INNOVAZIONE NELLE IMPRESE

Boom Industria 4.0
grazie agli incentivi
«Il nuovo governo
non deve cancellarli
»

 MILANO

«NON SIAMO preoccupati ma sicuramente attenti a quello che farà il prossimo governo». Parola di Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica, che lancia in anticipo un monito al nuovo esecutivo, in vista della legislatura appena iniziata: «Occorre non disperdere il lavoro fatto sinora con il piano di incentivi all’Impresa 4.0».  Dunque, possiamo dire che le misure messe a punto negli anni scorsi dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, hanno funzionato?  «Premesso che tutto può essere migliorato, direi che gli aspetti positivi del piano Impresa 4.0 superano ampiamente quelli negativi».  Perché?  «Innanzitutto, c’è stato un ritorno nel nostro Paese delle misure di politica industriale, già questo è un fatto positivo. Ed è positivo che la politica industriale abbia messo al centro dei propri obiettivi l’innovazione. Inoltre, anche se bisognerà aspettare un po’ per tirare le somme delle misure adottate, ci sono molti segnali del fatto che gli incentivi introdotti stanno funzionando».  Quali sono questi segnali?  «Le statistiche dimostrano che gli investimenti in macchinari e, più in generale, gli investimenti industriali hanno subito un forte incremento lo scorso anno. Merito anche delle misure introdotte, che sono state ben architettate: niente incentivi a pioggia ma agevolazioni che diventano via via più ampie a seconda dell’intensità degli investimenti effettuati e dal livello di innovazione che contengono. Inoltre, il sistema di controlli molto stringente ha impedito gli abusi da parte delle aziende».  Teme che il lavoro fatto sinora vada in fumo, con il cambio della legislatura?  «Prima di rispondere devo fare una premessa. Qualsiasi incentivo industriale, per funzionare bene, deve in primis possedere una qualità: avere un carattere strutturale. Il prossimo governo, chiunque sarà a guidarlo, deve tenere conto delle esperienze positive passate. Ho letto alcune dichiarazioni di un autorevole esponente del Movimento 5 Stelle, uno dei partiti vincitori, che ha parlato di una revisione degli incentivi, includendo tra questi anche quelli di Impresa 4.0. Spero che non si faccia l’errore di gettare via il bambino con l’acqua sporca, eliminando anche le cose che hanno funzionato».  Siete preoccupati?  «Aspettiamo di vedere alla prova chi guiderà il Paese nei prossimi anni. Quindi, più che una preoccupazione, vorrei esprimere un augurio».  Quale?  «Che il nuovo governo metta al centro della politica industriale le aziende manifatturiere e la meccanica. Dalla meccanica deriva il 52% dell’export nazionale, che negli ultimi anni ha avuto ottime performance. C’è poi un altro aspetto: il pacchetto di incentivi dell’Impresa 4.0 è stato un fattore importante per stimolare il mercato interno».  In che senso?  «Gli investimenti effettuati negli ultimi mesi dalle aziende nazionali sono andati in buona parte a beneficio di altre imprese italiane. Il nostro Paese ha un ricco tessuto di produttori di macchinari industriali»


Benetti, il primato dei giga yacht
«Cavalchiamo l’onda della ripresa
E non temiamo la tempesta dazi»

Davide Nitrosi  TORINO Tra il 2011 e il 2016 è cresciuta con ritmi del 20% nonostante l’onda lunga della crisi (e dopo aver resistito alla tempesta degli anni precedenti) e ora affronta i marosi del neo protezionismo senza troppe ansie. Non a caso Azimut-Benetti è il più grande produttore di imbarcazioni da diporto a motore al mondo. Leader assoluto nei mega yacht, è in «gara» per diventarlo, almeno nell’Europa del sud, per i giga yacht (le imbarcazioni di oltre 80 metri), realizzati con il brand Benetti, grazie alla capacità produttiva che oggi le permette di costruire contemporaneamente quattro yacht di oltre 100 metri. Fondatore di Azimut-Benetti è Paolo Vitelli, un piemontese appassionato di nautica che ha cominciato questa avventura a 21 anni, nel 1969. Oggi Azimut-Benetti produce nei suoi6 cantieri in Italia e all’estero (Avigliana, Savona, Livorno, Viareggio, Fano e Itajai in Brasile, e ha chiuso l’anno fiscale 2016-2017 con un valore di produzione pari a 710 milioni di euro.  Vitelli, dove ha pescato un piemontese l’idea di costruire e vendere imbarcazioni?  «La mia famiglia si occupava di un’impresa tessile. Io ho unito la voglia innata di fare business con la passione del mare. Ho iniziato ad andare in barca a vela a 8-10 anni. E poi volevo dimostrare a che ero capace di costruire una startup da zero, senza capitali di famiglia».  Si affaccia il neo protezionismo: vi preoccupa?  «Abbiamo resistito alle varie crisi grazie al fatto di essere un’impresa familiare molto ben capitalizzata e affidandoci ad un management proveniente inizialmente dall’automotive ma ora di crescita interna, capace di creare efficienza. Il protezionismo non ci spaventa, il lusso per definizione è indipendente dalle frontiere e dai prezzi. Il nostro mercato è mondiale».  Le aree più interessanti?  «Dal Sud Est asiatico alle Americhe, dall’Africa all’Europa. È globale. Ora stiamo producendo un’imbarcazione da 50 metri destinata a un cliente dell’Africa occidentale».  Eventuali barriere e guerre dei dazi non vi spaventano?  «Siamo una multinazionale tascabile. Fatturiamo in Italia il 4-5%. Tutto il resto diviso tra i vari continenti. Le eventuali barriere non cambieranno l’appeal del nostro prodotto nel mondo».  Mantenere la produzione in gran parte in Italia non è costoso?  «Ci sono tre cose da risolvere in Italia: il costo del lavoro che condiziona la produttività, la burocrazia e la certezza del diritto…»  Ma?  «Ma i clienti sono estasiati quando vengono a Livorno, al cantiere Benetti, a vedere i nostri giga yacht, simbolo quasi unico di un’Italia tecnologica ed elegante. Possiamo rimanere competitivi restando in Italia. Come sono competitivi olandesi e tedeschi con un costo del lavoro maggiore del nostro. Chi vuole qualità e tecnologia le paga».  Chi sono i vostri competitor?  «Siamo leader mondiali, ma per le medie barche ci confrontiamo con gli inglesi e per le grosse con olandesi e tedeschi. La nostra sfida è portare via una fetta di mega yacht ai tedeschi grazie al marchio e alla tecnologia Benetti».  L’azienda fa gola agli investitori esteri?  «Da un paio d’anni si è riacceso l’interesse per il nostro settore. Soprattutto da parte di family office di Australia, Taiwan e Indonesia che vogliono entrare in un settore vincente».  Siete tentati?  «Noi restiamo così, abbiamo un socio di cui siamo orgogliosi, la Tip di Tamburi, e abbiamo in corso un processo di successione. Sono orgoglioso perché Giovanna, mia figlia, vice presidente, si occupa ormai quasi di tutto con successo».  Spendete moltissimo in ricerca. É la carta vincente?  «Oggi si chiede alle imbarcazioni una maggiore efficienza energetica e scafi con materiali sempre più leggeri ed efficienti per ridurre la manutenzione. E poi è importantissimo il design».  Lo stile italiano?  «Come accade nel mercato automobilistico c’è un’accelerazione della novità. Il ciclo di vita delle imbarcazioni si è ridotto da 8 a 5/6 anni, il cliente cerca sempre qualcosa di nuovo. E poi il tema del comfort».  Anche negli yacht è in corso una rivoluzione digitale?  «Certamente. Ora stiamo costruendo una barca di 110 metri per un personaggio famoso, con 250 metri quadri di pannelli interattivi in grado di leggere l’umore di chi passa davanti alla parete. Leggono l’espressione del viso e creano immagini adatte a dare gioia o serenità. E questo è solo un esempio: l’elettronica impera ovunque».


Reputazione. Record di fatturati per Ferrero, gruppo più gradito

MILANO

L’ASCESA di Ferrero International, al vertice di un gruppo che conta 91 società e 23 stabilimenti produttivi nel mondo ed è presieduto da Giovanni Ferrero, non accenna a fermarsi. Il fatturato consolidato del 2017 è salito a 10,5 miliardi di euro (+1,5% rispetto all’esercizio precedente). Le vendite sono aumentate del 2,2%, trainate dai mercati europei come Germania, Polonia, Regno Unito e Paesi dell’Europa orientale, mentre Italia e Francia sono rimaste stabili. Oltreoceano, Usa, Canada e Messico hanno registrato l’incremento maggiore di vendite nette. I prodotti che hanno maggiormente contribuito al fatturato sono stati Nutella, Ferrero Rocher, Kinder Surprise, Kinder Joy, Kinder Bueno e Tic Tac. L’organico del gruppo è salito a 30.305 dipendenti, 1.100 in più rispetto all’anno scorso. Complessivamente il personale è salito a 34.543 dipendenti, con un aumento di 1.600 unità circa.

I DATI DI BILANCIO hanno coronato un periodo d’oro per il colosso dolciario. Premiato anche dalla classifica annuale stilata da Reputation Institute, che designa le imprese mondiali preferite dai consumatori. Ferrero è la prima azienda italiana per reputazione, si è collocata al 18esimo posto nel ranking mondiale. E, assieme ad Armani, Pirelli, Barilla e Lavazza, compone la rosa delle imprese italiane nella top 50 della classifica. In vetta al mondo per reputazione c’è Rolex (da anni occupa i primi posti), seguita da Google e Lego. Poi Canon al quarto posto, The Walt Disney Company, Sony, Adidas, Bosch, Bmw e Microsoft completano lo schieramento delle prime 10 corporation con la reputazione più alta tra i consumatori. È la tecnologia, non più l’automotive, il settore con i giudizi più lusinghieri. Per quanto riguarda l’Italia, Ferrero si conferma, anche a livello globale, la prima azienda come reputazione nel settore del food. Giorgio Armani Group continua a scalare la classifica, attestandosi in 22esima posizione e salendo di 6 gradini. In crescita anche Pirelli (dal 32esimo al 30esimo posto). Barilla è in 36esima posizione; Lavazza, new entry, al 49esimo posto.

Di |2018-10-02T09:24:40+00:0027/03/2018|Dossier Economia & Finanza|