INVESTIRE CON PRUDENZA

L’ex ministro e il padre scrittore
«Io, esperto di finanza truffato
Il mio libro per evitare trappole»

Rosalba Carbutti
ROMA

IL MONDO della finanza, il sistema Ponzi e il cosiddetto ‘Madoff dei Parioli’ entrano in un romanzo. Il titolo è già di per sé una denuncia: ‘I soldi sono tutto’ (Mondadori). La fatica letteraria è di Fabio Calenda che, scherzando, si definisce «il padre di» Carlo, già ministro dello Sviluppo economico e oggi figura di primo piano del Pd. Dalla sua, Calenda senior, è scrittore, già direttore di studi finanziari e banche d’investimento. Ciò nonostante, è stato uno delle vittime di Gianfranco Lande che, nel 2012, venne condannato per aver truffato 300 milioni di euro a vip, professionisti e personaggi dello spettacolo della Roma bene.

Fabio Calenda, come mai ha deciso di scrivere un libro ispirandosi alla sua storia?

«Premetto: non è un libro autobiografico. Nel senso che il protagonista Gianni Alecci, 55 anni, una moglie ricca e un’amante molto più giovane di lui, non sono io. C’è, invece, molto del mondo della finanza. Il romanzo l’ho voluto scrivere per distaccarmi dalla vicenda, per prenderne le distanze. Mi è servito anche per rifletterci su, capire qual è il meccanismo che c’è dietro una truffa del genere…».

Ecco, appunto: com’è possibile che una persona che mastica finanza da anni come lei abbia creduto ai rendimenti promessi da Lande?

«Era un uomo imperscrutabile, sembrava competente. Diciamo che non era lui a cercare i clienti o a convincerli, ma erano i clienti a cercare lui. Senza contare la continuità di rendimento: Lande era su piazza da metà degli anni Novanta. Non dimentichiamoci, poi, che il ‘vero’ Madoff, quello americano, truffò pure gestori di fondi d’investimento, cioè non proprio sprovveduti».

Che cosa si prova a essere truffati?

«Non c’è solo il fatto doloroso, di aver perso i soldi. Nel mio caso ciò che mi ha fatto più male è la vergogna. Vergogna di essermi fatto fregare, nonostante avessi gli strumenti intellettuali e culturali per evitare di caderci».

Insomma, la finanza corsara è in agguato, nessuno escluso?

«Vincenzo Greco, il truffatore del mio romanzo, ha un atteggiamento benevolo, è un imbonitore, di piacevoli conversazioni, proprio come il suo alter ego reale. In più agisce in un periodo che va dal 2006 al 2008, anni di grande euforia finanziaria. E, in questi periodi, restano sul campo ‘morti e feriti’ ».

Il titolo del suo romanzo ‘I soldi sono tutto’ è già una denuncia?

«Un po’ sì. Come racconto nel libro, i soldi a volte sono un mezzo per entrare a far parte di certi ambienti. Per farsi accettare e sentirsi accettati: un passaporto di riconoscimento sociale, insomma».

È stato difficile scrivere un romanzo parlando di finanza e risparmio tradito?

«Ho tentato di semplificare i termini finanziari il più possibile. Perché questo libro vorrei che fosse letto da tutti e, soprattutto, fosse un aiuto per evitare trappole. Non è un caso che l’ho presentato ai clienti di una società di consulenza finanziaria, di una banca d’investimento e di una grande assicurazione ».

Nel romanzo il protagonista Gianni Alecci soffre molto il figlio ‘enfant prodige’ Roberto… c’è un riferimento a suo figlio Carlo, ex ministro dello Sviluppo economico?

«Di solito ci sono ‘i figli di’, mentre io sono ‘un padre di’… Ma di Carlo sono molto fiero, anche se sul libro non mi sono mai consultato con lui».

Bankitalia Con lo sviluppo digitale giù i costi del risparmio gestito

ROMA

LO SVILUPPO del digitale nel settore finanziario darà una spinta alla competizione anche nell’industria del risparmio gestito. Ne è convinto Carmelo Barbagallo (nella foto), capo della Vigilanza della Banca d’Italia. «La crescente familiarità degli investitori verso l’utilizzo degli strumenti digitali nei pagamenti e nelle transazioni finanziarie può creare le condizioni per il lancio, nel nostro Paese come nel resto d’Europa, di modelli di collocamento che si sono affermati da tempo negli Stati Uniti e che vedono l’utilizzo esclusivo del canale online da parte di grandi asset manager per collocare le quote dei fondi gestiti e per offrire servizi di consulenza personalizzata ai risparmiatori». Barbagallo, in un intervento all’Afb-Bocconi Academy osserva che «dati i prezzi praticati da questi operatori per il servizio di consulenza al pubblico retail (nell’ordine dei 30 basis points) e il prezzo implicito pagato per la distribuzione dai sottoscrittori dei fondi comuni italiani (superiore ai 90 basis points) si può facilmente immaginare quanto spazio ci sia per una concorrenza più incisiva».

ALLA CRESCITA del mercato dei fondi comuni aperti hanno dato un contributo importante i gestori appartenenti ai gruppi esteri, la cui quota è aumentata dal 29% di fine 2014 al 43% di agosto 2018. Ma l’incremento della quota di mercato dei gestori esteri non si è tradotto in un calo dei costi: da uno studio pubblicato dalla Consob si ricava che, a parità di categoria, le classi di quote dei fondi esteri offerte in Italia al retail hanno costi in linea se non superiori a quelli dei fondi domestici.

Di |2018-10-22T12:10:22+00:0022/10/2018|Finanza|