LA FABBRICA DEL FUTURO

Il lavoro al tempo dei robot operai
La tecnologia rafforza l’occupazione
E può aiutare crescita e consumi

MILANO

WARREN BENNIS disse: «La fabbrica del futuro avrà solo due dipendenti, un uomo e un cane. L’uomo sarà là per dare cibo al cane e il cane per impedire all’uomo di avvicinarsi alle apparecchiature». Sentiamo da anni frasi come questa o «i robot ci ruberanno il lavoro», conseguenze dell’innovazione tecnologica. Nel contesto della Grande recessione seguita alla Grande crisi finanziaria, in cui molti posti di lavoro sono stati distrutti, possono suonare macabre. È veramente così? Fra le visioni estreme di chi abbraccia con entusiasmo la tecnologia e chi invece la osteggia, è probabile che cadiamo in un equilibrio intermedio. Più interessante, a mio parere, è interrogarsi sul perché e quali prospettive potrebbero derivarne per i mercati. Curiosamente, per quanto si parli di robot, non è semplice reperire dati attendibili. La International federation of robotics ne raccoglie alcuni. Che mostrano come le economie in cui la presenza di robot è maggiore, misurata sia in termini di numero di robot per 10mila dipendenti, sia in termini di robot installati sul totale mondiale, hanno tassi di disoccupazione minori.

CIÒ VA CONTRO L’IDEA che i robot ‘rubino’ posti di lavoro. Se fosse vero, le economie con una maggiore penetrazione di robot potrebbero mostrare tassi di disoccupazione più elevati. Invece sembra vero il contrario. Perché? Propongo due ipotesi. La prima è che la tecnologia abbia un impatto positivo sulla produttività, in particolare del lavoro più costoso e a più alto valore aggiunto, rispetto a quello che crea un minore valore aggiunto. La seconda è che la tecnologia e i robot possano sostituire il lavoro laddove c’è carenza di offerta. Se, ad esempio, non si riescono a trovare tutti gli operai specializzati che servirebbero in Giappone, li sostituiamo con robot. Ma ‘sostituiamo’ quelli che vorremmo assumere e mancano, non eliminiamo chi già lavora. Queste due ipotesi sono compatibili con un’evidenza empirica che, da tempo, sfida la consolidata relazione fra inflazione e disoccupazione della curva di Phillips, in base alla quale la riduzione del tasso di disoccupazione spinge al rialzo l’inflazione. In alcuni Paesi, ormai, il tasso di disoccupazione è molto basso, mentre l’inflazione, riportata in territorio positivo dalle manovre non convenzionali delle Banche Centrali, non raggiunge gli obiettivi.

NON SI PUÒ ESCLUDERE che la tecnologia, aumentando la produttività del lavoro, in particolare quello meglio retribuito, possa aver contribuito a tenere a freno la dinamica dei prezzi. Questo è un altro argomento controcorrente: varie analisi mostrano una tendenza decrescente della produttività. Non amo andare contro l’evidenza – qui stiamo solo ragionando, non proponendo soluzioni a puzzle economici –, ma bisogna ricordare come la quantificazione della produttività sia uno dei compiti più sfuggenti e complessi. Nel 1987, il premio Nobel Solow dichiarò che si vedono computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività. Oltre trent’anni dopo, potremmo trovarci in una situazione simile. Se così fosse, potrebbero esserci conseguenze positive per i mercati finanziari, per almeno due motivi. Innanzitutto, se la disoccupazione non fosse destinata ad aumentare per effetto della tecnologia, la traiettoria dei consumi, elemento preponderante nella composizione del Pil dei Paesi più avanzati, avrebbe un problema in meno da fronteggiare, con ripercussioni positive per la crescita economica.

IN SECONDO LUOGO, se l’inflazione rimanesse su livelli moderati ancora a lungo, le Banche centrali avrebbero meno pressioni per modificare le proprie politiche monetarie accomodanti. Dato il ruolo cruciale che esse hanno svolto negli ultimi anni, gli investitori pensano a come posizionarsi in una fase di normalizzazione, ed è facile comprendere l’importanza dell’eventualità di un’azione più morbida delle aspettative in un contesto benigno, e non a causa di nuove difficoltà. Mentre aspettiamo di vedere che cosa accadrà, concludo con una frase di Steve Jobs: baratterei tutta la mia tecnologia per un pomeriggio con Socrate. Giusto per ricordarci che noi umani abbiamo ancora molto da dire.

*CFA Investment Strategist di Invesco

Di |2018-09-10T12:57:24+00:0010/09/2018|Dossier Economia & Finanza|