LA MIA VITA CON LA BIONDA

La sfida del Birrificio Emiliano
«Prodotto artigianale e di qualità
per consumatori più esigenti»

Gabriele Tassi

MODENA

LASCIARE il nido sicuro e il posto fisso nel negozio di ferramenta di famiglia non è per deboli di cuore. Reinventarsi come imprenditori, oggi, è pane per i coraggiosi. Voleva inseguire un sogno, Giorgio Setti: spiccare il volo nel mondo della birra. Un sogno che è diventato un nome, e poi una vera e propria azienda: il ‘Birrificio Emiliano’. E’ stato un viaggio lungo anni, partito dal centro di Modena, e arrivato fino ad Anzola, comune del bolognese. Da birreria e birrificio, il passo non è breve, ma il ‘volo’ di Giorgio è cominciato proprio così, con un locale, ‘Al Globet’, aperto all’ombra della Ghirlandina. Da cosa nasce cosa, e il ‘Globet’ si è trasformato in un marchio, esportato fino a Rubiera, in provincia di Reggio Emilia.

«A quel punto, con due locali attivi, sentii l’esigenza di creare un prodotto tutto mio – racconta Giorgio – ed è nato il Birrificio Emiliano».

La scelta, neanche a dirlo, è forte: come la presero i familiari a suo tempo?

«Vengo da una famiglia di imprenditori, quindi entrambi sapevano bene la strada in salita che mi aspettava; non posso certo dire che fossero contenti. Quando però hanno visto la passione e la dedizione che metto nel mio lavoro mi hanno finalmente capito, e oggi sono fra i miei principali clienti».

Di certo la gavetta non èmancata, a quando risalgono le prime produzioni?

«Nel 2009 ho conosciuto il mio ex-socio e mastro birraio, Emiliano Govoni, di cui recentemente ho acquistato le quote. Insieme abbiamo deciso di rilevare l’impianto da 1.200 litri di una nota azienda del milanese che stava raddoppiando la sua produzione; e oggi eccomi qui, con una cantina da 12mila litri in cui ‘stivo’ le mie creazioni».

E lì avviene la ‘magia’…

«La birra resta a maturare in silos di acciaio dalle 2 alle 5 settimane alla temperatura di zero gradi, in questo modo si ‘purifica’, e tutte le particelle in sospensione si depositano sul fondo».

Dopo c’è solo la bottiglia?

«In realtà l’80% del nostro business gira attorno al ‘fusto’ per la birra alla spina. Questo perché siamo, ovviamente, fra i principali fornitori dei nostri locali di Modena e Reggio Emilia, ma lavoriamo anche col mondo della ristorazione, e infine con i privati, che acquistano più bottiglie».

Dieci anni d’esperienza nel settore bastano per avere un quadro complessivo di questo mercato?

«Le acque si stanno muovendo, i numeri crescono, e finalmente eventi di grosso calibro che riguardano il mercato della birra si stanno diffondendo anche in Italia».

E il quadro dei consumatori?

«La platea di appassionati è sempre più grande. Il consumatore, da qualche anno a questa parte, è sempre più informato ed esigente. Il livello del bevitore medio si è alzato e non poco; per questo motivo è importante mantenere una qualità del prodotto molto alta per poter rimanere in piedi».

Quanto è difficile la sopravvivenza in questo settore?

«Una vera sfida, le variabili sono tantissime: oltre alla qualità bisogna lavorare moltissimo sul marketing e sul posizionamento territoriale, scegliendo regioni, come Lombardia, Lazio, Toscana ed Emilia Romagna, in cui i consumi di birra siano effettivamente alti».

La birra artigianale non è quindi solo una moda?

«Non lo è più, anche se nei primi tempi era così. Ora vedo persone che hanno voglia di informarsi, colleghi italiani ed esteri che vivono di ricerca, confronto, ma soprattutto amano lavorare insieme per rendere la qualità del loro prodotto ancora più elevata, lontani da ogni tipo di business competitivo».

Bonifiche Ferraresi Boom delle erbe officinali, scommessa vinta

ROMA

LA SVOLTA naturalistica degli italiani spinge il ritorno delle erbe dalla tavola alla farmacia, dalla cosmetica alla moda con un boom che porta la domanda nazionale a 25 milioni di chili nel 2018. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione della presentazione del progetto di Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola biologica in Italia per estensione, che prevede in Sardegna importanti investimenti per la coltivazione di erbe officinali per la produzione delle tisane 100% con materia prima italiana a marchio ‘Le Stagioni d’Italia’. Sono quasi 300 le piante officinali utilizzate in Italia che – sottolinea la Coldiretti – grazie alle particolari proprietà vengono utilizzate per scopi erboristici, farmaceutici, cosmetici, liquoristici, culinari, per la preparazione di prodotti per la profumeria, per l’industria dolciaria, infusi, per la difesa delle colture, per l’igiene della persona, della casa o per l’ottenimento di oli essenziali o tinture per l’abbigliamento.

SECONDO i dati riportati nel Piano di settore delle piante officinali, sono circa tremila le aziende agricole italiane impegnate con una superficie coltivata a piante aromatiche, medicinali e da condimento di oltre 7mila ettari che coprono però appena il 30% del fabbisogno nazionale mentre il restante 70% viene soddisfatto dall’estero, secondo una stima della Coldiretti. Le potenzialità del settore in Italia sono notevoli con la produzione nazionale che potrebbe piu’ che raddoppiare con notevoli effetti sull’occupazione e sull’indotto, limitando la dipendenza dall’estero a quelle piante esotiche che per condizioni climatiche e ambientali non sono realizzabili in Italia.


Nasce la bionda dal pane riciclato
Scene di economia circolare in Mugello
«Una bottiglia con mezza fetta»

Paolo Guidotti

FIRENZE

SI CHIAMA economia circolare, per sprecare meno e difendere l’ambiente. E son sempre di più i produttori che si impegnano su questo fronte. Come è accaduto in provincia di Firenze, dove Marco Ponticelli, business manager forneria-pasticceria Unicoop Firenze ha avuto una buona idea: utilizzare parte del pane invenduto, quel pane di più alta qualità rimasto sugli scaffali, per fare altri prodotti, un pangrattato rustico e soprattutto una “birra di pane”: «Finora – spiega Ponticelli – il pane invenduto veniva reso ai fornitori e destinato alla distruzione: grazie al progetto, viene re-incartato e riconsegnato ai forni di produzione. Qui, parte viene trasformato in pangrattato e parte consegnato al birrificio che lo sostituisce parzialmente al malto previsto nella ricetta».

TUTTO poi diventa più semplice se si opera con prodotti di alta qualità. Il pane, infatti, non è uno dei tanti, ma il Pane del Mugello, lanciato qualche anno fa da un consorzio che utilizza panificatori locali, Conti e Faini, grano tutto coltivato in loco, uso di lievito madre e farina tipo 2, cotto nel forno a legna. Risultato: un pane buonissimo, che ha già vinto un paio di “Tuscany Food Awards”. Perché allora gettarlo se invenduto? Ed ecco l’idea della birra: un piccolo birrificio artigianale, Corzano 1985, ha elaborato e testato la ricetta con l’uso del pane – in pratica in una bottiglia ce ne finisce mezza fetta –, un consorzio di giovani agricoltori, il Granaio dei Medici, ha coordinato l’iniziativa insieme a Coldiretti. E Unicoop ha assicurato la rete di vendita: si è dovuto addirittura stoppare le iniziative di lancio, perché le bottiglie sono andate rapidamente esaurite.

IL LANCIO della speciale birra di pane ha fatto da traino anche ad altri prodotti di qualità che il Mugello ha saputo affiancare alla birra: intanto il pane, che ha avuto un incremento di vendite del 16%, la farina tipo 2 da grano coltivato in Mugello è stata acquistata per quasi 3 tonnellate e mezzo in meno di un mese, il tortello di patate fatto a mano del Granaio dei Medici ha avuto un boom di vendite. E tutto questo ha altri positivi effetti collaterali: ad esempio gli agricoltori mugellani hanno potuto già programmare la stagione di coltivazione del grano, per una superficie pari, come estensione, a sette campi da calcio. «Birra di pane – nota Simone Ciampoli, direttore di Coldiretti Firenze-Prato – è un progetto che ha trasformato in fatto concreto i principi dell’economia circolare, coinvolge ben 35 giovani imprenditori della rete Coldiretti. È la dimostrazione che conciliare sostenibilità ambientale con efficacia economica non solo è possibile, ma è conveniente: riducendo gli sprechi si aiuta l’ambiente e si favorisce il sano sviluppo economico, fatto anche di manutenzione del territorio».

«CE LA STIAMO mettendo tutta – dice Giacomo Tatti, giovane presidente del Granaio dei Medici –, e vediamo che fare rete e proporre qualità e sostenibilità ambientale, nell’agro-alimentare è vincente. L’obiettivo è offrire, con il nostro marchio, un paniere di eccellenze, riconoscibili e sempre più apprezzate». E Ponticelli, di Unicoop, chiude con un auspicio: «Mi auguro che questo sia un esempio replicabilel’apripista per tanti altri progetti simili, tutti con lo stesso principio: riduciamo gli sprechi e amiamo sempre di più il nostro pianeta, non solo a parole».

Di |2019-06-10T15:15:35+00:0010/06/2019|Dossier Agroeconomy, Focus Agroalimentare|