LA QUESTIONE DEI CREDITI DETERIORATI

Banco Bpm, le sofferenze in cantiere
per le avventure degli immobiliaristi
L’idea di smaltire 8 miliardi difficili

Camilla Cresci

MILANO

voltaren sodium 50 mg SARÀ MOLTO di più di uno scambio di auguri natalizi quello che occuperà gli amministratori di Banco Bpm nella riunione del consiglio di amministrazione del 19. Il gruppo nato a fine 2016 dalla fusione di Bpm e Banco Popolare sta per compiere un anno. Dodici mesi davvero intensi tra i cantieri di integrazione, la pulizia degli attivi, le cessioni e il continuo confronto con la Vigilanza. Soprattutto gli sforzi dell’amministratore delegato Giuseppe Castagna si sono concentrati sulla gestione dell’eredità veronese, ossia lo smaltimento dei crediti deteriorati derivanti dalle disavventure immobiliari dei vari Giuseppe Statuto, Danilo Coppola e Giovanni Lombardi Stronati e dal credito allegro della Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani.

CASTAGNA E I SUOI fedelissimi (a partire dal numero uno della npl unit, Edoardo Ginevra) si sono mossi con determinazione, vendendo portafogli per oltre quattro miliardi di euro. L’ultima operazione (il progetto Sun da circa due miliardi) è in fase di chiusura e dovrebbe arrivare sul tavolo del board proprio nella riunione del 19. Si tratta di un grosso portafoglio di crediti non performing di natura prevalentemente chirografaria che nelle ultime settimane è finito nel mirino di investitori come Banca Ifis, Deutsche Bank e Krukk. La cessione farà il paio con il progetto Rainbow chiuso nell’estate scorsa e precederà di qualche mese una cartolarizzazione con garanzia pubblica dal valore previsto di circa tre miliardi. L’obiettivo dichiarato di Castagna è battere i target fissati prima della fusione e smaltire tutti gli otto miliardi di npl promessi alla Bce entro il 2018. Non senza qualche questione spinosa, come la gestione del progetto Porta Vittoria, ereditato da Coppola e in queste settimane al centro di una vertenza legale dall’esito incerto.

MA NON CI sono solo gli npl nei progetti del banchiere. Un altro fronte delicato nel 2017 è stato l’integrazione delle controllate e la cessione degli eventuali doppioni. L’operazione più fortunata da questo punto di vista è stata senza dubbiola vendita di Aletti Gestielle ad Anima Holding che è fruttata al Banco Bpm una generosa plusvalenza di circa 600 milioni. Meno ricca ma comunque redditizia è stata la revisione delle alleanze bancassicurative che ha visto da un lato la partnership con la Cattolica di Alberto Minali e dall’altro il divorzio con Unipol. Il bilancio di questa doppia operazione è stata una plusvalenza da una sessantina di milioni. Al momento non sembra che ci siano altre cessioni in programma, anche se il gruppo potrà sempre giocarsi la carta Agos Ducato in caso di necessità. Banco Bpm ha infatti il 39% della società di credito al consumo controllata dai francesi del Credit Agricole, una quota valutata attorno a 700 milioni. Una cessione per ora non è valutata anche perché la posizione patrimoniale del gruppo appare sostenibile.

OVVIAMENTE non mancano le incognite alla finestra. La principale si chiama Bce. L’autorità di vigilanza dovrebbe presto imporre una stretta sulla gestione del credito deteriorato, imponendo ritmi serrate di svalutazione alle banche. E anche se Castagna si è finora dichiarato tranquillo sulla questione, non vi è dubbio che la pressione sul capitale aumenterà in un contesto macroeconomico ancora incerto. Di ordine diverso ma comunque oggetto di attente riflessioni al vertice del gruppo sono le problematiche relative alla governance. Banco Bpm è nato public company e tale è rimasto. Nulla di male in sé, ma uno o più soci forti non dispiacerebbero al top management, soprattutto al presidente Carlo Fratta Pasini che da tempo sta cercando di dare vita a un nocciolo duro. Un tema che potrebbe diventare piuttosto pressante in vista della scadenza del board.


Npl L’imperativo della Bce è vendere, l’affare si fa ancora più ricco

MILANO

VENDERE, vendere e ancora vendere. Ai vertici delle banche italiane e nelle società di consulenza a loro vicine si parla ormai soprattutto di non performing loan, le vecchie sofferenze. Il problema, esploso tra il 2015 e il 2016, è stato affrontato di petto soltanto quest’anno che si chiuderà probabilmente con un livello record di portafogli ceduti. A spronare gli istituti è stato soprattutto il pressing della Bce che nei primi mesi dell’anno aveva chiesto ai banchieri piani di smaltimento ambiziosi ma realistici per aggredire il problema. Il recente addendum ha messo un ulteriore carico da novanta sul tavolo delle discussioni, imponendo svalutazioni in tempi serrati, cioè due anni per i non garantiti e sette per i garantiti. Sebbene l’entrata in vigore della nuova normativa possa slittare di qualche mese, nessuno si fa troppe illusioni su una marcia indietro della Bce. Ecco perché l’incentivo a vendere è ancora più forte e tale resterà per tutto il 2018. Molto del resto è stato fatto per agevolare i processi: una mappatura più rigorosa dei portafogli, un maggiore coinvolgimento dei gestori specializzati, un aggiornamento più attento delle garanzie. Tutti fattori che stanno contribuendo a ridurre la forchetta tra i prezzi di cessione e quelli di libro e quindi la perdita in capo alla banca. Ad alzare i prezzi ha contribuito anche la maggiore concorrenza tra gli investitori, che vedono nell’Italia l’arena ideale per questo lucrativo business. Senza considerare gli strumenti messia disposizione dal governo come la garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni che consente di spingere la leva finanziaria sulla componente investment grade. Ciò non toglie che le strategie scelte dalle grandi banche possano essere molto diverse. Da un lato ad esempio c’è chi come Unicredit ha scelto di cedere in blocco portafogli abnormi, assorbendo la perdita con aumenti di capitale.

UNA STRATEGIA che sfiora l’azzardo se si pensa all’esito catastrofico dell’operazione Mps di fine 2016. Eppure proprio nel caso di Unicredit la strategia è stata apprezzata dal mercato che ha risposto positivamente alla richiesta di ben 13 miliardi. Del tutto diverso è l’approccio di Intesa Sanpaolo. Qui l’amministratore delegato Carlo Messina ha scelto di puntare soprattutto sui recuperi e i numeri sembrano dargli ragione visto che la banca potrebbe incassare 1,4 miliardi nell’arco del 2017. Di certo gestire in maniera efficace richiede forti investimenti in strutture e personale, strategia decisamente poco abbordabile per una piccola banca. Se le banche continueranno a vendere e gli investitori internazionali a comprare, ci sarà grande lavoro per i servicer, le società di gestione e recupero come DoBank, Cerved o Prelios. Anche in questo settore le competenze sono notevolmente cresciute negli ultimi anni ma c’è spazio per un ulteriore accelerazione. Soprattutto sul fronte del consolidamento visto che gran parte dei servicer sono ancora di piccole o piccolissime dimensioni.

Camilla Cresci

Di |2018-05-14T13:14:16+00:0019/12/2017|Dossier Economia & Finanza|