INVESTIMENTI E RISPARMIO

La carica dei mille: boom degli Etf
Facili da negoziare in Borsa
e basse commissioni sul capitale

Andrea Telara
MILANO

MILLE prodotti quotati a Piazza Affari e un valore complessivo di 76,2 miliardi di euro. Ecco i numeri che certificano il boom di una categoria di strumenti finanziari in grande ascesa. Stiamo parlando degli Etf (exchange traded fund) e dei loro due «fratelli minori»: gli Etc (exchange traded commodities) e gli Etn (Exchange traded notes). Si tratta di prodotti d’investimento che consentono di puntare sui rialzi o sui ribassi di un indice di riferimento, che può essere un listino azionario (per esempio il Ftse Mib della borsa di Milano o l’S&P 500 di New York) oppure su altre attività finanziarie come un paniere di materie prime o di valute.

LE PARTICOLARITÀ degli Etf e di tutti gli altri strumenti simili sono innanzitutto due. In primis sono prodotti facilmente negoziabili in borsa come le azioni, in un apposito listino di Piazza Affari che si chiama EtfPlus. Inoltre costano poco, cioè sono oggetti a commissioni sul capitale investito di appena qualche decimo di punto percentuale. Tali caratteristiche hanno contribuito non poco alla diffusione degli Etf, il cui patrimonio complessivo è cresciuto del 15% nell’ultimo anno. E li hanno trasformati nei rivali più temibili dei tradizionali fondi comuni d’investimento, da cui gli Etf si differenziano soprattutto per un aspetto, tutt’altro che trascurabile. Va infatti ricordato che il portafoglio dei tradizionali fondi viene costruito da un gestore, cioè da un professionista ben remunerato per il lavoro che svolge, il quale seleziona periodicamente i titoli da acquistare o da vendere, a seconda dell’aria che tira sui mercati.

NEGLI ETF, il gestore è invece assente. Il rendimento del fondo segue di pari passo (o quasi) quello di un indice di riferimento, la cui composizione è determinata a priori. Se l’indice sottostante guadagna punti, anche il prezzo del relativo Etf si muove nella stessa direzione, facendo guadagnare chi lo ha acquistato. Viceversa, se l’indice sottostante scende, il possessore dell’Etf subisce una perdita. In virtù di questo meccanismo di funzionamento, gli Exchange traded fund vengono detti anche fondi a gestione passiva, per distinguerli da quelli più tradizionali, definiti dagli addetti ai lavori come «fondi a gestione attiva».

MA PERCHÉ gli Etf oggi piacciono tanto? A determinare la loro fortuna è proprio il loro profilo low cost. Chi li acquista paga commissioni ben più basse di quelle che gravano sui fondi anche se rinuncia di fatto a battere il mercato, cioè a guadagnare più di quanto guadagnano le borse o di proteggere il capitale quando i listini sono in ribasso. Diversi analisti sostengono però che molti chi gestori dei fondi riescono realmente a realizzare performance superiore alla media dei listini. Non perché siano incapaci ma perché le commissioni che gravano sul capitale dei loro fondi, applicate dalle banche e dalle società di gestione, sono spesso esose e rosicchiano i rendimenti realizzati.

ECCO allora che oggi molti consulenti finanziari preferiscono comprare per i loro clienti gli Etf, piuttosto che i fondi comuni. E’ la scelta giusta? Attorno a questo interrogativo, nell’industria finanziaria c’è un vivace dibattito in corso. Non vanno dimenticate, però, alcune avvertenze importanti. Pur essendo poco costosi, gli Exchange traded fund non sono immuni da rischi. Oltre ai prodotti più semplici, il cui di funzionamento è stato descritto sopra, esistono degli Etf un po’ più complessi, che incorporano per esempio il cosiddetto effetto leva, un meccanismo che consente di amplificare i guadagni ma anche le perdite dell’indice sottostante. Roba da maneggiare con cura e da acquistare solo se ne è compreso bene il funzionamento.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
IL PARADOSSO DELLA PACE FISCALE

SICCOME sento continuamente parlare di pace fiscale, questa settimana voglio raccontarvi una storia tragicomica, tanto per farvi capire quanto lo Stato italiano sia lontano dall’idea di pace e soprattutto di capacità di collaborare col contribuente. Un lettore che si definisce una ‘ex piccola partita Iva che ha sempre dichiarato fino all’ultimo centesimo’, qualche giorno fa, torna dalle ferie. Trova, nella casella della posta, una letterina dell’Agenzia delle Entrate. «Gentile signore – recita la missiva – stiamo effettuando il controllo formale della dichiarazione modello Redditi ecc.». Ve la faccio breve: l’Agenzia chiede al malcapitato tutta la documentazione relativa alle spese detraibili e/o deducibili relative all’ultimo anno in cui il nostro eroico imprenditore ha avuto il coraggio di tenere aperta la partita Iva. L’aspetto più comico della vicenda è che questo signore si ritrova la letterina di auguri dell’Agenzia delle Entrate per il secondo anno di fila. «L’anno passato, appena tornato dalle vacanze, sono stato costretto a correre dal commercialista con tutti i giustificativi di spesa relativi a una dichiarazione precedente – mi racconta –: ho perso mezza giornata di lavoro, ho dovuto pagare il consulente fiscale per l’aiuto (dato che da solo non sarei stato in grado), per un controllo su poche centinaia di euro di deduzioni.

E SOLO dopo mesi l’Agenzia si è degnata di dirmi che era tutto in ordine. Pensavo fosse finita, invece ci risiamo anche quest’anno: sembra una persecuzione. «E se entro trenta giorni non risponde alla lettera, ovviamente, partono le multe. Uno Stato che non fa altro che complicare la vita dei contribuenti – che dopo aver fatto fatica per fatturare, devono anche dimostrare di aver pagato, andando a ripescare dichiarazioni vecchie di anni – in che modo esattamente pensa di fare la pace fiscale?

Di |2019-07-23T08:09:51+00:0023/07/2019|Dossier Economia & Finanza|