LA FRENATA DELL’ECONOMIA

Torna l’incubo fallimenti
Le imprese italiane rallentano
«Ma ora sono più preparate
a gestire le esposizioni»

Alessia Gozzi
BOLOGNA

LA CORSA delle imprese italiane per recuperare il terreno perso negli anni della crisi rallenta. Lo rileva un indicatore che dà la misura della solidità delle iniziative imprenditoriali e, in generale, dello stato di salute delle imprese: il numero dei fallimenti. Secondo i dati rilevati da Cribis, società di business information del Gruppo Crif, il 2018 si è chiuso a quota 11.233, il 5,9% in meno rispetto al 2017 che aveva fatto registrare 11.939 ma con un dimezzamento del ritmo della riduzione. Nel 2017, infatti, erano calati dell’11,3% rispetto all’anno precedente.

«LE IMPRESE stanno molto meglio di qualche anno fa – sottolinea Marco Preti, amministratore delegato di Cribis –, sono molto più consapevoli e attrezzate rispetto a prima della crisi: sanno scegliere meglio i clienti e gestire in modo più efficiente le proprie esposizioni finanziarie». Ma non illudiamoci, non torneremo mai ai livelli pre-crisi: «La crisi ha settato la normalità su livelli più alti dei fallimenti cambiando le regole del gioco, il contesto economico è più volatile e i mercati più competitivi». Basti pensare che nel 2009 i fallimenti erano poco sopra i 9 mila l’anno mentre la variazione cumulata da allora fino ad oggi registra un aumento del 19,7%. Certo, siamo ben lontani dal terribile 2014, quando 15.336 aziende furono costrette a portare i libri in tribunale. Il continuo aumento dei fallimenti, spinti dai morsi della crisi, si è arrestato l’anno successivo, nel 2015, quando sono calati del 4,9%.

IL TREND si è via via consolidato fino all’ottimo dato del 2017 che ha visto calare dell’11,3% le saracinesche abbassate. Lo scorso anno ha confermato la tendenza, con un ritmo che però è notevolmente calato. Il vento sta cambiando. Ma i frutti della tempesta si raccoglieranno solo nei prossimi trimestri. Eppure già guardando l’andamento dei trimestri 2018 si colgono dei segnali: 2.972 fallimenti nel primo, 2.994 nel secondo, 2.192 nel terzo e 3.075 nel quarto. «Il quarto trimestre è sempre un po’ più altro – spiega Preti –, il primo vero dato del vento che gira lo avremmo nel primo e secondo trimestre 2019, anche se negli ultimi mesi abbiamo già registrato alcuni segnali. Innanzitutto, la corsa della riduzione di fallimenti è rallentata. E, poi, abbiamo visto che sono aumentati i ritardi nei pagamenti delle imprese, cosa che spesso è l’anticamera della crisi».

IL TEMA della liquidità della aziende è centrale, la stragrande maggioranza dei fallimenti, circa i due terzi, si verifica proprio per mancanza di cassa: «Le aziende – sottolinea Preti – devono stare ancora più attente nelle politiche di gestione del credito e sul fronte dei pagamenti». Del resto, l’Istat ha appena certificato l’entrata in recessione tecnica del Paese (cioè il Pil negativo per tre trimestri consecutivi), la produzione industriale è crollata del 5,5% su base annua e il clima di fiducia di famiglie e imprese ha chiuso il 2018 con il segno meno. Un anno in cui i fallimenti nell’industria sono calati dell’8,1% (rispetto al -16,7% dell’anno prima) a quota 2.010. Hanno tirato però di più il freno il commercio (-6,4% a quota 3.475), i servizi (-6,7% a quota 2.069) e soprattutto l’edilizia (-2,3% a quota 2.248). «L’edilizia è un settore che prevede un’importante immobilizzazione di capitali ed è , quindi, strutturalmente più vulnerabile – sottolinea il manager di Cribis –. Inoltre, il mercato immobiliare non si sta affatto riprendendo». Si registra, invece, «un miglioramento negli altri settori anche se i fallimenti restano un po’ alti nel commercio e nei servizi, ma c’è da dire che la crisi ha ridefinito molto la competizione ed ora è più difficile difendere il valore aggiunto».

NEGLI ULTIMI 10 anni il 2014 è stato quello con più imprese fallite nel commercio (4.643), nel settore industriale (3.343) e nell’edilizia, mentre il 2015 è stato l’anno nero per il settore servizi (3.019). Quanto alla composizione geografica, in vetta alla classifica troviamo la Lombadia con 2.433 fallimenti nel 2018 (un quinto del totale in tutta Italia), il Lazio con 1.417 (il 12,7%) e la Toscana che ne totalizza 933 (pari all’8,3%). Un podio che, da un lato riflette, il numero di aziende presenti sul territorio (che è più alto al Nord) ma anche la struttura economica. «Nel Lazio, ad esempio, ci sono molte imprese attive nei servizi, un settore che ha sofferto di più», sottolinea Preti. L’Emilia Romagna, che pure ha un importante tessuto imprenditoriale, si colloca al settimo posto con 745 fallimenti (il 6,6% del totale).

Di |2019-02-18T11:04:36+00:0018/02/2019|Primo piano|