INVESTIMENTO

L’investimento a misura di over 65
«I più coraggiosi sono imprenditori»

MILANO

«GLI INVESTITORI ‘senior’ hanno una serie di comportamenti comuni che li caratterizzano come categoria, questo è certamente vero. Hanno tutti ben in mente, ad esempio, il problema del passaggio generazionale. Quello, cioè, di pianificare la trasmissione del patrimonio, piccolo o grande che sia, agli eredi. Ma c’è una distinzione fondamentale da fare, che spacca in due la categoria: ossia il tipo di professione che gli over 65 hanno alle spalle. Vedo due gruppi: chi è stato imprenditore e chi ha fatto altro, magari anche ad alto livello. Gli imprenditori, in genere, continuano ad esserlo ben oltre l’età della pensione e tenderanno a comportarsi come se fossero più giovani anche se ormai sono nella terza età». A parlare è Massimo Donatoni, esperto del settore finanziario. Attualmente è il responsabile della divisione Wealth Management di Azimut e co-amministratore delegato di Azimut Capital Management Sgr, la controllata che si occupa appunto di gestione degli asset e dell’attività di consulenza finanziaria.

Donatoni, in che senso gli anziani che hanno fatto gli imprenditori si distinguono dagli altri quando si tratta di gestire i propri risparmi? È una questione psicologica?

«Sì, anche. Chi fa l’imprenditore, in particolare la prima generazione, quella dei fondatori di un’azienda familiare, mediamente lavora più a lungo di chi ha svolto un lavoro dipendente. Ha insomma un’attitudine differente».

Non stacca mai la spina…

«Sì, si può dire che non smette mai fino all’ultimo giorno. L’azienda per queste persone è la vita, al pari della famiglia, e quando investono hanno una maggiore propensione al rischio, un po’ come gli investitori nel pieno della loro attività lavorativa ».

E chi è stato dipendente, invece, tira i remi in barca?

«I pari età che non hanno quel profilo imprenditoriale, in genere, sì. Entrano su una corsia di decelerazione. Sono più prudenti negli investimenti e non vogliono avere un rischio troppo elevato. Ed è comprensibile che non abbiano nessuna voglia di rischiare, perché ora il loro benessere dipende solo dai risparmi che hanno accumulato».

Quindi chi rimane attivo fino a tarda età, di fatto, è come se fosse più giovane…

«Sì, possiamo dire così. Le persone ancora giovani accettano un rischio un po’ più alto perché sentono di avere ancora un futuro davanti a sé e vogliono incrementare il patrimonio. E, allo stesso modo, si approcciano alla gestione del risparmio anche gli over 65 che sono ancora in sella. Si tratta generalmente di persone molto informate, che conoscono il contesto in cui viviamo perché sono ancora nell’economia reale, che sanno di finanza e che ci richiedono un rapporto consulenziale molto forte».

Questi comportamenti diversi nella terza età dipendono anche dal reddito?

«I ragionamenti sugli investimenti personali sono ovviamente influenzati anche dal reddito. Qui i casi sono molteplici. Ma di solito chi va in pensione si ritrova a sperimentare una variazione di reddito: deve fare i conti con il fatto che, d’ora in poi, porterà a casa meno soldi e sa che dovrà vivere solo di quell’assegno mensile, per cui tenderà ad essere più conservativo e prudente nelle sue scelte. Ma quelli che invece hanno un qualche tipo di attività imprenditoriale, e che per passione e necessità aziendale rimangono in attività oltre l’età pensionabile, non conoscono alcuna variazione di reddito e saranno disponibili a diversificare di più e anche ad avere un orizzonte temporale nelle loro operazioni finanziare che è più vicino a quello tipico di un quarantenne nel pieno della carriera».

Francesco Gerardi

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI
LEZIONE DI TRIA AI PROFETI SOVRANISTI

CI SI INTERROGA molto sul perché Di Maio e Salvini siano diventati di colpo ragionevoli in tema di disavanzo pubblico. La spiegazione può essere nelle banche. Gli istituti italiani sono piene di Bot, cioè di titoli del debito pubblico, nei quali dovrebbero aver investito circa il 10% dei loro attivi. Questo spiega, fra l’altro, perché, quando le cose vanno male e lo spread sale, sui mercati arrivano valanghe di azioni delle banche italiane: sono i fondi stranieri che si liberano di titoli diventati ormai pericolosi perché troppo impegnati in titoli del debito pubblico italiano. Nei giorni scorsi, facendo bene i conti, Tria deve aver spiegato ai suoi due azionisti maggiori che continuando a far salire lo spread, grazie a affermazioni dissennate, poteva succedere un disastro irreparabile. Ma quale? Il crollo di due banche, incapaci di reggere alle pressioni di uno spread oltre quota 300. Una banca del Nord e una del Sud. Non vorrete, avrebbe spiegato Tria, che i vostri primi cento giorni coincidano con il default di due banche, cortei di risparmiatori, interrogazioni parlamentari, polemiche.

L’ARGOMENTO, a giudicare da quello che è successo dopo, ha funzionato: nessuno ha più parlato di violare i limiti europei. Anzi, tutti disciplinati. L’episodio, però, rivela una debolezza delle politiche sovraniste. Si può anche premere sulle banche nazionali e quasi obbligarle a comprare titoli del debito pubblico italiano (quando i mercati fanno difficoltà). Ma poi, se le cose non migliorano in fretta, si rischia di ritrovarsi con i conti delle banche troppo esposti e in pericolo. Magari così si sistema, per un po’, il debito pubblico, ma si rischia una crisi bancaria, che è ancora più difficile da gestire e che ci mette poco a diventare addirittura ingestibile. Meglio, molto meglio, seguire la vecchia strada e distribuire i titoli del nostro debito pubblico su una platea di soggetti internazionali abbastanza vasta. Così nessuno rischia di fare crack. Certo, bisogna fare in modo che il nostro debito pubblico sia controllato a appetibile, bisogna insomma che i conti siano abbastanza un ordine. In questa materia i proclami rivoluzionari 2 non servono a niente. L’Italia ha bisogno di 35-40 miliardi al mese di euro di prestiti. Non è quindi in condizioni di fare la voce grossa. Può solo cercare di comportarsi bene e fare la brava scolaretta. Come Tria ha appena insegnato ai due profeti del cambiamento, che forse hanno capito.

Di |2018-10-02T09:24:18+00:0010/09/2018|Primo piano|