INVESTIMENTI PRIVATE

Paesi emergenti e periferici
«Meno liquidità, più volatilità:
così i mercati cambiano pelle»

Andrea Telara
MILANO

LE OBBLIGAZIONI dei mercati emergenti, i bond legati all’inflazione e i buoni del Tesoro dei paesi europei «periferici», compresi quelli italiani. Sono le tre categorie di titoli preferiti in questo momento da Mark Nash, responsabile per l’area del reddito fisso della società di gestione internazionale Merian Global Investors. «I mercati obbligazionari stanno subendo diversi cambiamenti strutturali che minacciano di ridurre la liquidità e aumentare la volatilità», dice Nash, che definisce attraenti anche i nostri titoli di stato. Alla base di questa valutazione, però, per Nash non ci sono motivi legati all’Italia.

PIUTTOSTO, il gestore sottolinea come le banche centrali dei paesi sviluppati siano oggi più accomodanti rispetto agli ultimi mesi. Il che ha avuto due implicazioni. Ha abbassato i rendimenti reali offerti dai principali titoli di Stato, risvegliando l’interesse verso attività più rischiose come i Buoni del Tesoro Polinennali (Btp), che sono considerati dagli investitori meno sicuri ma un po’ più generosi in termini di interessi rispetto a gran parte delle obbligazioni governative europee. Fatte queste premesse, il gestore di Merian mette però in guardia da alcuni rischi che non vanno affatto sottovalutati.

«LA NOSTRA esposizione ai Btp potrebbe essere maggiore – continua Nash – ma c’è un’alta possibilità che in Italia si giunga una resa dei conti a livello politico nei prossimi 3 o 6 mesi». La campagna elettorale per le elezioni europee sta infatti per iniziare e Nash si aspetta che la retorica anti europea aumenti, sia da parte della Lega che del Movimento 5 Stelle. Inoltre, per il gestore di Merial Global Investors non è affatto escluso che le autorità di Bruxelles richiedano al governo di Roma ampi tagli alle spese nel corso della discussione sulla Legge di Bilancio in autunno e nessun partito pare intenzionato a implementare certe misure impopolari dome l’aumento dell’Iva.

«SE UN ESECUTIVO tecnico dovesse installarsi di nuovo a Roma per portare avanti tali provvedimenti – continua Nash – aumenteremmo la nostra esposizione sull’Italia». Nel frattempo, però, a detta di Nash ci potrebbe essere una fase intermedia dolorosa per chi detiene i Btp nel portafoglio. Al di fuori del perimetro dei titoli di stato, il money manager di Merian guarda anche ad altri titoli più rischiosi come le obbligazioni subordinate emesse da società del settore bancario e finanziario. Si tratta di titoli con un grado di rischio più alto rispetto a quello di un normale bond, poiché godono di minori garanzie di rimborso del capitale investito in caso di fallimento della società che li ha emessi. I bond subordinati sono ovviamente titoli da maneggiare con cura, adatti ai portafogli di investitori professionisti come i gestori dei fondi. Ma, proprio per la loro natura del tutto particolare, i titoli di questa categoria offrono attualmente rendimenti interessanti.

INFINE, un’ultima classe di bond che raccoglie le preferenze di Nash è rappresentata dai bond dei paesi emergenti. A favorirli ci sono in questo momento alcuni fattori importanti come le misure di sostegno all’economia della banca centrale di Pechino e le aspettative positive sui negoziati tra Stati Uniti e Cina riguardo ai dazi commerciali. «Questi elementi suggeriscono che c’è spazio per un potenziale rialzo anche per i paesi emergenti più in difficoltà», conclude Nash.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
ABBASSATE LE TASSE E FATE PRESTO

NON VOGLIO schierarmi sul tema flat tax, però ho provato soddisfazione nel vedere che la discussione ha toccato, finalmente, i prelievi esagerati a cui vanno incontro i lavoratori, dipendenti e non. Il libero professionista prima dell’introduzione della flat tax si ritrovava a far fronte ad almeno due gabelle: l’Irpef e la Inps. Di Irpef paga un’aliquota che varia dal 23% fino al 43% di quello che fattura (attenzione: parliamo di lordo). Poi deve versare circa 25% di quello che fattura all’Inps, se non ha la fortuna di avere una cassa professionale. Al netto delle detrazioni idealmente questo eroe si ritrova a versare allo Stato una percentuale variabile tra il 48% e il 68% di quello che guadagna. Diventa facile capire perché la flat tax già approvata per chi non fatturi più di 65mila euro l’anno non sia un regalo: chi aderisce a questo regime fiscale non gode di detrazioni, paga il 15% sul fatturato, ma deve poi fare i conti con l’Inps. Anche qui, alla fine, il 48% di quello che guadagna se ne va in tasse.

VA MEGLIO ai lavoratori dipendenti? Neanche per sogno. Hanno qualche certezza in più rispetto ai liberi professionisti, ma non possono detrarre quasi niente. L’OCSE ha appena certificato che circa il 48% (a volte anche di più) del lordo della busta paga se ne va in tasse e previdenza. In un simile scenario è facile capire una cosa: in un Paese che si prende la metà di quello che guadagneresti per offrire – a parte la sanità – servizi e infrastrutture scadentissima, la strada, se vogliamo ricreare un minimo di domanda interna, può essere solo una: tagliare le tasse. Ridurre il numero di gabelle e far scendere l’imposizione. Volete fare la flat tax? Va bene. Volete abbassare le aliquote, mantenendo la progressività? Va altrettanto bene. Fate quello che volete, ma fate presto.

Di |2019-04-15T09:16:23+00:0015/04/2019|Dossier Economia & Finanza|