LA CRISI AGUZZA L’INGEGNO

Quando i dipendenti
si vestono da padroni
Così la cooperazione
ha salvato 300 aziende

Stefano Vetusti

FIRENZE

LE TUTE blu si trasformano in imprenditori. Gli operai ci mettono il capitale, costituiscono una cooperativa e salgono al timone dell’impresa, la salvano e la rilanciano. Il fenomeno si chiama «workers buyout», termine inglese in omaggio al fatto che la sua origine affonda negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Ottanta del 1900. La recessione faceva scricchiolare piccole e grandi imprese. Così entrarono in campo il sindacato e i lavoratori. Si ridussero lo stipendio, contribuirono a versare i soldi necessari per ricostituire il capitale e via con il rilancio. Anche grandi società come la compagnia aerea United Airlines, nel 1994, vennero rilevate e così salvate dai dipendenti. Il fenomeno si è poi diffuso nel mondo. Soprattutto in Europa, in Italia e qui, in particolare, in Emilia-Romagna e Toscana, dove la cooperazione vanta una lunga tradizione. La legge di riferimento per il fenomeno del workers buyout risale al 1985, conosciuta come legge Marcora. Da allora si possono così distinguere tre fasi, una prima fase che va dal 1986 al 1993, una seconda fase dal 1994 al 2007 in cui si definisce la nascita dei fondi mutualistici e infine il periodo dal 2008, anno di nascita della lunga crisi, fino ad oggi.

NEL 1986 nasce Cfi, Cooperazione finanza impresa, la cooperativa partecipata dalle aziende del settore e dal ministero dello sviluppo economico. Nel 1992 nascono i fondi mutualistici, con l’obiettivo di sostenere e alimentare il mondo della cooperazione. Sono questi gli strumenti con cui vengono aiutate le cooperative costituite da dipendenti per salvare l’azienda in crisi. Dal 1986 al 1993 la sola Cfi finanzia 108 progetti di wbo, nel periodo dal 1994 al 2007 i progetti sono 67, mentre dal 2008 al 2016 si registrano 83 casi. Nel complesso, quindi, in circa trent’anni sono stati 258 i casi di aziende in fallimento rilevate dai dipendenti, concentrati soprattutto al Centro nord. Altre fonti invece indicano in circa 300 i casi di wbo. Toscana ed Emilia-Romagna le regioni che in Italia hanno avuto più casi, 55 la prima, 52 la seconda, seguite da Marche (26) e Veneto (21). In Toscana è ancora fresco l’accordo concluso tra Legacoop e Cgil proprio per sostenere questo tipo di operazioni. «La ripresa, che pur si avverte, è lenta e per lo più offre lavoro povero e precario. I livelli precrisi sono ancora lontani, ci sono fabbriche che chiudono – sottolinea Dalida Angelini, segretaria generale della Cgil Toscana – il workers buyout può essere in certi casi lo strumento giusto per salvaguardare posti di lavoro e professionalità che se uscissero dal mondo della produzione avrebbero difficoltà insormontabili per trovare una collocazione». «L’accordo ha come obiettivo quello di capire la sostenibilità economica dei processi produttivi per poi trovare risorse tra gli strumenti finanziari della cooperazione. La cooperazione può essere uno strumento per superare le crisi aziendali», ha detto Roberto Negrini, presidente di Legacoop Toscana.

QUASI IL 70% dei workers buyout in Italia riguardano aziende da 10 a 49 dipendenti, il 22% quelle da 50 a 249, il 7,5% quelle con meno di 10 dipendenti. Solo due le imprese con oltre 250 dipendenti. Le cooperative nate da queste esperienze hanno una vita media di 13 anni. I lavoratori che si lanciano nell’impresa di salvare l’impresa creando una cooperativa impiegano in media circa 12-15mila euro a testa. Nelle procedure fallimentari, le coop di ex dipendenti hanno diritto di prelazione nel rilevare l’azienda. I casi di workers buyout attraversano l’Italia. Qualche anno fa quello della copisteria Zanardi di Padova, di cui si occupò anche il New York Times, affondata nei debiti, una ventina di lavoratori che non si arresero e dalle ceneri risorse una cooperativa.

IN EMILIA-ROMAGNA ricordano il caso della Ceramica Magica, produceva piastrelle in provincia di Reggio Emilia. La crisi innescata nel 2008 fece sprofondare il fatturato, ma un paio di anni dopo ecco la nascita della cooperativa che, nel 2016, arrivò a 52 soci e 30 dipendenti con un fatturato intorno ai 18 milioni. A Modena, un anno fa, con il sostegno di Coopfond è sbocciata Cores Italia, cooperativa di Castelvetro formata da 105 soci lavoratori ex Open-Co, specializzata nella produzione di serramenti. Si tratta di uno dei maggiori workers buyout, per numero di dipendenti, mai realizzati in Italia. Anche in Toscana la lista è ricca. Tra gli altri, oltre alla Ipt di Scarperia, che produce sacchetti di plastica bio, ci sono i casi della Industria vetraria valdarnese, nata nel lontano ’52 da una trentina di dipendenti licenziati che si unirono in cooperativa, poi l’occupazione salì a 100 persone; così come la Bolfra, nella Valdelsa fiorentina, coop nata dalle ceneri della omonima falegnameria fallita

 

Di | 2018-05-14T13:14:13+00:00 07/02/2018|Primo piano|