LA MAPPA DEL DENARO VIRTUALE

L’alba di un mondo senza contanti
Sono già 150 milioni le persone
che scelgono i pagamenti digitali

Elena Comelli

BANCONOTE e monete addio. Benvenuti nel mondo della società senza contanti, dove il denaro non tintinna più e i soldi non passano più di mano ma circolano sulla rete come impulsi digitali, che si possono trasferire anche tramite app e chat. WhatsApp, ad esempio, sta sperimentando in India il pagamento diretto tra gli utenti, servizio già attivo sulla chat di Facebook, Messenger, e su WeChat, diffusissima in Cina. Una funzione presto abilitata pure su iMessage, grazie a un’app integrata con Apple Pay. A livello mondiale, secondo il World Payments Report 2017 di Cap Gemini e Bnp Paribas, il volume delle transazioni digitali galoppa: nel 2017 Apple Pay, Samsung Pay e Android Pay avevano insieme 144 milioni di utenti, contro i 20 milioni del 2015 e i 75 milioni del 2016. È la grande categoria di pagamenti in mobilità, che sfrutta la carta di credito e i sistemi di prossimità, in gran maggioranza Nfc, per il pagamento. Tutti hanno bisogno, quindi, di un apparato tipo Pos per il trasferimento via telefonino. La differenza sta nel posizionamento delle chiavi di sicurezza, anche se per l’utente poco cambia. Apple Pay, così come Samsung Pay, mette le chiavi direttamente sul cellulare, mentre Android Pay, l’erede del vecchio Google Wallet, le posiziona nella cloud. Gli operatori telefonici – da Vodafone Pay a Tim a Postemobile – utilizzano le sim telefoniche. La novità emergente è MyBank, il sistema di pagamento avviato da Eba, l’associazione bancaria europea, che permette pagamenti da remoto direttamente da conto corrente, senza carta di credito. Poi si è sviluppata una serie di app che permettono pagamenti peer-to-peer tra i singoli aderenti al circuito: due privati possono così scambiarsi denaro gratuitamente, ma un singolo può anche pagare in un negozio che aderisca al circuito. Funzionano così app come Satispay, 2Pay, Tinaba, Hype di Banca Sella, che si basano sull’Iban del conto, anche se tendenzialmente prevedono un wallet da ricaricare. Funziona così anche Jiffy, l’app di pagamento di Sia che, però, è più aperta, basandosi sulle app delle singole banche interoperabili.

È LA SVEZIA, con l’80% delle transazioni effettuate con carte di debito e di credito, una delle società più avanzate nell’adozione di mezzi di pagamento elettronici, mentre gli Stati Uniti sono leader mondiali per numero di transazioni non cash per abitante. Gli svedesi utilizzano in massa l’app Swish, che ha contribuito in maniera decisiva alla diminuzione dell’impiego del contante. Altri si servono di Quixter, un sistema inventato da una startup locale che abilita i pagamenti alla cassa attraverso la scansione delle vene del palmo di una mano. Anche in questo caso, niente contanti grazie alla tecnologia di riconoscimento biometrico collegata al proprio conto in banca. In Giappone, del resto, Nec e Sumitomo Bank hanno avviato i test per installare un sistema di pagamento digitale basato sul riconoscimento facciale: si va in un ristorante e, consumato il pasto, il cliente ferma il volto davanti a una videocamera per autorizzare il prelievo dal conto corrente. In Cina, il pagamento mediante riconoscimento facciale è stato introdotto dalla catena di ristorazione Kfc nella città di Hangzhou. L’Estonia, invece, potrebbe essere il primo Paese al mondo a emettere una moneta nazionale solo virtuale, chiamata estcoin, mentre in Giappone si lavora per il lancio della valuta digitale J Coin in concomitanza con le Olimpiadi di Tokyo del 2020. E

L’ITALIA? I numeri sono di assoluto rilievo. Lo scorso anno i pagamenti digitali hanno raggiunto i 220 miliardi di euro, pari al 28% dei consumi delle famiglie, secondo i dati dell’Osservatorio Mobile Payment del Politecnico di Milano. I nuovi sistemi digitali trainano l’intero comparto: si tratta di un mercato che oggi vale 46 miliardi di euro, ovvero il 21% dei pagamenti digitali con la carta, ma nel 2020 il suo valore potrebbe raddoppiare, a quota 100 miliardi. Stando al rapporto 2017 di Ambrosetti, però, l’Italia resta un’economia fortemente dipendente dal contante, che aumenta sempre di più: da 128 a 182 miliardi di euro tra il 2008 e il 2015. Il cash quindi da noi resiste e c’è chi ne sostiene le ragioni. I contanti, sostengono i fautori, garantiscono meglio anonimato e privacy, che in un’economia completamente digitale sarebbero a rischio. Con i pagamenti elettronici, d’altra parte, risulta ben più difficile evadere il fisco o riciclare denaro sporco. E’ questo il motivo per cui il governo italiano negli ultimi anni ha spinto con decisione in questa direzione. Per ora con alterni successi.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI

GERMANIA PIÙ RICCA CON L’EURO DEBOLE

IL MIO AMICO Paolo Savona ha rilanciato sulla stampa un tema tanto importante quanto poco frequentato da giornali e tv. Sto parlando del Target 2 che, mi rendo conto, rappresenta un argomento molto tecnico. Tuttavia è un indicatore fondamentale sullo stato di salute dell’economia. Fa bene Savona a metterlo in luce come il maggior fattore di squilibrio esistente in questo momento nell’Eurozona. Una conclusione che condivido pienamente. I saldi di Target 2, infatti, dimostrano l’immenso trasferimento di ricchezza di cui la Germania ha beneficiato a danno dei partner. Per capire bisogna ricordare che il Target 2 è la rappresentazione della bilancia valutaria all’interno della zona euro. La situazione in questo momento è la seguente: l’attivo complessivo dei Paesi creditori ammonta a 1.255 miliardi. La Germania da sola ne avanza 913. Nel 2001, quando nacque l’euro nessuno dei Paesi, tranne la Finlandia aveva saldi superiori ai 50 miliardi. In sedici anni lo squilibrio è diventato abissale: al record della Germania, infatti, si contrappone il deficit dell’Italia salito a 444 miliardi. Copriamo, insieme alla Grecia, la quasi totalità di tutto lo sbilancio di Target 2 dell’eurozona.

QUESTO DIMOSTRA l’enorme impoverimento di questi due Paesi a vantaggio della Germania. Un risultato frutto dell’irrealistico tasso di cambio con cui l’Italia accettò di lasciare la lira per la moneta unica. Il risultato è stato il crollo della nostra bilancia commerciale che, nei sedici anni dell’euro, ha registrato un deficit cumulato di 156 miliardi di dollari. Nello stesso periodo il surplus tedesco ha raggiunto la cifra record di 3.232 miliardi. Risultato che, con il vecchio marco non avrebbe mai ottenuto. Quello che è successo in questi anni si può riassumere così: la Germania grazie ad un euro debole rispetto alla sua vecchia moneta ha avuto miglioramenti enormi di bilancia commerciale e quindi del Pil. L’Italia si è progressivamente impoverita visto che il reddito pro-capite in sedici anni è calato del 6,4%. Una decadenza inarrestabile fino a quando resteremo nell’euro.

 

Di | 2018-05-14T13:14:04+00:00 17/04/2018|Lavoro|