L’uomo ai tempi della rivoluzione 4.0
«La coscienza salverà il mondo dalle macchine»

Intervista a Federico Faggin

«Cuore e intuizione sono la nostra ’arma segreta’
I computer ci hanno superato nel calcolo
ma la nostra capacità di immaginare ci rende unici»

di Antonio Vecchio
ROMA

Prima di intervistare Federico Faggin, pensi di parlare per una buona mezz’ora di processori, capacità crescenti di calcolo computazionale e intelligenza artificiale. Sorprende invece, nonostante lo sforzo di condurre la discussione verso i temi della rivoluzione 4.0, come l’uomo che ha costruito il primo microprocessore, inventato il touchscreen e il mousepad, ti conduca ogni volta a quello che per lui è il vero nocciolo della questione: la netta, incolmabile differenza tra noi e ’loro’, le macchine. Scopri allora che il tecnico della Olivetti trasferitosi negli USA nel 1968, con in tasca una laurea in Fisica summa cum laude a Padova, combatte oggi, nella Silicon Valley dove vive, una sua battaglia personale per riportare l’uomo al centro del dibattito tecnologico.
Lei ha sorpreso tutti iniziando il suo intervento col parlare della differenza tra razionalità e intuizione: ce la spiega?
«La razionalità attiene alla formazione scientifica, tecnica, nelle quali l’aspetto intuitivo è limitato, pur variando da persona a persona e da disciplina a disciplina. La nostra mente ha una parte meccanica, che ha a che fare con il ragionamento e il calcolo, e una che meccanica non è, che ci permette di sognare e di immaginare. Il mondo dentro di noi è fatto di sensazioni e di sentimenti, non di razionalità. Sono – razionalità e intuizione – due componenti complementari, che completano il nostro agire intellettuale. Nella prima le macchine ci hanno già superato, ma nella seconda noi siamo e saremo sempre irraggiungibili».
Quando iniziò a lavorare come tecnico in Olivetti, pensava che l’intelligenza artificiale (IA) avrebbe raggiunto i livelli di oggi?
«Certamente no. All’epoca, avevo 18-19 anni, cercavo di comprendere il funzionamento del computer e riuscivo anche a costruirlo. In quegli anni la IA era molto primitiva, con affermazioni ancora avventurose da parte di alcuni suoi pionieri. È stato poi negli anni 80 che ho iniziato a prenderla sul serio, avendo già alle spalle una carriera tecnologica di grande successo, oltre che una imprenditoriale a capo delle aziende che avevo fondato. All’epoca avevo già imparato parecchio e la IA cominciava a dare segnali di risveglio, anche se da subito capii che stava prendendo una direzione errata».
Cosa la preoccupa?
«La convinzione che l’uomo sia una macchina, che nulla vada al di là della macchina in sé, che il cuore e l’intuizione non abbiano alcun valore e che conti solo la razionalità: se uno definisce l’intelligenza in questo modo, le macchine possono senza ombra di dubbio superare l’uomo. Anzi, ci hanno già superato, capaci come sono di compiere milioni di miliardi di operazioni al secondo. Ma questo non significa nulla: noi possiamo sollevare molto meno di una gru, ma non per questo valiamo meno. L’aspetto umano è ciò che ci distingue e ci rende unici».
È per questo motivo che nel suo libro (Silicio, ed Mondadori 2019) affronta spesso il tema della consapevolezza?
«Certamente. La consapevolezza è qualcosa che va al di là della materia. Nel mio modello è la materia che nasce dalla consapevolezza, e non viceversa: tutto l’opposto di quello che vogliono farci credere. Per questa ragione ho costituito nel 2011 la “Federico ed Elvia Foundation” (www.fagginfoundation. org), per finanziare studi in questa direzione. Oggi si pensa che la consapevolezza emerga dal cervello, e che quando il cervello muore, con esso muoia anche la coscienza di noi. Io ho invece ho avuto esperienze dirette che mi dicono che così non è. La storia è piena di esperienze di pre-morte, di preveggenza, extra-corporee. Il fatto che non si possano ripetere in laboratorio non significa che non esistono. Io penso che la realtà sia molto più ricca di quello che noi siamo portati a pensare, ma oggi la scienza ha la pretesa di controllare tutto».
Stiamo forse parlando di spiritualità?
«La spiritualità implica aprirsi al mistero e alle esperienze vissute, cercando di interpretarle senza usare il metro razionale. L’organismo vivente non è una macchina classica, ma una struttura quantistica che rappresenta l’interfaccia tra due mondi: quello interno, spirituale, fatto di significati, e quello esterno, razionale, composto da simboli. Oggi si tende a negare il primo in favore del secondo: è sbagliato, io stesso ho sperimentato queste due dimensioni. Esistono e occorre integrarle per portare l’umanità al prossimo livello di sviluppo».
Siamo ormai in piena rivoluzione 4.0, con le macchine che iniziano a sfidarci nella sfera cognitiva: come sarà il futuro?
«Questo è quello che ci dicono; in realtà, quando uno va al sodo, trova che le macchine sono semplicemente più brave di noi nella attività meccaniche, quelle ripetitive..».

Contro la fuga dei cervelli

«Forniamo stimoli e motivazioni per rimanere qui»

«La situazione oggi è drammatica; il fenomeno era presente anche in passato, ma non con i numeri attuali. Perdiamo capacità straordinarie, formate nelle nostre validissime università. È un regalo che facciamo al mondo, ed è una situazione che deve essere fermata quanto prima: di certo non impedendo che la gente vada all’estero, ma cambiando le condizioni in Italia e fornendo stimoli e motivazioni per rimanervi. Ma anche anche per ritornarci»