Parmigiano e prosciutti
un business di gusto
Il piacere di investire
sul cibo italiano

Davide Nitrosi

MILANO

SI CHIAMA Cbus, ma in Francia lo hanno già battezzato ‘le fonds jambon’. È il fondo che investe in prosciutti e Parmigiano-Reggiano lanciato da Amundi Sgr del gruppo Crédit Agricole. Al di là dello stupore d’oltralpe, è una cosa molto seria. Perché questo nuovo veicolo d’investimento (riservato a investitori professionali) sosterrà i magazzini di una decina di piccole e medie imprese produttrici di Dop, ovvero i gioielli dell’agroalimentare italiano. L’idea nasce ovviamente dall’interfaccia italiana di Amundi, che ha le radici nella Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, banca nata nel territorio del Parmigiano e del prosciutto. Cbus investe in obbligazioni il cui valore e rendimento sono legati agli stock dei produttori. In pratica sottoscrive obbligazioni emesse dalle imprese agroalimentari (con la garanzia reale dei magazzini dei prodotti tenuti a stagionare) consentendo a queste imprese di finanziarsi a medio-lungo termine. Le aziende smobilitano così il valore dei loro magazzini di formaggio o salume che grava sul bilancio per anni perché i prodotti richiedono tempi lunghi per essere pronti per la vendita. Nel caso del prosciutto di Parma o del San Daniele, la stagionatura e quindi l’immobilizzo del bene può arrivare a 18 mesi, mentre la stagionatura del Parmigiano-Reggiano varia dai 24 ai 30 mesi. La presenza dei prodotti agroalimentari è una garanzia reale sugli investimenti, perché sia il prosciutto sia il Parmigiano possono comunque essere venduti su una borsa parallela legata a questi prodotti. Secondo gli analisti, i rendimenti dovrebbero stare fra il 4 e il 6% annuo. Con un ammontare massimo di 150 milioni e con l’obiettivo minimo di raccoglierne 60, il fondo è stato sviluppato all’interno di Amundi e lanciato alcune settimane fa. «Cbus è una soluzione di investimento innovativa che permette di sostenere la crescita di aziende italiane le cui esportazioni stanno crescendo con successo», ha commentato Pierre Henri Carles, responsabile Alternative & Real assets in Amundi sgr.

NON C’È da stupirsi se Amundi fa leva sulle eccellenze agroalimentari. In tempi di tassi zero, la ricerca di investimenti diversificati (e innovativi) è un bisogno reale. Valorizzare le eccellenze è quindi una strada da percorrere ancora di più. Anche con fantasia. Prendiamo il caso del Vint Hedge Italian Wine Growth Fund, un fondo lussemburghese che investe in una selezione di grandi bottiglie italiane, conservate in un caveau in Svizzera. Prima del Vint Hedge aveva avviato questa forma di investimento un altro fondo lussemburghese, il Nobles Crus che in portafoglio detiene fra i vini più rari (e preziosi) al mondo. Per chi poi volesse estendere il suo investimento ad altri campi, le occasioni non mancano. Ci si può ad esempio dare all’ippica con il fondo Lhf Luxury Horse Fund, che investe sui cavalli purosangue campioni nel salto a ostacoli. Una nicchia, ovviamente. Anche perché si entra con un taglio minimo di 100mila euro. Il paniere dei titoli è formato da 30 purosangue. Attenti, non è una mandrakata: il fondo punta sul trading e sugli incassi che arrivano dalla vendita dei campioni.


La marcia degli industriali
per la nuova pista di Firenze
«Troppi nodi strangolano
il decollo dell’aeroporto»

Luigi Caroppo

FIRENZE

UNA MANIFESTAZIONE così, giacca blu, cravatta regimental e carte di credito dorate, non si era mai vista. L’aeroporto Vespucci di Firenze, da 2 milioni di passeggeri nei primi nove mesi del 2017 (più 6,3 per cento) stenta a decollare nella palude dei niet politici e della burocrazia ministeriale che quasi non fa più notizia tanto è ormai rodata la novella dello stento del ‘Vespucci’ in attesa di potenziamento. E allora diventa più cult, originale e unica nel suo genere la rivolta degli imprenditori fiorentini che a metà novembre hanno sfilato davanti allo scalo esibendo il maxi striscione «Sì all’aeroporto. Facciamo volare il nostro territorio». Le parole? Pesanti come la nebbia della piana fiorentina che spesso fa dirottare i voli e arrabbiare i passeggeri: «La ripresa economica – ha attaccato il presidente di Confindustria Firenze Luigi Salvadori, promotore della manifestazione, al megafono davanti a oltre 150 imprenditori – è una corsa fra territori competitivi e attrattivi. Una competizione che non fa prigionieri. Noi vogliamo stare dove meritiamo: cioè fra i territori di testa, rimuovendo tutti i nodi scorsoi che tolgono ossigeno al nostro sviluppo». Ha rincarato con efficacia Ferruccio Ferragamo, non avvezzo a ‘piazzate’ del genere: «Abbiamo dovuto aprire uno showroom a Milano – ha detto anche lui al megafono – perché i nostri clienti non gradiscono atterrare qui. Non ho mai preso parte a nessuna manifestazione di protesta, ma stavolta era proprio necessario». Un esempio su tutti: «Sono tornato da poco dalla Cina: là stanno costruendo cinquanta aeroporti, qui a Firenze dell’aeroporto si parla da 50 anni. Là la disoccupazione è all’1 per cento qui al 36 per cento….». Il ‘Vespucci’ fa parte del sistema aeroportuale toscano: con il «Galilei» di Pisa, sotto la gestione «Toscana aeroporti» ha un’enorme potenzialità come testimoniato dagli ultimi dati del 2017. I due scali hanno fruttato nei primi nove mesi un utile netto pari a 10,4 milioni in aumento del 17,1 % rispetto allo stesso periodo del 2016 con un monte passeggeri di 6,3 milioni (più 6 %).

E ALLORA perché scendere in piazza con giacca e cravatta? Manca il via libera definitivo al masterplan del potenziamento dello scalo fiorentino: la Valutazione di impatto ambientale. Il piano prevede la realizzazione della nuova pista di volo (2400 metri per Toscana aeroporti), dei piazzali aeromobili, del nuovo terminal passeggeri, della viabilità e dei parcheggi, dell’area cargo e del terminal di aviazione generale. La procedura Via è aperta da oltre due anni e mezzo. L’ok dal ministero dell’Ambiente (che dimostrerebbe che il potenziamento non è in contrasto con la difesa dell’ambiente e del rospo smeraldino) è sempre dietro la porta, ma la porta è rimasta sempre socchiusa. Si confida che arrivi entro febbraio 2018. Dopo sì ci sarà la Conferenza dei servizi, forse un gioco da ragazzi dopo tanto patire nell’attesa della risposta ministeriale. Ipotesi benevola: poter disporre del nuovo scalo nel 2020 con inizio lavori nell’estate del 2018.

I BENEFICI? Secondo studi e ricerche enormi. La realizzazione del masterplan porterà una valanga di posti di lavoro: 2.200 diretti e 8.400 indiretti. Un volano economico fondamentale per la Toscana. E l’indotto economico secondo uno studio Irpet è valutato intorno ai 730 milioni di euro, con un flusso di 4,5 milioni di passeggeri nel 2029 solo per il Vespucci.