Non solo noci, mandorle e semi
La frutta secca fa bene al Pil

Un comparto in continua crescita e sempre più italiano

Lo scenario: consumi destinati ad aumentare
Prevista una forte richiesta per i prodotti bio

di Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

Che contribuisca anche al miglioramento del desiderio sessuale è una ipotesi suffragata da un recente studio dell’International Nut and Dried Fruit Council (INC). Quello che è certo è che un regolare consumo di frutta secca fa bene alla salute (oltre che al palato). Dietologi e nutrizionisti sono lì a spiegarci tutti i giorni che noci, mandorle, pistacchi, nocciole, arachidi, semi oleosi in generale sono fondamentali (se assunti in quantità ‘responsabili’) per un corretto stile di alimentazione, per ridurre il rischio di contrarre tumori, malattie cardiocircolatorie, diabete, ecc. Oltre a donare piacere e gusto e una forte dose di energia. Il capovolgimento del sentiment dei consumatori verso la frutta secca – in 20 anni è passato da alimento demonizzato a toccasana per la nostra salute – ha creato un boom di consumi e di mercato per questi prodotti , una volta quasi tutti importati e che adesso sono al centro di progetti di coltivazione importanti, come il progetto «Noci di Romagna» promosso dalla New Factor di Rimini col gigante agricolo Agrintesa (500 ettari di noceti entro il 2025), o i contratti della Ferrero in Piemonte per le nocciole. Quello che è certo è che siamo un grande paese trasformatore: a fronte di un import importante (1,1 miliardi di euro) c’è un export di circa mezzo miliardo di euro (dati 2018 di Fruitimprese) e un mercato interno che vale tra i 900 milioni e il miliardo di euro.
Solo nei primi otto mesi del 2019 l’import è cresciuto del 17,3% (da 125.650 tonnellate a 147.418) e l’export dell’8,3% (da 36.000 tonnellate a 40.000). I volumi prodotti sono pari a 72.000 tonnellate. Numeri che rendono bene l’idea delle opportunità di business offerte dal comparto. In occasione di Tuttofood 2019 SG Marketing, agenzia specializzata nel food, ha organizzato la prima edizione dell’International Nut Forum. «Gli scenari indicano che aumenterà, in un orizzonte a tre anni, sia la penetrazione che la quota di consumo dei prodotti di frutta disidratata, dei mix e delle barrette di frutta secca e disidratata a fronte di un arretramento delle referenze di frutta secca, soprattutto nel segmento «con guscio». La dinamica di mercato sarà spinta da una maggiore attitudine di consumo negli spuntini extra-domestici, in occasione di attività sportive, ma anche durante i pasti principali ». Poi cresceranno richiesta e consumi di prodotto biologico. «Ad oggi la categoria della frutta secca è a un bivio che contrappone il prodotto globale alle produzioni a KMzero, con tutti i valori ad esse associati quali occupazione, ambiente e valorizzazione della filiera», spiega Alessandro Annibali, patron di New Factor e delle Noci di Romagna.
La frutta secca parlerà sempre più italiano grazie anche all’accordo strategico siglato tra il gigante romagnolo della frutta fresca Apofruit e il gruppo Besana, primo player nazionale della frutta secca. Obiettivo: 2000 ettari in Italia di mandorle, nocciole, noci e pistacchi tra Emilia Romagna e il Sud. «Gran parte della frutta secca presente sul mercato italiano è di importazione e questo progetto rappresenta un’opportunità per la produzione italiana, spiega Ilenio Bastoni, direttore generale Apofruit. «E c’è inoltre la necessità di essere accanto ai produttori italiani con una proposta che serva loro da incentivo e accompagni il prodotto sui mercati nazionale ed esteri».

Coltiviamo il futuro

Comincia la transizione agro-ecologica della Pac

di Davide Gaeta

La politica agricola comune europea (Pac) è sotto i riflettori per diverse ragioni. Per il suo costo, specie alla luce delle revisioni di budget minacciate a Bruxelles anche in virtù della Brexit e quindi delle minori entrate dovute all’uscita di un paese membro. Per il suo fisiologico rinnovo, 2021-2027, ma che ora la Commissione ipotizza di far slittare per le incertezze sulle dotazioni finanziare. Ma forse la ragione principale è dovuta alla necessità di riflettere se non sia giunto il momento di cambiare davvero. E non una spolverata di parole in politichese raccontate da qualche eurodeputato e sbandierate come grande conquista dalle organizzazioni sindacali di settore per garantirsi la reciproca sopravvivenza. Cambiare proprio mentalità, obiettivi, appunto politiche.
Vero è che la Pac ha conseguito molti successi; ha reso autosufficiente l’Europa; ha sostenuto il reddito degli agricoltori e protetto le nostre esportazioni. Ma è anche vero il contrario. Non ha sostenuto adeguatamente il lavoro degli agricoltori, che, nonostante gli aiuti, ancora lottano con redditi medi spesso vicini alla soglia di povertà. Non soddisfa le aspettative di molti consumatori in termini di salubrità, di benessere degli animali e quindi di modalità di produzione del cibo, ritenendo l’agricoltura responsabile dell’uso di troppi fertilizzanti e fitofarmaci nell’inquinamento di suolo e acque. E’ tempo di cambiare dunque e forse davvero stavolta ci siamo. Nasce dalla Francia per esempio l’idea di una ‘transizione agro-ecologica’. Si tratta di una serie di misure, apparentemente tecniche ma che potrebbero avere una portata molto efficace e perché no, rivoluzionaria. Per esempio, in estrema sintesi, trasformare l’aiuto per ettaro in pagamenti per unità di lavoro; tassare di più i prodotti fitosanitari, i fertilizzanti e gli antibiotici per finanziare la nuova pac. Ricette che favorirebbero un nuovo pilastro verde.

Davide.gaeta@univr.it