LA GLOBALIZZAZIONE RESPONSABILE

La lezione del premio Nobel
«Clima e ambiente al centro
È il nuovo modello economico»

Lorenzo Pedrini
BOLOGNA

«Serve un nuovo modello economico dove il clima e l’ambiente, spesso ignorati in passato, stiano al centro». Si muove fra speranze per il domani, consigli per il presente e più di una stoccata a chi ha governato il nostro recente passato il pensiero, sempre lucido e mai banale, di Amartya Kumar Sen, tra i massimi teorici della necessità di uno sviluppo sostenibile e di un più sano rapporto fra etica e crescita. Premio Nobel per l’Economia nel 1998, l’85enne accademico e filosofo indiano che ha attraversato il Novecento del benessere ineguale e delle contraddizioni mai sanate è passato, venerdì scorso, da Bologna, dove ha incontrato i giovani partecipanti al concorso ‘Venti di futuro’ promosso da Banca Etica e dialogato con loro su un mondo che cambia e un’Europa che attende le elezioni.

Come potremo arginare la diseguaglianza acuita, anche in Europa, dagli effetti della crisi?

«Per riuscirci bisogna seguire due strade complementari, una continentale e una declinata secondo i caratteri di ognuna delle nazioni dell’Unione. La prima si basa su un approccio generale orientato prima di tutto alla crescita e alla riduzione della disoccupazione, mentre le buone politiche economiche statali, unite a una corretta forma di investimenti privati, possono fare il resto. Rimane chiaro, comunque, che la ricetta basata sulla combinazione di moneta unica e austerità non ha portato i risultati sperati».

Un nuovo modello di sviluppo che tenga conto dell’ambiente è per molti necessario.

«Tematiche come la tutela dell’ecosistema e la lotta al cambiamento climatico sono state costantemente ignorate in passato e, nonostante non siano la sola istanza utile a cancellare povertà e soprusi, meritano di ricoprire in ruolo ben più importante nelle decisioni future, soprattutto se si parla di equità nel reperimento e nell’utilizzo di risorse sempre più limitate».

Qual è il ruolo che spetta all’Europa?

«Tutto il mondo affronta gli stessi problemi e deve puntare sulla forza della gioventù e sul suo desiderio di far sentire la propria voce e migliorare le proprie condizioni. L’Europa in questo, con la sua lunga aspettativa di vita e i suoi tassi di disoccupazione relativamente bassi, può essere il fulcro di un nuovo circolo virtuoso, se saprà finalmente pensare anche agli altri ».

La sconfitta della disuguaglianza, quindi, passa anche qui dall’azione delle nuove generazioni?

«Sempre che lo scenario di base sia quello di una ritrovata crescita economica, che deve essere stimolata tanto dal comparto pubblico, con l’investimento sui servizi, quanto dall’agire dei soggetti privati, orientato all’innovazione. Solo rialzare la testa da questo punto di vista darà alle persone il lavoro che è alla base della sicurezza e la fiducia in se stesse che le spingerà all’impegno ».

Quello che vale per i Paesi occidentali può valere anche per i contesti in via di sviluppo?

«Assolutamente sì, perché svilupparsi in modo corretto è una necessità comune, che poggia ovunque sugli stessi presupposti. Quello che conta davvero, nella mia complessa India, in una Cina che sta facendo meglio, su questo fronte, rispetto a qualche anno fa, o nella vecchia Europa, è la sincera determinazione a curare quanto prima veniva messo da parte, dall’educazione alla sanità e ai processi produttivi puliti, che sono di tutti proprio perché per natura puntano al benessere di tutti».

E’ vero che la democrazia stimola la crescita economica?

«Purtroppo no, o almeno non sempre è stato così, ma la democrazia porta anche in sé la forza di un pubblico dibattito che, se il clima culturale lo consente, può orientarsi verso il bene, come accaduto per questioni come la parità di genere. Il bello delle democrazie, in fondo, è che stimolano la convinzione personale dell’uomo comune di avere il futuro nelle proprie mani».

Quali speranze dobbiamo nella prossima tornata elettorale europea?

«Indipendentemente da quale raggruppamento vincerà, si chiede all’Europa di cambiare un approccio alla crisi che, negli ultimi anni, si è rivelato fallimentare e di modificare quelle errate politiche pubbliche che possono fare, in fatto di ricerca dell’uguaglianza, più male della globalizzazione».

Di |2019-05-20T10:02:32+00:0020/05/2019|Dossier Sostenibilità|