LA NUOVA TECNOLOGIA

«Niente più Fukushima e Chernobyl
Per la fusione servono tempo e soldi»

ROMA

ALDO PIZZUTO, direttore del progetto fusione dell’Enea, quali sono i vantaggi di questa tecnologia? «La disponibilità di grandi quantità di energia, garantendola sostenibilità ambientale, la sicurezza, la disponibilità del combustibile che deriva dall’acqua e dal litio, che viene dalle rocce e dalle quali vengono prodotti deuterio e trizio che vengono trasformati, dentro un contenitore magnetico, in un plasma a 150 milioni di gradi. E’ una reazione che non produce gas serra, e questo è fondamentale; e non produce neppure scorie a lunga vita, a differenza del nucleare tradizionale. A questo si aggiunga il fatto che un eventuale incidente non può produrre gli effetti che purtroppo si sono visti a Fukushima o Chernobyl. Perché in un reattore a fusione non c’è materiale radioattivo che si autoalimenta e che è molto difficile spegnere: il reattore si autospegne alla minima instabilità di sistema».  Il trizio è comunque radioattivo  «Certo, ma ha un tempo di decadimento, cioè nel quale dimezza la sua radioattività, di poco superiore ai 12 anni. Questo significa che in alcune decine di anni le scorie perdono la loro pericolosità».  Quali sono i tempi?  «Noi pensiamo che Iter possa dare le sue indicazioni definitive entro il 2035 e poi possiamo pensare di costruire il reattore demo. Dovremo riuscirci in 15 anni o anche meno».  Perché ci vogliono cosi tanti anni?  «Perché è complicato e molto costoso. Ma sul costoso, dobbiamo parlarci chiaro: Iter è un investimento da 30miliardi ed è visto come molto costoso, ma Iter costa quanto una settimana di bolletta petrolifera europea. È molto? Direi di no, visto quello che c’è in gioco. Del resto solo l’Italia investe 14 miliardi all’anno per le rinnovabili, e va benissimo. Ma se in qualche decennio dobbiamo eliminare i gas serra, e dobbiamo farlo per evitare il cambiamento climatico, questo lo si può fare solo con un mix tra rinnovabili e una sorgente di larga scala che non emetta gas serra. Non possono esserlo né il gas, né il petrolio né il carbone. Ma può esserlo la fusione. E più investiamo, più riduciamo i tempi».  Che fa oggi l’Italia nel campo della fusione?  «Come Paese partecipa a pieno titolo, assieme agli altri membri dell’Unione Europea, al progetto internazionale Iter. Enea sta poi per terminare la procedura di selezione del sito per la nuova infrastruttura di ricerca sulla fusione, la Dtt: saremo pronti tra pochi giorni».  A cosa serve Dtt?  «È una macchina per lo studio del confinamento magnetico ed è inserita in un percorso che vede Iter come elemento fondamentale per dimostrare che si può produrre più energia di quanta se ne consuma per attivare la reazione nucleare. Iter è fondamentale, ma da solo non risolve tutti i problemi aperti per creare un reattore commerciale che sia funzionante e abbia costi di investimento e di operazione ragionevoli e competitivi. Bisognerà lavorare sui materiali e sui sistemi di smaltimento della potenza che si sviluppa nel plasma che consentano di ridurre la dimensione del reattore. Dtt servirà a questo secondo obiettivo tecnologico».  Quanto è grande l’investimento in Dtt?  «Complessivamente 500 milioni di euro da spendere in 6/7 anni, 60milioni dei quali comunitari. Abbiamo avuto proposte per nove siti ed è ben comprensibile, perché per la regione che ospiterà il progetto, al quale dovrà contribuire con 50 milioni di finanziamenti, sarà una grande opportunità in termini di crescita tecnologica e accademica e di posti di lavoro almeno fino al 2050».  Come valuta i progetti alternativi come quello del Mit, nel quale è entrata anche Eni?  «Tutte le linee di ricerca sono benvenute. Avere un impegno privato in questo campo è qualcosa di estremamente importante. La fusione è qualcosa di molto complesso ed ha bisogno di grandi progetti come quello del Mit. Che a mio avviso può fornire un contributo importante nella preparazione di superconduttori ultrapotenti. Questo, specie una volta che Iter avrà provato la fattibilità della fusione, sarà importante nel produrre il reattore commerciale riducendone i costi».  Alessandro Farruggia 

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI
LO SCATTO IVA E 12 MILIARDI DA TROVARE

FORSE HA RAGIONE Stephen Hawking: ci sono più universi. Ma forse sbaglia quando pensa che sia difficile trovarli. Spesso vivono qui insieme a noi, uno accanto all’altro. Si legge, ad esempio, che il nuovo governo (se mai ci sarà) su insistenza di Salvini terrebbe un punto fermo, ineliminabile: l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni. Bene. Poi si leggono i documenti del Fondo monetario internazionale, cioè di signori con esperienza mondiale che ci guardano da Washington, e cosa dicono? Molto buone le riforme fatte in Italia, anche se la crescita è troppo lenta (servono altre riforme). Punto debole critico: la spesa per le pensioni è ancora troppo alta. Suggerimento (al Fondo sono drastici): cominciate con eliminare la quattordicesima ai pensionati, e le cose andranno meglio. Ecco, i due universi si sono incontrati. Da una parte la politica italiana oggi vincente che pensa di poter camminare lungo la strada della finanza facile. Dall’altra gli esperti mondiali che studiano i nostri conti e che pregano di risparmiare soldi alla svelta, anche a costo di imporre sacrifici ai pensionati (la nostra spesa per questa voce è circa il doppio di quella media europea).  

MA NON È tutto qui. La prima cosa che dovrà fare il nuovo governo (se e quando ci sarà) sarà trovare subito una dozzina di miliardi di euro per evitare lo scatto automatico dell’Iva. Insomma, come era prevedibile il nuovo governo, da chiunque sia fatto, non avrà un sentiero cosparso di rose di fronte a sé. Dovrà muoversi invece su un terreno aspro e accidentato. I nostri conti sono al limite. Trovati i dodici miliardi per scansare l’aumento Iva, poi non resterà che mettersi a regime stretto, attenti a non spendere un soldo in più. Ogni e qualsiasi fantasiosa riforma, dall’abolizione della Fornero al reddito di cittadinanza, va rinviata a un futuro oggi imprecisabile, forse lontano come gli universi di Hawking. Inoltre, c’è come la sensazione che il meglio della congiuntura sia alle nostre spalle: la nostra crescita, come quella europea, comincia a declinare invece di aumentare. E questo significa che ci saranno meno risorse. Si potrebbe dire che stanno per cominciare gli anni dell’attenzione, gli anni in cui ogni sera il presidente del Consiglio, prima di addormentarsi dovrà sentire il ragioniere generale dello Stato: siamo in linea? Domani, niente brioches? Insomma, si dovrà tirare un po’ la cinghia.

 

Di |2018-10-02T09:24:40+00:0027/03/2018|Primo piano|