Reggio Emilia sorride
risale la meccatronica «I fatturati crescono
con capitali stranieri»

Francesco Gerardi

REGGIO EMILIA

IN PRINCIPIO erano le mitiche Omi (Officine meccaniche italiane), note come Reggiane. La storica fabbrica che con la produzione ferroviaria, i proiettili d’artiglieria e gli aerei da caccia contribuì ad aprire la strada all’industrializzazione nazionale del ‘900. Poi vennero gli altri grandi nomi: Lombardini, Landini, Brevini, Landi Renzo, Smeg, Walvoil, Interpump. Oggi il settore metalmeccanico a Reggio Emilia, diventato nel frattempo distretto ‘meccatronico’, è sopravvissuto all’urto della globalizzazione e della crisi mondiale che hanno strangolato molti gioielli italiani, rimanendo un polo industriale trainante con una concentrazione elevatissima di aziende. Poco meno del 45% del Pil della provincia si origina dall’attività industriale (più del doppio della media italiana) e di questo la metà è dovuta alle aziende meccaniche. «È un settore molto dinamico», conferma Claudio Galli, presidente del gruppo metalmeccanico di Unindustria Reggio e direttore delle risorse umane di Lombardini-Kohler Engines. «In effetti c’è stato un doppio, pesante rallentamento, nel 2009 e nel 2011-2012. Ma abbiamo retto e recuperato grazie agli investimenti forti fatti negli anni immediatamente precedenti alla crisi. Quando stai costruendo una capacità produttiva superiore e vieni frenato, si sa, lo stop è più brusco. Il numero di aziende si è ridotto in maniera importante, ma grazie agli investimenti e ai meccanismi di cash flow generatisi, il tessuto industriale ha tenuto».

I dati del quarto trimestre 2016 mostrano un’industria reggiana in ripresa dopo l’incertezza che ha caratterizzato gli ultimi trimestri. La produzione cresce dell’1,5% e i fatturati del 6,6% rispetto alla fine dell’anno 2015, con l’export a fare la parte del leone (+8,7%), ma con buoni segnali da parte della domanda interna, il cui contributo appare in recupero (+3,3%).

ANCHE l’occupazione può indurre un certo ottimismo, rimasta stabile o in crescita per tutto il 2016. «Prodotti di grande qualità e l’ottima reputazione delle industrie sono alla base di questo andamento positivo – spiega Galli –. Abbiamo player di livello mondiale e concentrazioni importanti: di un paio di anni fa è l’acquisizione di Walvoil da parte di Interpump e più di recente l’acquisizione di Brevini da parte della multinazionale americana Dana». Un sistema produttivo fatto in prevalenza da aziende medio-piccole e poco capitalizzate si espone ai rischi della navigazione nei vasti mari del mercato globale: «Una realtà da 80-100 dipendenti che fattura 15-20 milioni magari va anche bene, ha margini buoni e un ottimo prodotto, ma se deve aprire una filiale in Corea non ne ha la forza», chiarisce Galli.

E mentre il distretto si prepara alla sfida tecnologica dell’Industria 4.0, uno dei lasciti della crisi è un rallentamento nella nascita di nuove aziende: «In Italia scontiamo una burocrazia pesante, ma va considerato che una fabbrica meccatronica è più difficile da far partire che una startup di servizi».