Idea Tip: l’ateneo delle startup
«Metteremo soldi e competenze
per farle laureare sul mercato»

Davide Nitrosi

MILANO

ANCHE le startup hanno la loro università. Dopo l’idea e il lancio sul mercato, arriva il momento di crescere sul serio. E a quel punto spesso sono dolori. Un conto è raccogliere i primi centomila euro, un altro è diventare grandi e svilupparsi contando su un capitale più consistente. In questa seconda fase, che è essenziale, si innesta il progetto StarTip avviato da Tamburi Investment Partners (Tip), che ha concentrato in un’unica società tutte le partecipazioni con caratteristiche simili e ha stanziato fino a 100 milioni di euro per accelerare altre startup innovative e in campo digitale, arrivate all’appuntamento con il salto del loro business.

Il progetto StarTip è in continuità con la vostra vocazione?

«Certo – spiega Alessandra Gritti, vice presidente e ad di Tip –. Da una parte l’investimento in Digital Magics e in Talent Garden ci ha permesso di conoscere startup in ambito digitale, dall’altra il network di partecipate e famiglie azioniste di Tip ci rendono il ponte privilegiato fra il mondo dell’innovazione e quello industriale più evoluto».

StarTip diventa quindi un collegamento fra interessi reciproci.

«Un collegamento che ha 33 anni di esperienza.  E che è consapevole di come all’interno di un grande gruppo consolidato, di solito, può essere più difficile generare qualcosa di assolutamente innovativo. Meglio se l’innovazione cresce e si sperimenta fuori e poi eventualmente viene integrata».

Perché partire ora con questo progetto?

«Perché l’effetto accelerazione che Tip può dare, grazie alla sua unicità, assicura una spinta alle startup nella fase di sviluppo successiva al periodo di lancio iniziale, ad esempio quando arrivano a un punto in cui si devono strutturare e hanno bisogno di capitali per iloro investimenti, in particolare nel segmento fra uno e 10 milioni di euro. È il nostro target: in quest’area c’è un vuoto».

Dove fate la differenza?

«Quando la startup deve consolidarsi, inizia un modo di vedere le cose diverso. Per finanziarsi in modo sano non hanno che l’equity, che però è ad altissimo rischio e può essere sottoscritto solo da chi è in grado di integrare tali attività con altre, più consolidate. Le due diligence tipiche degli operatori esteri possono durare troppo tempo e chi ha idee innovative non può aspettare, deve cogliere la finestra temporale altrimenti perde opportunità. Noi invece possiamo lavorare come acceleratore di imprese innovative perché abbiamo maturato esperienza sia nelle pmi sia in ciò che significa fare veramente crescere un’impresa. Uniamo network, competenza rapidità e soldi, valenze che pochi possiedono».

Non più ‘angeli’, ma qualcosa che va oltre?

«Noi siamo già aggregatori, Digital Magics o Talent Garden sono esempi. Per come siamo strutturati possiamo veicolare in StarTip diverse società, coordinandole con vari interlocutori, in modo da rendere possibile un buon insieme di investimenti».

Avete stanziato 100 milioni: in quanto tempo pensate di utilizzarli?

«Non c’è una variabile tempo. Anche subito, se serve. Perché, ripeto, grazie al nostro network siamo in grado di fare da soli una due diligence per capire immediatamente quali società devono crescere».

Su quali settori puntate?

«Non si parla più di settori ma di tecnologia. Nelle startup fa la differenza la capacità di utilizzare la tecnologia al servizio di qualunque settore».

Un esempio?

«L’applicazione del digitale per rivoluzionare settori maturi. Dall’automobile al tessile vincerà la tecnologia, al punto da sconvolgere un sistema tradizionale e le abitudini di consumo. La tecnologia digitale si applica anche all’insurance, alla finanza, all’health care».

La differenza la fa quindi unire la tecnologia sviluppata con l’interesse di settori già maturi che hanno bisogno di una spinta innovativa?

«Esatto. Il network di Tip, formato da 150 famiglie industriali italiane che investono, e il nostro portafoglio di partecipazioni, ci permettono di coprire quasi tutti i settori e soprattutto di capire come una startup avviata possa essere sviluppata. Siamo in grado di capire se l’iniziativa può essere aggregata con aziende mature o semplicemente se l’idea è vincente e va incoraggiata».


Piaggio Il patto con i cinesi per ridare slancio ai furgoncini Porter

PONTEDERA

ALLA VIGILIA dei suoi primi 25 anni, fu lanciato nel 1993, il Porter Piaggio con tutte le sue versioni per trasporto merci e persone si sposa per la seconda volta. La prima fu con i giapponesi della Daihatsu, matrimonio poi finito a scadenza contratto, la seconda sarà con i cinesi della Foton Motor Group, 40mila dipendenti, 800mila veicoli venduti l’anno scorso e 6 miliardi annui di fatturato, colosso e leader in Cina dei veicoli da trasporto, movimento terra, trattori e altro ancora. Il matrimonio vero e proprio è però fissato per la prossima primavera, ora siamo al fidanzamento o, se volete, al contratto preliminare, siglato alcuni giorni fa dal presidente Roberto Colaninno e dall’amministratore delegato della Foton, Wang Jinyu. Non è – e non sarà – un’unione finanziaria, per cui non ci saranno scambi di azioni e presenze nei rispettivi assetti societari, così si legge nel preaccordo. Se tutto andrà bene, i primi veicoli commerciali sono previsti per fine 2019, con l’incognita del nome Porter: si valuterà se mantenerlo o farlo scomparire.

LA SOSTANZA del discorso è economica: i cinesi porteranno denaro per rilanciare un veicolo che, di rilancio, ha bisogno, se non altro perché il Porter attuale avrebbe problemi anche con le prossime normative europee. Ultima clausola già raggiunta – per Pontedera e il territorio circostante, la più importante – è che l’accordo preliminare prevede la produzione nella cittadina toscana, pur se c’è ancora da discutere, a quanto sembra, sulle forniture dei componenti.

LA NOVITÀ è stata comunque appresa con soddisfazione anche dai sindacati, tanto che il commento più ricorrente è: «Finalmente una buona notizia». Un riferimento ai problemi che sta vivendo la Piaggio, leader in Europa per le due ruote, la cui punta dell’iceberg è rappresentata proprio dal nodo Porter.

Mario Mannucci