Gli italiani riscoprono la carne rossa
«Opportunità per tutta la filiera»

Volumi e spesa in aumento dopo un decennio di crisi

I consumatori richiedono maggior qualità e più informazioni sulla provenienza

dI Lorenzo Frassoldati
ROMA

Nei primi nove mesi del 2018, i consumi di carne bovina fresca sono cresciuti dello 0,4% in volume e del 3,2% nella spesa. L’aumento segue quello registrato nel 2017, che fu l’anno di svolta per i consumi carne rossa dopo anni di declino. C’è voglia di carne, ma di maggior qualità e con maggiori informazioni sulla provenienza.
Quasi un italiano su tre – dice il Censis – «è disposto a spendere fino al 5% in più per un prodotto made in Italy. E l’82% degli italiani dichiara di controllare l’etichetta o di richiedere informazioni circa l’origine dell’animale, l’allevamento e la macellazione». Le carni rosse – complici scandali alimentari come mucca pazza, campagne nutrizionali avverse e il cambiamento degli stili di alimentazione – hanno subito nell’ultimo decennio un tracollo. Dal 2010 al 2017 hanno chiuso quasi 4.000 stalle bovine, e i consumi apparenti – dice sempre il Censis – sono diminuiti da 25 chili/anno pro-capite a 19,2 (10,8 reali). Importiamo dall’estero oltre il 40% di carne bovina (circa 400.000 tonnellate tra carni fresche e congelate).
Il patrimonio bovino nazionale è crollato attorno ai 6 milioni di capi (come nel 1945) dopo aver raggiunto un picco record di 10 milioni nel 1968. Eppure, spiega sempre il Censis, il settore conserva un notevole peso nell’economia nazionale con 2,9 miliardi di euro di valore della produzione agricola (il 5,9% di tutto il settore agricolo) e 5,9 miliardi di fatturato industriale (4,2% di tutta l’industria alimentare italiana), ed è possibile modificare la tendenza.
«Ci sono, infatti, notevoli punti di forza che potrebbero invertire il trend del settore – spiega Marco Baldi – Innanzitutto la notevole capacità di allevare nelle stalle del Nord Italia che hanno ampia disponibilità di mais; poi la filiera efficiente, dalla mangimistica alla distribuzione finale; inoltre la disponibilità di ampie zone collinari destinabili all’allevamento di vacche nutrici». Complessivamente i consumi di carne crescono, dice l’Osservatorio Permanente di Agriumbria: nei primi nove mesi del 2018 la spesa complessiva per l’acquisto di carni ha superato i 5 miliardi (+3,1%). Sostanzialmente stabili i consumi di carne di maiale, mentre calano i consumi delle carni minori (coniglio e ovicaprini) con perdite costanti ed importanti. Bene invece le carni avicole (pollo e tacchino) con un +4,7% in valore e +0,4% in volume. «Non è un caso – dice Lazzaro Bogliari, presidente di Umbriafiere – che se da un lato calano i capi allevati in genere, dall’altro aumentino quelli riferite alle Igp». Anche il comparto suini ha perso valore e consumi (-5% in un anno).
«A preoccupare sono innanzitutto i numeri del settore – spiega Cia Agricoltori Italiani – Prezzo della carne suina ai minimi storici, quotazioni degli animali da macello in costante discesa senza contare la forte concorrenza, soprattutto dalla Spagna, che in 15 anni ha raddoppiato la produzione da 20 a quasi 40 milioni di capi, mentre l’Italia è scesa a 8,4 milioni». Dalla Via della Seta viene una ventata di ottimismo. Con l’accordo economico tra Italia e Cina si è sbloccata la possibilità di esportare a Pechino le carni suine. Il momento è favorevole vista la richiesta di carne congelata che viene dal paese del Dragone, duramente colpito dalla peste suina africana.

Coltiviamo il futuro

Criticità e prospettive di un mercato strategico

di Davide Gaeta

Le carni rappresentano uno dei comparti più importanti dell’agricoltura europea. I quattro tipi di carni — bovine, suine, pollame e ovine/caprine — totalizzano un quarto del valore totale della produzione agricola. Metà delle aziende agricole dell’Ue alleva bestiame e gli allevatori di ruminanti (bovini, ovini e caprini) sono per il 90% allevatori specializzati. Eppure il mercato delle carni, specie per il comparto bovino, versa da tempo in serie difficoltà; diverse le ragioni quali l’elevato costo delle materie prime, i prezzi di vendita che non compensano i costi di produzione e l’alto costo dei ristalli, cioè l’importazioni di capi destinati alla prosecuzione e al completamento della fase di allevamento, che per la quasi totalità è di provenienza estera. L’importazione di capi che provengono da Francia, Polonia, Germania, Austria e Irlanda rappresenta, infatti, una caratteristica strutturale degli allevamenti italiani di bovini da carne. Se poi si scorre verso valle lungo la filiera, si riscontrano problemi altrettanto urgenti quali, in particolare, un generale scollamento tra la fase della produzione e il sistema delle imprese di macellazione e trasformazione.
Come conseguenza di ciò si assiste, ormai da tempo, ad un’invasione di carne estera che, per prezzi e promozione, fa concorrenza al prodotto nazionale. Per sviluppare la filiera è quindi necessario puntare all’aumento della redditività degli allevamenti, ottenuta puntando sulla qualità del prodotto, che è oggi la principale possibilità per gli allevatori italiani di rimanere nel mercato e sul quale la domanda è molto sensibile. Ovviamente tutto ciò va adeguatamente pubblicizzato verso i consumatori con una comunicazione specifica che si basi sulla capacità di valorizzare e rafforzare i driver di scelta del consumatore, quali la tracciabilità del prodotto, la provenienza di origine e la sicurezza alimentare.

Davide.gaeta@univr.it