circolo vizioso dal quale alle volte, per il soggetto coinvolto, non è semplice uscire utilizzando solo buon senso e restrizioni. Prima di tutto bisogna prendere coscienza del problema e decidere di affrontarlo in modo diretto. Bisogna superare il sentimento di vergogna che spesso accompagna la persona indebitata, bisogna dire basta prima che i debiti accumulati ne generino nuovi volti a coprirli. Affidarsi a bastadebiti è molto semplice, basta collegarsi al sito www.bastadebiti.it, selezionare la categoria di appartenenza – privato, artigiano, azienda – indicare la tipologia di debito – ad esempio banche, finanziarie, Equitalia – lasciare un contatto email e inviare il form di richiesta.

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Il periodo d’oro della «pop economy»
I premi Nobel sono le nuove star
Sacerdoti felici di una scienza triste

Elena Comelli

MILANO

L’ECONOMIA, che lo storico scozzese Thomas Carlyle nell’Ottocento aveva definito «la scienza triste», può rendere molto allegro chi la pratica. Se riesce a diventare un’eco-star, l’economista avrà un seguito di fan come un divo del rock, un pubblico mondiale e ricche parcelle nei convegni. Il caso più recente è quello dell’economista francese Thomas Piketty, che ha ricostruito oltre due secoli di storia delle diseguaglianze nel capitalismo moderno nel suo libro del 2014 «Il capitale nel XXI secolo » (Bompiani). Invitato alla Casa Bianca da Barack Obama, nelle sue conferenze pubbliche a Washington, New York e Boston si registrò il tutto esaurito con settimane di anticipo e gli organizzatori dovettero correre ai ripari con il video streaming per accontentare le folle accorse a udire il Verbo di Piketty. Da allora, Piketty è conteso dai festival di mezzo mondo, mentre le sue analisi delle diseguaglianze sono al centro di dispute epocali perfino fra due testate gemelle del giornalismo economico anglosassone come il Financial Times (contro) e l’Economist (a favore). Più sconcertante è stata la sua presenza nella top ten dei libri più venduti in America: un tomo da 600 pagine, con appendici statistiche e grafici, rimasto per mesi fra i best seller.

DI TUTT’ALTRO genere è la celebrità di Paul Krugman. Il premio Nobel per l’economia aveva già alle spalle una carriera accademica eccezionale, quando accettò la sfida di scrivere sul New York Times almeno un editoriale a settimana. Ne ha scritti ormai centinaia e gli si è aperto un nuovo mondo. Neokeynesiano militante, Krugman ha appoggiato le riforme di Obama e ha condannato aspramente l’austerity europea. Non esita a usare la sua verve polemica per demolire l’economia “vudù” della destra. Si è trasformato in un guru politico, impegnato, sempre sulle barricate. Martin Wolf sul Financial Times lo ha definito «l’economista più amato e più odiato d’America». Il fenomeno dell’eco-star ha anche diritto a una sua pagina nel sito superscholar.org, dove si può trovare la classifica aggiornata dei “20 economisti più influenti del momento”. Balza all’occhio che gli ecostar si dividono in correnti e la loro popolarità è legata al fatto che s’identificano con un pensiero militante, mai neutro. Vi figurano da un lato celebrità accademiche decisamente progressiste come i tre Nobel Amartya Sen (Harvard), Joseph Stiglitz (Columbia) e Daniel Kahneman (Princeton), insieme con il guru della giustizia sociale Ernst Fehr (Zurigo) e con Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia. Dall’altro lato, sul versante liberista, l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, il neo-liberista peruviano Hernando de Soto, il neocon Francis Fukuyama, il guru del FreedomFest Mark Skousen e il famigerato consigliere di Ronald Reagan e di Donald Trump Arthur Laffer. L’outsider è il re dei trader Nassim Nicholas Taleb, autore della teoria del «cigno nero», su come reagire all’imprevedibilità della sorte, quando eventi improbabilissimi diventano possibili.

IN FATTO di business, una ecostar che si è trasformato in una impresa multinazionale è Nouriel Roubini. A 58 anni l’economista turco-americano, di formazione italiana, è esploso come una star q dopo aver previsto correttamente i disastri della bolla dei mutui subprime. Da allora ha creato una società di consulenza che porta il suo nome, fornisce analisi e previsioni ai governi di tutto il mondo, diventando un vip della tecnocrazia globale. All’estremo opposto ci sono le ecostar “povere”, risolutamente alternative: dal teorico francese della decrescita Serge Latouche all’economista indiana Vandana Shiva, avversaria dei colossi dell’agro-business, insignita con l’anti-Nobel, il Right Livelihood Award. Non incassano cachet stratosferici, però sono in grado di riempire le sale nei festival sempre più numerosi dedicati proprio all’economia. Capostipite del genere rimane il festival di Trento, fondato da Tito Boeri nel 2006 e giunto ormai alla sua dodicesima edizione. Il successo di Trento, che attira premi Nobel da tutto il mondo e un pubblico internazionale di appassionati, è stato tale da ispirare emuli e imitatori, spesso dedicati a tematiche sempre più specifiche, come la Modern Monetary Theory.

IL FENOMENO della pop-economia e delle eco-star genera curiosi incroci anche con il mondo dello spettacolo. Robert Reich, economista di Berkeley ed ex ministro del Lavoro di Bill Clinton, si è lanciato ad esempio nei documentari cinematografici con Inequality For All, ottenendo un ottimo successo. Certo è che le pareti delle aule universitarie sono diventate troppo strette per contenere gli appassionati della “scienza triste”.

Di | 2018-05-14T13:14:19+00:00 12/12/2017|Dossier Economia & Finanza|