Arca disegna il futuro del risparmio
«I Pir spingono l’economia reale
Aprite le porte ai fondi pensione»

Andrea Telara

MILANO

PER UGO LOSER, 52 anni, amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, il 2017 è stato senza dubbio un anno pieno di soddisfazioni. Tra gennaio e ottobre, infatti, il patrimonio gestito dalla società ha superato i 30 miliardi di euro, registrando un tasso di crescita a due cifre sul 2016. E c’è una categoria di prodotti finanziari che per Arca Fondi, come per molte altre società italiane dell’asset management, si sono rivelati una vera e propria gallina dalle uova d’oro, capace di attirare l’attenzione di migliaia di investitori in tutta Italia. Si tratta dei Pir (Piani individuali di risparmio), che sono stati istituiti all’inizio dell’anno con l’obiettivo di spingere le famiglie italiane a sostenere coi propri risparmi le tante piccole e medie imprese che hanno buone prospettive di crescita ma anche un gran bisogno di capitali per crescere. «I Pir sono senza dubbio una grande innovazione – dice Loser – e il successo che hanno incontrato (una raccolta di oltre 7,5 miliardi di euro in tutta l’industria del risparmio gestito, ndr) ne è la dimostrazione».

Perché questi strumenti finanziari sono una novità positiva?

«Perché hanno alcune qualità importanti. Innanzitutto, sono prodotti che spingono i risparmiatori a investire i loro soldi nell’economia reale, cioè a sostegno di tante pmi italiane con un business promettente, una sorta di ‘multinazionali tascabili’ per la capacità di affermarsi sui mercati esteri».

Poi?

«I Pir godono di un notevole beneficio fiscale, perché i guadagni ottenuti con questi prodotti sono esenti da tassazione, quando il capitale viene tenuto investito per più di 5 anni. Cosa che spinge molti risparmiatori a porsi degli obiettivi di rendimento soprattutto nel medio e lungo periodo. È un fatto positivo. Le crisi finanziarie dell’ultimo decennio dimostrano che le scelte di investimento concentrate sul breve periodo e governate dall’emotività, soprattutto quelle effettuate con il ‘fai da te’ senza affidarsi alla perizia di un gestore esperto, possono fare grossi danni».

Chi sono gli investitori che di solito acquistano i Pir?

«Il loro profilo è molto variegato. Arca gestisce attraverso i Pir oltre 1,5 miliardi di euro, con quattro prodotti diversi, a seconda della propensione al rischio dell’investitore. Ci sono fondi bilanciati e fondi azionari tra cui uno, Arca Economia Reale Equity Italia, che ha avuto davvero ottime performance: dal lancio alla fine del mese di ottobre, il fondo ha guadagnato oltre il 43%, molto più dell’indice di riferimento (34%) e della media della borsa di Milano (6%). Investire sulle pmi d’eccellenza è una scelta giusta».

Cosa si può fare ancora per spingere l’industria del risparmio a sostenere l’economia italiana?

«Occorre incentivare ancora la previdenza integrativa che, oggi, rappresenta appena il 5% di tutta l’industria italiana del risparmio gestito e ha notevoli margini di crescita. In altri Paesi, i fondi pensione hanno un ruolo importantissimo nel supportare la crescita, essendo investitori che hanno obiettivi di rendimento nel lungo termine, senza seguire logiche speculative. Finanziano le infrastrutture o investono in fondi di private equity che, a loro volta, danno un sostegno significativo alle medie imprese sane. Su questo fronte, in Italia, abbiamo ancora molta strada da fare».

Come si può incentivare la previdenza integrativa? In fondo, i fondi pensione beneficiano già di agevolazioni fiscali…

«È vero, anche se negli ultimi anni si è fatto l’errore di alzare al 20% la tassazione sui loro rendimenti. Per esempio si potrebbe agevolare le aggregazioni tra i diversi prodotti della previdenza integrativa, visto che il mercato resta molto frammentato. Poi agevolare la portabilità e la concorrenza tra fondi, consentendo ai lavoratori di spostare più facilmente le proprie risorse da un prodotto all’altro. Infine, è auspicabile introdurre anche l’obbligo di destinare alla previdenza integrativa il Tfr».


Strumenti La lista di Lyxor, aziende dove regna la parità tra sessi

MILANO

L’OCSE lo ha ribadito nell’ultimo rapporto sulla condizione delle donne nel mondo del lavoro: più donne partecipano all’economia, migliore sarà lo stato di salute di quel Paese. È una lezione che deve imparare l’Italia, che nelle classifiche internazionali sull’uguaglianza di genere non brilla mai per la condizione in cui si trovano le lavoratrici. L’ultima relazione del World economic forum vede l’Italia perdere nove posizioni e scendere al 50esimo posto su 144. Quando però si analizza da vicino la situazione economica, l’Italia è 117esima per parità di condizioni lavorative offerte a uomini e 127esima per la parità nelle buste paga. Il World economic forum stima che in Italia un uomo riceva una retribuzione annua lorda di 30.676 euro, mentre una donna ne incassa il 12,7%. In questo scenario emerge l’equazione che le economie dove donne e uomini hanno lo stesso trattamento e le stesse opportunità sono le più sane. E, di conseguenza, altrettanto sane sono quelle aziende che applicano questi principi nella gestione del personale. Con queste premesse Lyxor, società del risparmio gestito del gruppo Société Générale, ha quotato il primo Etf sulla parità di genere in Europa. Il fondo Lyxor Global Gender Equality Ucits Eft «si focalizza sulle società che presentano i migliori risultati nel campo della parità di genere, uno dei tre principali Sustainable development goal delle Nazioni Unite sul quale gli investitori si stanno concentrando», spiega la società. «Questo Etf rappresenta un importante passo in avanti. Siamo l’unico provider in Europa ad offrire Etf basati su quattro degli obiettivi di sviluppo sostenibile: Gender, Water, New Energy e Green Bond», spiega Clarisse Djabbari, vice del segmento Eft e Indexing di Lyxor.

IL FONDO è stato sviluppato insieme a Equileap, un’organizzazione che si occupa di promuovere l’uguaglianza di genere, e Solactive, un fornitore innovativo di indici. In sostanza, chi investirà in questo fondo sosterrà aziende che hanno buoni punteggi nell’equiparazione uomo-donna. La rosa di aziende è un elenco di 3.000 in 23 Paesi, il cui livello di uguaglianza di genere è stato misurato sulla base di 19 criteri messi a punto da Equileap. L’elenco comprende colossi come L’Oreal, Sodexo, la catena Marks & Spencer, le farmaceutiche Merck e Astrazeneca, la Gsk, i software di Adobe, Accenture, le banche Hsbc, Royal Bank of Scotland e Bank of America. Tra i gruppi italiani si trovano Intesa Sanpaolo e Unicredit. Djana Van Maasdijk, ad di Equileap, spiega: «La costruzione del nostro database ha costituito un primo passo verso la trasparenza: non si può cambiare ciò che non si può vedere. Gli strumenti di investimento legati ai nostri indici rappresentano un secondo step verso il cambiamento. Non sono solo a supporto degli investitori responsabili, ma incoraggiano le aziende a fare la differenza».

Luca Zorloni