INNOVAZIONE

Aeroporti del Sud, un decollo a metà
Napoli prepara nozze milionarie
Ma è profondo rosso per i piccoli scali

Nino Femiani
NAPOLI

QUAL È LO STATO di salute degli aeroporti del Sud? E la loro condizione attuale incoraggia investimenti milionari per renderli competitivi? La risposta è duplice: i grandi aeroporti del Sud tengono botta, ma i piccoli sono un vero disastro: decine di milioni di perdite e casi scandalosi, come a Crotone e Salerno dove si è stati a un passo dal portare i libri in tribunale. I quattro scali del Sud più gettonati sono Catania, Napoli, Palermo e Bari che, sommati tra di loro, raggiungono i 27 milioni di passeggeri (dati 2107 di Enac). Il vero sconcio è, invece, in Calabria dove il traffico aereo è in crisi nera, travolto da debiti e mancanza di viaggiatori: basti pesare che a Reggio si sono imbarcati nel 2017 appena 380mila passeggeri (meno 20% rispetto al 2016). La vicenda più emblematica è quello del «Sant’Anna Pitagora» di Crotone che, dopo il default (6 milioni di rosso) e la chiusura di un paio di anni, ha ripreso dal 1° giugno i voli commerciali, ma solo quelli Ryanair per Bergamo e Pisa e fino a ottobre, grazie al denaro (610mila euro) messo sul tavolo da Regione Calabria e Comune. L’interrogativo centrale resta la sua sostenibilità. Un quesito a cui aveva risposto nel 2014 la Corte dei conti europea, che aveva definito il terzo scalo calabrese «superfluo» e fissato come obiettivo per ritenerlo sostenibile una quota di oltre 300mila passeggeri all’anno. Mai raggiunta. Senza contare una quarta potenziale aviosuperficie, a Scalea, mai entrata in funzione e su cui gli ambientalisti hanno puntato il dito per un presunto rischio al sito di interesse comunitario «Valle del fiume Lao» e alla limitrofa Zona a protezione speciale «Pollino e Orsomarso». In Puglia, invece, sorride Bari dove con l’allungamento della pista si brinda a nuovi collegamenti (come il Bari-Mosca), ma si protesta a Foggia dove al ‘Gino Lisa’ si recrimina per il mancato potenziamento atteso da 6 anni che ha portato a un tracollo di clienti: solo 110mila nel primo trimestre di quest’anno.

A NAPOLI, INFINE, si combina un matrimonio da 200 milioni. La fusione, che sarà messa nero su bianco nelle prossime ore, prevede la creazione di un polo aeroportuale campano che comprende gli scali di Capodichino e di Salerno-Costa d’Amalfi. La Regione Campania, per cancellare dallo scalo di Pontecagnano l’immagine scandalosa di aeroporto fantasma, sul quale si sono riversate più polemiche che viaggiatori, intende ora fare sul serio. E mette mano al portafoglio, tirando fuori denaro fresco. «Abbiamo trovato 50 milioni, veri e non finti, per allungare la pista e soprattutto abbiamo fatto una intesa con Capodichino, con l’obiettivo di portare a Salerno, nell’arco di sette anni 3-4 milioni di viaggiatori», dice il governatore Vincenzo De Luca. La fusione tra i due scali sarà ufficializzata in autunno, con l’approvazione delle due assemblee. Il controllo operativo resterà nelle mani di 2i Aeroporti (51% Terzo Fondo di F2i, 49% suddiviso tra la società di private investment Ardian e Crédit Agricole Assurances) che può vantare gli ottimi risultati conseguiti in questi quasi otto anni di gestione a Napoli. Il bilancio di Capodichino nel 2017 si è chiuso con un utile netto di 19,8 milioni, 5 in più dell’anno precedente e con un incremento di viaggiatori di un milione e ottocentomila unità, il 26% in più rispetto al 2016. Proprio il tema dei viaggiatori è quello che spinge F2i e Regione a remare nella stessa direzione. Tutti sanno che il mercato turistico italiano è in forte espansione, ma la Campania con i suoi 19 milioni di turisti all’anno risulta molto staccata da regioni come il Veneto (63) o la Toscana (44). Da qui l’impegno a un investimento importante, suddiviso tra 80 milioni a carico della Regione e circa 122 della società di gestione. Un esborso che ha come obiettivo quello di raddoppiare il numero dei passeggeri entro dieci anni. Nel 2017 Capodichino ha registrato 8.552.223 passeggeri, un vero flop il Costa d’Amalfi con solo 3028 passeggeri, meno di 9 al giorno. Un dato davvero avvilente.

Il convegno A Livorno si discute del futuro delle ‘autostrade del mare’

LIVORNO

QUALE futuro per le ‘Autostrade del mare’? Cosa rappresentano a livello comunitario e che declinazione hanno per i sistemi portuali italiani? Di questo si parlerà giovedì 5 luglio a Livorno (dalle 18, al Cisternino di Città) nell’ambito di ‘Autostrade del mare per connettere l’Italia’ , la tavola rotonda promossa da Il Telegrafo e Qn Economia & Lavoro in collaborazione con Tim Business. I temi centrali della giornata sono quelli dello sviluppo e dell’ambiente: compatibilità sempre in discussione, ma oggi più concreta grazie anche a un nuovo modo di intendere i trasporti.

LA RETE trans-europea delle autostrade del mare ha l’ambizione di concentrare i flussi di merci su itinerari basati sulla logistica marittima così da migliorare i collegamenti marittimi esistenti o stabilirne di nuovi. L’obiettivo è naturalmente quello di ridurre il congestionamento stradale e l’inquinamento, ma c’è anche la volontà di rendere questi traffici redditizi, regolari e frequenti. Per questo, a Livorno, saranno di fronte il mondo dell’impresa e quello delle istituzioni. A introdurre il dibattito il direttore de La Nazione e de Il Telegrafo Francesco Carrassi che modererà la discussione, cui prenderanno parte il presidente della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno Riccardo Breda; il responsabile Tim Business & Top Clients – Sales Centro Pubblica Amministrazione Locale Toscana Marche Umbria Stefano Cinquini; l’ad dell’Interporto Toscano Amerigo Vespucci Bino Fulceri; il responsabile relazioni esterne Grimaldi Group Paul Kyprianou e il presidente di Confindustria Livorno e Massa Carrara Alberto Ricci.

L’ACCESSO all’incontro, e al successivo cocktail che sarà offerto a tutti i partecipanti, è consentito fino all’esaurimento dei posti disponibili. Per avere ulteriori informazioni o partecipare si può ancora telefonare al numero 02.57577361 o scrivere a eventi@speweb.it


Bper, soci in fibrillazione dopo l’aumento di Unipol Nel patto anti-scalata spunta il figlio del Drake

Roberto Grimaldi
MODENA

IL COLOSSO UNIPOL aumenta la propria presenza all’interno di Bper. Una manovra gradita, almeno a parole, dall’amministratore delegato della banca modenese, Alessandro Vandelli. Eppure, dietro le quinte, sembra siano in corso grandi manovre per arginare lo strapotere del big delle assicurazioni. Ma andiamo con ordine. La scorsa settimana Unipol ha comunicato di aver incrementato la propria partecipazione in Bper Banca dal 9,9% al 15,06% del capitale. La partecipazione detenuta da Unipol, direttamente e indirettamente, nella banca modenese è stata incrementata attraverso una procedura di reverse accelerated bookbuilding riservata a investitori qualificati e istituzionali esteri. Il gruppo bolognese ha pagato 4,72 euro ad azione, per un totale di 73,8 milioni. E la mossa del gruppo guidato da Carlo Cimbri è bastata comunque a scaldare il titolo dell’istituto di credito dell’Emilia Romagna, che ha volato in Borsa facendo registrare a fine giornata il nuovo prezzo a 4,75 euro (+6,6%).

COME SI DICEVA, l’amministratore delegato Vandelli si è dichiarato tranquillo, pochi giorni fa, a margine dell’Italian ceo conference di Mediobanca: «Siamo molto soddisfatti. Un azionista che era già presente nel nostro capitale in maniera importante ha deciso di aumentare la quota, ha espresso la volontà di sostenere nel medio e lungo periodo la banca, gli sviluppi credo che siano positivi». Eppure, i vecchi soci sentono odore di scalata, o almeno così pare dai movimenti sotterranei che si stanno preparando. Le due fondazioni, anime della Bper, sono in fibrillazione, soprattutto la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena (al 3,001%) e la Fondazione di Sardegna (al 3,021%), oltre alla Cassa di Risparmio di Bologna e alla Cassa di risparmio di Imola e di Vignola, che dovrebbero detenere complessivamente un ulteriore 2% del capitale. E non sta a guardare la Fondazione di Sardegna, che potrebbe scambiare il 49% di azioni che ancora detiene nel Banco di Sardegna (già ad oggi controllato da Bper) con titoli dello stesso istituto modenese, così da aumentare la propria influenza e lanciando un chiaro segnale di possesso ad eventuali scalatori.

MA NON FINISCE QUI. Si parla di un patto di sindacato che riunisce 68 aderenti con il 4,09% del capitale. Si tratta di vecchi soci, imprenditori legati al territorio che vogliono assicurare continuità all’istituto bancario. E ci sono voci secondo cui questo nocciolo duro di imprenditori locali starebbe corteggiando Piero Ferrari, il figlio del Drake, il cui patrimonio è stato valutato da Forbes intorno ai 3 miliardi di dollari. Il suo ingresso nel patto di azionisti fedelissimi sarebbe un passo in più verso un accordo anti-scalata di stampo territoriale.

Di |2018-10-02T09:24:25+00:0006/07/2018|Finanza|