INVESTIRE I PROPRI RISPARMI

La grande fuga degli investitori esteri
Bot e Btp, si punta sul mercato interno
per comprare la montagna del debito

Achille Perego
MILANO

AVERE ANCORA fiducia nei Bot e i Btp o accodarsi alla fuga dal debito italiano come hanno fatto questa estate gli investitori esteri che hanno venduto circa 70 miliardi di titoli? È la domanda che tanti piccoli risparmiatori si stanno facendo di fronte alla corsa dello spread, tornato vicino ai 300 punti, e al timore che, con la manovra economica del governo gialloverde, nei prossimi mesi possa andare anche peggio. Nonostante la fibrillazione dei mercati nelle ultime settimane (compresa la caduta di Piazza Affari, trascinata al ribasso dalle banche) la situazione non è ancora da allarme rosso e non si profila una crisi sistemica, avverte Luca Trabattoni, Country head Italy di Ubp. Ma la situazione potrebbe diventare più critica se, nelle prossime settimane, arrivasse la bocciatura da parte delle grandi società di rating come Moody’s e S&P.

OGGI, spiega Angelo Drusiani, esperto di reddito fisso di Banca Albertini Syz, il nostro debito sovrano ha un voto, in base alle agenzie, di BAA e di tripla B. Se dovesse esserci una retrocessione a BA1 o BB+, o peggio ancora a BB, comincerebbero i problemi. Perché si entrerebbe nell’area dei titoli cosiddetti ‘spazzatura’ che non possono essere acquistati, perché troppo speculativi, dai grandi investitori (banche d’affari, fondi e fondi pensione) sia esteri sia italiani. Per un Paese come l’Italia che, ogni anno, con un debito pubblico che sfiora i 2.350 miliardi, emette circa 350-400 miliardi di titoli, sarebbero guai grossi. Alla luce anche della riduzione – e l’addio previsto da gennaio 2019 – del Quantitative easing della Bce di Mario Draghi. Con la febbre dello spread nei giorni scorsi, in seguito alle misure annunciate con il Def (dalle pensioni al reddito di cittadinanza) sui mercati è corsa voce di un cordone sanitario messo in campo, con la moral suasion del Tesoro, per acquistare Btp. Una voce priva di conferme ma che, avverte Drusiani, non sembra poi così fantasiosa. Per Alberto Borgia, presidente dell’Aiaf (l’Associazione italiana per l’analisi finanziaria) è difficile però immaginare che possano essere scese in campo le grandi aziende partecipate dallo Stato come Enel o Eni. La prima, del resto, non compra titoli pubblici e la seconda fa sapere che non ha acquistato titoli in eccesso rispetto alla tradizionale policy per gli investimenti della liquidità.

UN PAIO di settimane fa, invece, l’ad di Poste, Matteo Del Fante, aveva ricordato, sottolineando come dalla seconda metà del 2017 si sia tornati a puntare sui classici prodotti di risparmio postale, che al 30 giugno Poste aveva in gestione 510 miliardi di euro di risparmi degli italiani: 140 in titoli di Stato attraverso la raccolta con fondi, riserve tecniche e per quanto previsto conti correnti, e 321 in libretti e buoni fruttiferi. Soldi che vengono girati alla Cdp, indiziata tra i possibili sostenitori dei nostri titoli nelle fasi più calde così come sarebbe avvenuto a maggio, con un aumento dell’acquisto di bond italiani stimato dal mercato nel 20-25%. Anche il sistema bancario, che in passato aveva ridotto la quota di titoli di Stato nei portafogli portandola da oltre 400 miliardi a poco più di 300, ha visto crescere negli ultimi mesi questa cifra vicina ai 380 miliardi (con la prima banca italiana che a fine giugno ne possedeva per oltre 28), più o meno quella dei titoli acquistati da Bankitalia. Oltre 430 miliardi fanno poi capo a fondi e assicurazioni.

NEGLI ANNI si è invece ridotta la parte di risparmio degli italiani destinata a Bot e Btp che oggi vale circa 133 miliardi. Anche perché molti risparmiatori hanno cominciato a capire che, anche comprando un Btp, se non lo si tiene fino alla scadenza e di fronte al rialzo dello spread e dei tassi, si possono accusare pesanti perdite in conto capitale. E quindi, consiglia Alessandro Stanzini, Head of research and markets strategy di Banca Aletti, anche quando si tratta di investimenti obbligazionari è meglio evitare il fai-da-te e rivolgersi al risparmio gestito. In questa fase meglio optare per scadenze brevi (massimo 2-3 anni) e diversificare, rinunciando un po’ al rendimento e privilegiando la maggiore sicurezza, aggiunge Drusiani, dei bond tedeschi, francesi o olandesi. A meno che non si voglia cogliere – se si hanno patrimoni più robusti e destinandone solo una quota – l’occasione della cadute delle quotazioni dei Btp per acquistarli, scommettendo su una ripresa nei prossimi mesi. Quando, chiosa Borgia, si avrà più chiarezza sulla manovra: se fosse trovata un’intesa con l’Europa, dopo la tempesta potrebbe tornare il sereno.

Cerved In caso di default, chiuse 2 attività su 10

MILANO
COSA ACCADREBBE all’Italia nel caso di default dello Stato sovrano? Quale futuro attende l’economia italiana se apparisse il ‘cigno nero’? Secondo Cerved Rating Agency le conseguenze sarebbero drammatiche: il tasso di default atteso aumenterebbe notevolmente in un orizzonte temporale di tre anni (partendo dall’attuale 6,8%, spazierebbe dall’11% fino al 20% nel caso peggiore), portando alla bancarotta 1 azienda su 5 nel medio termine. «Più specificatamente – commenta Mauro Alfonso, amministratore delegato di Cerved Rating Agency (nella foto) – la possibilità per l’Italia di abbandonare l’Eurozona, troppo spesso ventilata, comporterebbe un significativo aumento del rischio, che coinvolgerebbe in maniera rilevante, tra gli altri, i settori del commercio e delle costruzioni (24% di default), segmenti di mercato che pagherebbero il conto più alto nel concretizzarsi di questo molto sgradevole scenario». Al 2020, un negozio su quattro non alzerebbe più la saracinesca, i fallimenti tra alberghi e ristoranti sfiorerebbero il 30%, il 20% tra le aziende dell’abbigliamento. Andrebbe un po’ meglio per le aziende della chimica e farmaceutica, della componentistica e dell’Ict, che comunque vedrebbero chiudere una impresa su 10.

STANDO all’opinione dell’agenzia di rating, in caso di default dello Stato Italiano le Pmi soffrirebbero in maniera molto rilevante del taglio delle attività di prestito delle banche, generato dall’aumento di più del 10% dei tassi di rendimento a 10 anni. Lo studio di Cerved Rating Agency riporta quattro scenari, di cui questo è il più drammatico.

Di |2018-10-08T13:40:17+00:0008/10/2018|Dossier Economia & Finanza|