Caccia ai forzieri nel cuore d’Italia
Il grande assalto alle banche
dalla Toscana alle Marche

Claudia Cervini

MILANO

BANCA POPOLARE dell’Etruria e del Lazio, Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Firenze, Tercas, Cassa di Risparmio di Lucca, di Pisa e di Livorno, Cassa dei Risparmi di Forlì e Romagna, Banca Popolare di Ancona, Banca dell’Adriatico, Cassa di Risparmio di Orvieto, Cassa di Risparmio di Perugia e tra poco quella di San Miniato. Sono solo alcuni degli istituti di credito che, un tempo, avevano cuore e testa radicati nel centro Italia: fortini bancari provinciali, regionali o sovra-regionali con un azionariato locale dove spesso le fondazioni la facevano da padrone e i soci erano espressione dell’imprenditoria del territorio. Erano, appunto. Questi e molti altri istituti (la lista è lunga, in queste settimane verrà aggiornata con e new entry) sono tutti passati di mano. Acquisiti da realtà bancarie con le spallelarghe spesso del Nord e, più raramente, del Mezzogiorno (quest’ultimo è il caso per esempio delle abruzzesi Tercas e Caripe, oggi parte del gruppo Popolare di Bari). Non si tratta di un fenomeno di desertificazione bancaria, visto che queste banche non hanno cessato l’operatività e non sono state chiuse. Anzi, hanno trovato nei cavalieri bianchi la spinta per continuare a finanziare il territorio. In molti casi però, nel processo di acquisizione, hanno perso il marchio e subìto un drastico ridimensionamento dettato in parte dall’operazione di shopping (che impone uno snellimento generale della struttura) e in parte dal fenomeno fintech che interessa tutto il mondo del credito a livello nazionale e internazionale. Stando ai dati di First-Cisl tra il 2010 e il 2016 l’Umbria e le Marche hanno perso rispettivamente il 14,3% e il 14,5% delle filiali; l’Abruzzo il 13,4%, il Molise l’11% e l’Emilia Romagna il 13,8%. Una combinazione di fattori che ha colpito tutta la Penisola; ma il centro Italia spicca per aver perso il maggior numero di bandierine e stemmi bancari. Solo in Toscana. vale la pena ricordare il recente caso di Etruria che, dopo essere stata commissariata per gravi perdite patrimoniali è stata ripulita dalle sofferenze per permettere il passaggio di mano a Ubi Banca che l’ha acquisita alla cifra simbolica di 1 euro, assieme a Banca Marche e CariChieti.

MENO recenti i passaggi di mano di Cassa di Risparmio di Lucca, Pisa e Livorno finite nel 2007 in pancia al Banco Popolare (ora BancoBpm) e della Cassa di Risparmio di Firenze passata al gruppo Intesa Sanpaolo nel 2008 (divisione Banca dei Territori) a seguito di un’Opa. La San Miniato, guidata dall’ad Divo Gronchi, invece potrebbe presto essere salvata da Cariparma. Crédit Agricole, attraverso la sua controllata italiana, ha infatti avviato le discussioni preliminari con Banca d’Italia e Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi in vista di una possibile acquisizione. Diverso è il copione per un altro importante istituto della zona: ChiantiBanca presieduta da Lorenzo Bini Smaghi. In questo caso il quartier generale rimarrà in Toscana ma, a seguito della riforma delle Bcc, la realtà aderirà alla holding trentina Cassa Centrale Banca che ne svolgerà a tutti gli effetti il ruolo di capogruppo. Il vicino Abruzzo, invece, dopo aver perso l’autonomia di Tercas e Caripe, saluta anche quella di Carichieti, anch’essa salvata da Ubi Banca. La lista degli istituti acquisiti, in questo caso da realtà del Nord, è lunga anche nelle Marche. Oltre alla banca simbolo della Regione (Banca Marche, appunto, passata a Ubi) si ricorda la Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana finita in tempi meno recenti sotto l’ala di Veneto Banca; CariFano in pancia al Creval;la Popolare di Ancona, oggi di Ubi Banca; e la Banca dell’Adriatico passata di mano a inizi anni Duemila, oggi del gruppo Intesa Sanpaolo. SPOSTANDOSI in Umbria avevano fatto clamore l’acquisizione della Banca dell’Umbria (ex Cassa di Risparmio di Perugia) fusa in Unicredit nel 2003 e quella della Cassa di Orvieto (oggi Popolare di Bari), per citare le principali. Senza dimenticare le traversie della Popolare di Spoleto, finita nell’orbita di Banco Desio e Brianza. Risalendo lo Stivale non si può non notare che la Romagna, pur conservando quartier generali di livello, potrebbe perdere presto qualche roccaforte. Crédit Agricole è in trattativa per rilevare le Casse di risparmio di Rimini e di Cesena attraverso la controllata Cariparma. Un passo quasi obbligato per banche in difficoltà, da tempo in attesa di un cavaliere bianco.


Credito Cooperativo Le due holding serrano i ranghi

MILANO

NON SOLO POPOLARI e casse di risparmio. Anche la geografia delle oltre 300 banche di credito cooperativo e casse rurali in Italia sta per cambiare in modo drastico. Questi istituti, da oltre 130 anni banche del territorio nate per sostenere in forma mutualistica l’economia locale, in ossequio alla riforma delle Bcc decisa dal Governo Renzi, aderiranno a una delle due holding nazionali: la romana Iccrea e la trentina Cassa Centrale Banca (Ccb). Ciò significa spostare il baricentro decisionale e di controllo fuori dai territori di elezione affidandosi ai due headquarter del Centro e del Nord Italia (solo l’Alto Adige manterrà l’autonomia grazie a una holding – la Raiffeisen – che potrà operare in modo sovrano e indipendente a livello regionale). Una mossa pro-mercato decisa per decreto a febbraio 2016 per far conseguire a queste banche una maggior efficienza, grazie anche a più controlli e a una dimensione più robusta. ECCO che allora è partita la corsa alla costituzione delle holding per accaparrarsi un maggior numero di Bcc e contare di più. Ccb ha raccolto la pre-adesione di oltre 100 banche su scala italiana anche se gli obiettivi sono più ambiziosi. Salvo qualche indeciso, le altre banche dovrebbero essere tutte con Iccrea. Il prossimo passo sarà la concreta organizzazione del gruppo, con la definizione delle strutture e il presidio del territorio. L’ingegnerizzazione del processo e la capacità di esecuzione saranno discriminanti per la buona riuscita della riforma. Che fine fa il territorio? Ancora non è chiaro che ruolo sarà giocato dalle numerose Federazioni, quegli organismi politici, espressione di Federcasse, che operano a livello locale. Sembra che non ci sia troppo spazio per queste realtà nella nuova architettura. D’altronde la riforma delle Bcc nasce per scardinare un sistema di salotti e di potere che si perpetuava da anni viziando la missione e l’operatività di alcune di queste banche. Fatto sta che l’obiettivo della Riforma, che chiedeva più mercato e più Europa, è ancora lontano da venire.

Claudia Cervini