Clima pazzo, produzione a secco
I coltivatori hanno perso 2 miliardi
«Più fondi per la prevenzione»

Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA
GELATE
primaverili, siccità, temperature record, incendi. Nei campi – ma anche nelle industrie del food – si tirano le somme della lunga (e pazza) estate calda del 2017. Cali produttivi generalizzati, calendari sovrapposti per la frutta, costi aumentati per le irrigazioni di soccorso nelle coltivazioni estensive, problematiche fitosanitarie in aumento (quindi altri costi).

LE PERDITE. Coldiretti le calcola in 2 miliardi di euro, una cifra monstre perché alle temperature africane si è aggiunta una siccità davvero straordinaria col 41% in meno di precipitazioni rispetto alla media degli ultimi 10 anni. Il combinato disposto di caldo e siccità ha portato alla dichiarazione di stato di calamità in 11 regioni. Ma i danni vanno dal campo alla tavola, con la caduta produttiva di tutti i prodotti base della dieta mediterranea. Il raccolto di pomodoro per passate, polpe, concentrati e sughi da conserve, dice Lorenzo Bazzana, responsabile economico Coldiretti, «è stimato in calo del 12% rispetto allo scorso anno mentre per il grano duro da pasta si prevede una contrazione media attorno al 10%, il raccolto di mele tagliato del 23% con punte del 60% in Trentino, la vendemmia ridotta del 25% e la campagna di raccolta delle olive 2017/18 si prospetta una delle peggiori degli ultimi decenni». Anche le stime di Confagricoltura viaggiano sulle stesse percentuali: per il pomodoro perdite dal 20 al 30%, per le mele dal 50 al 60%, per l’olio -60%, per il riso -30%, per i foraggi -60%. Con queste premesse Giorgio Mercuri, presidente Alleanza Cooperative Agroalimentari, non ha dubbi: «Spiace ripetersi, ma anche quest’estate a rimetterci sono stati i produttori. Qualcuno potrebbe anche accusarci che raccontiamo sempre la stessa «favoletta», ma la verità è che ancora una volta è stato il mondo produttivo a dover assorbire tutte le perdite economiche che hanno subito i diversi comparti, dall’ortofrutta al vino passando per i cereali». Dalla produzione alla trasformazione. Pier Paolo Rosetti, direttore di Conserve Italia, gigante cooperativo leader nel pomodoro, succhi di frutta e conserve vegetali: «Uno dei problemi maggiori lo abbiamo riscontrato sulla coltura del mais che ha registrato rese produttive al di sotto delle medie. È venuta a mancare una significativa parte di produzione, già compresa nelle previsioni di vendita». Poi il pomodoro: «Qui alla fine le rese non sono state inferiori agli altri anni: però la siccità ha comportato un aumento dei costi per l’irrigazione in campo». Quanto alla frutta: «Siccità e caldo hanno influito: molta produzione ma scarsa pezzatura. Risultato: una parte della produzione non è risultata idonea alla trasformazione industriale».

I VANTAGGI. Se caldo e siccità hanno decimato le produzioni in campagna, in alcuni casi la qualità ci ha guadagnato. Coldiretti spiega: «Dalla raccolta di supergrano alla frutta dolcissima cui le condizioni climatiche hanno garantito un elevato grado zuccherino e un plus di sostanze antiossidanti. Anche il pomodoro da industria, dove si è potuto irrigare, è di grande qualità, come pure l’uva da tavola quest’anno particolarmente dolce». Gianni Tosi, presidente Confagricoltura Emilia Romagna, sottolinea la sorpresa grano: «Le rese produttive del frumento tenero e duro in regione hanno sfiorato addirittura i 90-100 quintali ad ettaro quando la media si ferma solitamente a 65-70 quintali. Straordinarie anche le caratteristiche qualitative, contenuto proteico e peso specifico». Il consumatore ci ha guadagnato, dice Giorgio Mercuri, «grazie alla combinazione di eccellente qualità dei prodotti e di prezzi al consumo contenuti, per via di una produzione abbondante favorita dalle condizioni climatiche».

LE RICHIESTE. Coldiretti: «Di fronte allo stravolgimento del clima è necessario passare dalla gestione dell’emergenza, con enorme spreco di risorse, alla cultura delle prevenzione. Occorrono interventi di manutenzione, risparmio, recupero e riciclaggio delle acque, potenziando la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi. Poi nella nuova legge di Bilancio va garantito un adeguato finanziamento del Fondo di solidarietà nazionale. Infine bisogna accelerare sull’obbligo di indicare l’origine in etichetta per riso e per il grano della pasta estendendolo ad altri prodotti come i derivati di pomodoro e l’ortofrutta trasformata per impedire che in un anno difficile si incentivi l’importazione di prodotti da spacciare come italiani». Confagricoltura rimarca che non può essere solo il settore agricolo a pagare gli effetti del cambiamento climatico: «È compito della politica gestire la situazione, che rischia di compromettere la fiducia degli operatori, ridurre gli investimenti ed aumentare ancora di più la dipendenza dall’estero».