«Il trono di bande» in scena
La battaglia sui contenuti
tra i colossi delle tlc

si combatte con film e tv

Alessia Gozzi

FARE LA TELCO non basta più. La parola d’ordine è convergenza tra reti e contenuti. E cioè film, serie tv, partite di calcio fruibili sul web, in mobilità, sullo smartphone o sul tablet, la tv in grado di raggiungere chiunque e dovunque. Nuove forme di televisione che per le società di tlc significa, oltre ai contenuti, avere anche ‘il tubo’ attraverso cui far passare i contenuti. Se, da un lato, gli stessi produttori di televisori hanno cominciato a connettere gli apparecchi al web, dall’altro, big di Internet come YouTube, Apple o Facebook hanno investito miliardi in produzioni audiovisive proprie, sfidando Netflix, i colosso di videostreaming sbarcato anche in Italia lo scorso anno. Negli Stati Uniti stanno soppiantando i tradizionali broadcaster a pagamento e ora espandono i propri servizi anche al di qua dell’Atlantico. Sempre negli Usa, Twitter ha comprato l’esclusiva perle partite di football americano. Un quadro in evoluzione, nel quale sono chiare due tendenze: internet e broadband sono la strada principe per i contenuti, i broadcaster hanno dovuto iniziare a ripensarsi come media company, con produzioni di contenuti televisivi da fruire su smart tv, tablet, pc o smartphone.

DOPO 10 ANNI di ininterrotta contrazione, rileva Agcom, le telecomunicazioni tornano a crescere, con ricavi in aumento dello0,5% nell’ultimo anno (esclusa Tim). Il settore ha registrato tra il 2012 e il 2016 una riduzione del fatturato a doppia cifra, pari al 16%. Un settore che, comunque, muove la bellezza di 46,6 miliardi. L’Etno, l’associazione degli operatori tlc europei, nel suo ultimo report ha rilevato come «la domanda per i servizi di dati giocherà un ruolo importante» in quanto gli introiti legati al traffico dati «continuano ad aumentare» raggiungendo il 50,5% nel 2016. Del resto se solo nell’ultimo anno i ricavi di traffico dati e internet per le telco sono saliti del 2,4% (a 72,8 miliardi), qualcosa vorrà pur dire. Tutto questo è possibile grazie alla maggiore affidabilità della fibra – terreno delle telco – che ha reso lo streaming protagonista nella diffusione dei contenuti. E lo sarà ancor di più con l’arrivo del 5G, una tecnologia che permetterà di avere velocità elevatissime nella telefonia mobile, un’autostrada per la diffusione dell’IoT (l’internet delle cose) con sempre più device collegati gli uni agli altri. Sul fronte della banda ultralarga, la partita è piuttosto complicata. Tim e Open Fiber competeranno tra di loro nelle grandi città e nelle aree più popolate, dove vivono due italiani su tre, mentre Of opererà in pratica da sola in quelle bianche. Sulla creazione di un’unica infrastruttura, la strada appare piuttosto complicata. L’ad di Enel (socia di Open Fiber al 50% con Cdp) ha ribadito a chiare lettere di essere contrario alla fusione con la rete Telecom (che ancora ha l’ultimo miglio in rame). Diversa la sensibilità del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che insiste sullo scorporo della rete Tim perché l’obiettivo dell’esecutivo è avere una «rete più neutrale e separata» chiunque la controlli.

TIM NON INTENDE certo restare alla finestra. Il nuovo ad, l’israeliano Amos Genish allarga i suoi orizzonti, e annuncia che nel prossimo triennio il gruppo investirà in modo più selettivo ma non si limiterà alla rete e al 5G, vuole costruire la ‘giga society’. «Siamo aperti alla collaborazione con chiunque perla costruzione della spina dorsale di cui c’è bisogno nel Paese, fatta da 5G, fibra, software, applicazioni», assicura Genish che già nelle scorse settimane aveva aperto a una collaborazione con OpenFiber. Ma il mandato dell’uomo messo al timone dai francesi di Vivendi è anche quello di campione dei contenuti transfrontaliero. Va in questa direzione, la società nata dalla joint venture tra Tim eCanal+ che punta a entrare di prepotenza nel mercato di diritti sportivi (quelli del calcio soprattutto) e della produzione di contenuti. Partita nella quale si inserisce ancheMediaset, in causa con Vivendi dopo il mancato acquisto di premium e con i francesi obbligati dall’Antitrust a cedere quote. Pare che il gruppo televisivo della famiglia Berlusconi punti a ottenere un congruo risarcimento e in cambio fornirebbe e contenuti in esclusiva, ma senza entrare in strutture societarie con i francesi. Si vedrà. A GUIDARE le fusioni del settore non potranno che essere le tlc, più stazzate economicamente e proprietarie della banda sulla quale passano i contenuti. Ma senza le società di telefonia sarà sempre più difficile raggiungere i propri abbonati, anche perché la fruizione in mobilità è in costante aumento. Una strategia fruttuosa è quella di Vodafone: lavorare con tutti senza esclusive. Distribuirà, infatti, la Internet tv di Sky, i contenuti di Discovery Italia, De Agostini Editore, dei brand di Viacom Italia e di Chili. Sullo sfondo il nodo della rete: la copertura nazionale con reti a banda ultralarga è balzata al 72% nel 2016 dal 41% nel 2015 con una percentuale di popolazione abbonata pari al 12%. Tradotto: siamo ancora lontani dall’Europa che veleggia su un utilizzo medio del 37%.