Bolgheri è la prima ‘wine town’ in Italia
Dai fasti di Carducci a quelli di Bacco
«Non chiamatelo museo, sa di antico»

Paolo Pellegrini

BOLGHERI (Livorno)

LA PICCOLA gemma sulla Costa degli Etruschi all’assalto dei grandi Colossi del Vino. Dal 3 giugno, Bolgheri polo internazionale del vino, con un mega-museo ipertecnologico, ma anche ricco di fascino del territorio, e in più sale degustazione, percorsi sensoriali, e un’Accademia per sommelier. Per tutti era già Bolghereaux, da quando una incredibile joint venture di genio e lungimiranza tra il marchese Incisa della Rocchetta e il principe degli enologi Giacomo Tachis («due piemontesi che hanno insegnato a fare il vino ai toscani», sibilano le malelingue) inventò il Sassicaia, il vino francese di Toscana. Cabernet (sauvignon e franc) e merlot nella patria del sangiovese. Seguito a ruota dagli Antinori con Guado al Tasso e Ornellaia, oggi di proprietà Frescobaldi (noblesse oblige, comunque), e da un movimento a cascata che a Bolgheri e dintorni ha portato maison e griffe del vino come Gaja, Folonari, Knauf, Banfi, Bulgheroni, Meletti Cavallari, Moretti, Allegrini, Ziliani fino a Feudi San Gregorio, e ha suscitato la crescita di un bel movimento di produttori locali (Michele Satta, Cinzia Merli, Massimo Piccin e molti altri). E in trent’anni il borgo ricordato dai più solo per i versi del Carducci e visitato a malapena per la tomba di Nonna Lucia ha cambiato look, ha visto fiorire ristoranti ed enoteche, negozi e artigianato.

ORA, il colpo grosso. Un museo del vino. Meglio, una Città del Vino, «perché museo è una parola che sa di vecchio e ammuffito, e un nome inglese, World Wine Town, per dare il giusto tocco di internazionalità». Parole di Franco Malenotti, settant’anni, famiglia di Castagneto Carducci, il padre era quel Maleno Malenotti regista e produttore cinematografico che nel maggio del 1976 fu rapito e malgrado il pagamento del riscatto non fece mai ritorno a casa: è lui, l’ex gentleman rider e imprenditore già mister Belstaff (marchio venduto agli austriaci di Labelux) e oggi patron di Matchless con i figli Michele e Manuele, a capire il momento. Ancora in joint venture, questa volta con un signore che può vantarsi di dire «la Maremma c’est moi»: Gaddo della Gherardesca, 67 anni, manager, figlio della stirpe che appunto significa Maremma, amico di vip e teste coronate del mondo intero, presidente nazionale dell’Associazione Dimore Storiche. È lui che convince l’amico Malenotti a comprare il Casone di Ugolino (così chiamato in onore del trisavolo Ugolino, nato nel 1923), fattoria cinquecentesca di proprietà della famiglia e adibita principalmente alla lavorazione del tabacco, un tempo assai fiorente in zona, e a farne un polo ricettivo: hotel, ristorante, show room, luogo di aggregazione e cultura. «Porto di terra», lo definisce Malenotti, che ci investe una dozzina di milioni e attira finanziamenti di altri privati, in testa Monte dei Paschi e la Bcc di Castagneto.

L’IDEA è chiara. «La nostra Wine Town – dice Malenotti – sarà un polo in una rete italiana di strutture simili: la House of Chianti Classico di Radda in Chianti, il WiMu nel Castello di Barolo in Piemonte, la Venice Wine Town che sta nascendo sul Sile a pochi passi dalla Laguna. La prima grande Wine Town in Italia, nel posto più bello della costa toscana, dove c’è di tutto, dalla storia al cibo, dal sole e dal mare ai cavalli della Dormello Olgiata». L’idea viene da Bordeaux, dalla Cité du Vin «in cui il sindaco Juppé – continua – e le banche hanno investito 90 milioni di euro, e che già nel primo anno ha visto passare 500mila visitatori». Due conti, e un pizzico di polemica che non guasta. «L’Italia – dice Malenotti – fa pochissimo per sostenere il turismo che oggi muove milioni e milioni di persone attratte soprattutto da storia, arte, cibo e vino. Ma vanno a Napa Valley al Castello di Amorosa, o in Cina dove gli architetti fiorentini di Archea hanno progettato il mega-parco di Yanquing Grape Exibition Garden. E l’Italia perde clienti: cresce del 2-3% l’anno mentre i competitors guadagnano in doppia cifra, fra il 13 e il 15%».

SENSAZIONI confortate dai dati di Unioncamere: il turismo enogastronomico in Italia oggi vale 122 milioni di presenze per 12,4 miliardi di euro: gli stranieri garantiscono 52,5 milioni di presenze, con una spesa giornaliera di 56,75 euro per l’alloggio e 80,91 euro per acquisti vari.