La grande scommessa

Gli occhi del mondo sul risparmio cinese
Sul piatto 14mila miliardi da gestire

Andrea Telara

MILANO L’ULTIMA previsione, in ordine di tempo, risale a qualche settimana fa ed è della statunitense  Oliver Wyman. Nei prossimi 5 anni, secondo le rilevazioni della nota società di consulenza americana, i fund manager cinesi si aspettano di raddoppiare il loro patrimonio in gestione, dagli attuali 7 trilioni di dollari fino a ben 14 trilioni, che corrispondono alla bellezza di 14milamiliardi. Bastano queste poche cifre astronomiche per capire cosa spinge oggi molti gruppi finanziari dei paesi occidentali, Italia compresa, a investire nel ricco e promettente settore del risparmio gestito (o asset management) cinese, che cresce a ritmi quasi impensabili in America o in Europa. E non ci saranno guerre dei dazi che tengano. La grande scommessa – come è evidente – è entrare nel ricchissimo mercato del risparmio gestito cinese. Non a caso il presidente americano Trump ha inserito questo aspetto in una delle condizioni che chiede alla Cina per trattare sui dazi.

SECONDO le previsioni di un’altra multinazionale della consulenza, il gruppo Pwc, nel 2025 oltre un quinto della ricchezza finanziaria mondiale si troverà nell’area dell’Asia Pacifico, per un valore totale di ben 29mila miliardi di dollari, due volte e mezzo rispetto ai circa 12 mila miliardi che si registravano nel 2016. Per le società dell’asset management, insomma, in Estremo Oriente c’è una montagna di soldi da gestire, che una classe media sempre più numerosa e ricca sta accumulando grazie a una crescita economica ancora sostenuta.

LO SA BENE pure Carlo Messina, numero 1 del gruppo Intesa Sanpaolo, che proprio nella Repubblica Popolare ha messo radici da tempo. Lo ha fatto con ben tre società: la prima è Bank of Qingdao, banca cinese in cui il gruppo guidato da Messina detiene una partecipazione minoritaria del 15%. Poi c’è Yi Tsai, società specializzata nella gestione patrimoniale costituita nel 2016 e controllata, oltre che direttamente da Intesa Sanpaolo, anche dalle altre due maggiori società del gruppo: Fideuram ed Eurizon. Quest’ultima, infine, è proprietaria in Cina di Penghua Fund Management, una società di gestione del risparmio (sgr) che ha visto crescere il proprio patrimonio da 20 a 80 miliardi di euro in pochi anni.

È PRESENTE in forze in Cina da quasi 10 anni anche un altro big della finanza italiana, il gruppo assicurativo Generali, che dal 2009 possiede il 30% di Guotai Asset Management, società che gestisce oltre 10 miliardi di dollari di risparmi. Si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda, sin dal lontano 2007, pure il gruppo Ubi Banca, che ha una partecipazione di circa il 32% in Zhong Ou Am, una sgr che gestisce nel complesso oltre 65 miliardi di renmimbi con i fondi comuni di investimento (all’incirca 10 miliardi di dollari) ed è tra le prime 20 società di asset management della Repubblica Popolare. Oltre a puntare sulla Cina attraverso l’acquisizione di quote di aziende locali già avviate, ci sono società italiane che hanno preferito mettere radici direttamente con il proprio marchio e con la propria struttura.

È IL CASO del Gruppo Azimut, la società di consulenza finanziaria e gestione del risparmio che in Italia probabilmente ha il maggiore respiro internazionale, almeno tra quelle che non sono possedute da banche. Agli inizi di marzo, attraverso la controllata Az Investment Management a Shanghai, Azimut è stato il primo gestore europeo di fondi ad aver ottenuto l’autorizzazione a operare come private fund manager sul mercato locale. «Nessun gestore patrimoniale può considerarsi veramente globale senza contare su una presenza in Cina», ha dichiarato Sergio Albarelli, amministratore delegato del Gruppo Azimut. Vedendo i numeri sull’industria del risparmio in Asia, e le sue prospettive di crescita, è difficile dargli torto.

 

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI

I SOLDI PUBBLICI NON CREANO POSTI DI LAVORO

È VERO che la politica è anche l’arte di far diventare possibile l’impossibile. Ma qui si sta esagerando. Nel tentativo di trovare un terreno di intesa con i 5Stelle, Salvini dice che il reddito di cittadinanza va bene se serve a creare lavoro. Ottimo. Però si possono consultare le biblioteche dei testi di economia e di storia economica e non si troverà una sola riga in cui viene detto che, distribuendo stipendi a chi non fa nulla, si creano nuovi posti di lavoro. Certo, forse, qualche supermercato avrà bisogno di qualche cassiera in più, ma si tratta di poca roba. Se si vogliono aumentare i posti di lavoro, ci sono solo due strade. La più classica, e meno indolore, è quella della crescita. Se l’economia si allarga, aumenta la produzione, si aprono nuove fabbriche, allora servirà più gente sotto i capannoni e ci saranno automaticamente più posti di lavoro. Se invece non si cresce, si fa cioè quello che si faceva l’anno prima, non serve altra gente a faticare: bastano e avanzano quelli che c’erano già.

ESISTE POI un’altra strada, meno brillante: diminuire le paghe. Se il lavoro costa meno, potrà essere interessante per gli imprenditori usarne di più, per produrre più in fretta e a costi unitari più bassi. Se rimaniamo sulla prima strada, più crescita, allora vediamo che le cose da fare sono tante. E non si tratta di affidare allo Stato il compito di aprire nuove fabbriche, magari inutili e improduttive. In Italia abbiamo già fatto l’esperienza dei grandi impianti industriali del Sud, andati a male. Se quasi vent’anni fa l’Iri è stato chiuso ci sarà pure una ragione. In realtà, le uniche iniziative imprenditoriali serie sono quelle che nascono sul mercato: si fanno scarpe o computer perché c’è una richiesta, non per dare comunque un lavoro a qualcuno. Quando la richiesta non c’è o non è conveniente, si passa la mano. Oggi, negli Stati Uniti, che pure li hanno inventati, non si fabbrica un solo computer, li fanno in Asia. In America si fanno altre cose (si inventano gli iPad e gli iPhone, ad esempio, o Google). L’illusione, tutta politica, che basti la volontà (o il denaro pubblico) per creare nuovi posti di lavoro è dura a morire. Ma è sbagliata: per avere più occupazione stabile devi avere un paese che funzioni, competitivo, aggiornato sulle tecnologie e con poca burocrazia. Nel caso italiano, questo significa che devi avere un paese riformato, migliore. La sfida è questa.

 

Di | 2018-04-09T16:20:06+00:00 09/04/2018|Primo piano|