IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE SUSSIDIARIETÀ

Innovative, green e internazionali:
le Pmi sempre più motore del Paese
«Ma al centro ci siano le persone»

Lucia Caretti
MILANO

SONO innovative, green e internazionali. Ma soprattutto: piccole. E resistono. In Italia il 98% delle aziende appartengono ancora alla categoria delle Pmi: 4 milioni e 450mila piccole e medie imprese che costituiscono il motore del Paese. La Fondazione per la Sussidiarietà le ha fotografate nel suo rapporto annuale, una ricerca realizzata in collaborazione con FederlegnoArredo, Fondazione UCIMU e Unioncamere, da cui il presidente Giorgio Vittadini trae alcune indicazioni per la politica. «Molte aziende si sono rassegnate al neoliberismo e pensano ancora che l’unica strada per essere efficienti sia tagliare i costi. Altre cominciano a capire che la loro crescita va di pari passo a quella delle persone. Due mondi si stanno confrontando: lo Stato si deve schierare, deve favorire un modello in cui la persona sia al centro. Ha il compito culturale di farlo». Fondatore della Compagnia delle Opere, storico leader di Comunione e Liberazione, Vittadini insegna statistica alla Bicocca, a Milano.

Professore, come stanno le nostre Pmi?

«Crescono, ma tra loro c’è una fortissima differenza, sia in Italia che in Europa: alcune hanno svoltato e si sviluppano in modo sostenibile, altre no. Bisogna puntare sulle prime e aiutare le altre a sopravvivere e a cambiare. Ma non ci si può limitare a mettere a posto i conti dello Stato, bisogna tornare a una politica industriale, che è stata completamente abbandonata nella seconda repubblica».

Uno degli ultimi provvedimenti è il piano per l’industria 4.0, che però è stato ridotto.

«Sì, ma come si vede dal nostro rapporto era una strada molto interessante: le imprese che riescono a investire e a cambiare tecnologicamente sono quelle che possono competere sui mercati internazionali. In tutti i casi c’è bisogno del sostegno pubblico».

Giusto che lo Stato intervenga sul mercato?

«È una miopia sostenere che non debba farlo. Non si può ridurre tutto al dibattito sulla flat tax e nemmeno sempre sanzionare, come fa il decreto dignità. Bisogna legiferare per dare incentivi, non punizioni. E occorre intervenire in un’ottica sussidiaria: non dall’alto, ma innanzitutto dando alle Pmi gli strumenti necessari per crescere».

Esempi?

«Invece di tassare il lavoro, dovremmo dare vantaggi fiscali a chi crea occupazione stabile e a chi investe in formazione. Chi investe sulla qualità del capitale umano non favorisce solo la sua azienda, ma tutto il sistema».

Perché oggi è così importante investire in formazione?

«Senza “imparare a imparare” una conoscenza oggi diventa presto obsoleta. Per questo dobbiamo puntare sulla formazione continua. In America i giovani dirigenti quando escono dall’ufficio tornano a lezione, supportati dalle leggi e dalle aziende. È questo che rinnova la classe dirigente».

Che cosa si può migliorare nell’organizzazione del lavoro?

«Le esigenze e la dignità dei lavoratori devono essere centrali. Per alcuni gli orari sono troppo rigidi e non commisurati agli obiettivi. Anche la tecnologia permette maggiore flessibilità negli orari e migliore conciliazione tra tempi della vita e del lavoro. Sostenibilità è anche questo: trovare un modo più umano di lavorare».

Non solo tutela dell’ambiente, quindi.

«L’Agenda 2030 dell’Onu sullo sviluppo sostenibile contiene 17 obiettivi che riguardano diversi temi, non solo l’ambiente, ma anche il lavoro, la disuguaglianza, la povertà, l’accesso alle risorse naturali, la parità di genere e molti altri. Bisogna però comprendere che non può esserci sostenibilità senza sussidiarietà, cioè senza la centralità della persona e delle formazioni sociali».

Perché sostenere l’occupazione femminile?

«Il lavoro è per tutti uno strumento fondamentale di crescita ed emancipazione. Inoltre, è sbagliato sacrificare parti essenziali della vita personale per essere più produttivi. Ci sono studi che dimostrano che una donna che ha marito e figli, se dovutamente aiutata, rende di più di una donna che non ha questi legami. Bisogna potenziare gli aiuti alle famiglie e alle imprese perché sostengano i costi della maternità, anche perché il problema demografico in Italia è davvero drammatico.».

«Il futuro è nei coworking»

MILANO

L’Italia è un buon posto per aprire una startup o meglio scappare?

«Il 10% dei giovani emigra, ma a differenza che un tempo, crea una rete che comprende anche il Paese di origine. Questo comunque diventa un arricchimento personale. Io vedo una generazione che invece di piangersi addosso cerca delle soluzioni. Nei coworking si vede un nuovo modo di lavorare: ci si incontra, si discute, si crea insieme. Oggi le startup sembrano microrganismi nel mare, l’acqua entra e esce continuamente e con questo si cresce. Vediamo cosa succederà di questo mondo tra dieci anni, ma dobbiamo intanto sostenerlo».

Ci sono gli startupper e ci sono 2,2 milioni di neet, che non studiano e non lavorano.

«Secondo la Fondazione Ucimu ci sono anche 36 mila posti vacanti: persone che sarebbero assunte nei settori della robotica, dell’automazione, delle macchine utensili. Ma non si riescono a trovare. Poi ci sono 150 mila studenti che abbandonano la scuola ogni anno. Tutto questo quanto dipende da noi insegnanti? Bisogna far comprendere la bellezza del lavoro, anche se faticoso. Educare, non istruire».

Ma è giusto che i giovani accettino certi contratti da fame?

«Per iniziare si possono accettare dei compromessi piuttosto che rimanere disoccupati. Inoltre, oggi un lavoro è un “percorso”, non più un “posto”, vista la dinamicità dello sviluppo economico e del mondo del lavoro. Bisogna nello stesso tempo combattere una battaglia culturale e capire che la vita di una Pmi è legata a filo doppio a quella del suo capitale umano e per questo è miope se tratta stagisti e dottorandi come merci».

Lucia Caretti


A Bper Banca il Top Legal Award
«Miglior servizio legale innovativo»

BPER BANCA si è aggiudicata il ‘Top Legal Award’ per il proprio servizio legale, riconosciuto quale migliore struttura legale dell’anno per l’innovazione. I Top Legal Awards, che vedono ogni anno partecipare centinaia di candidati, tra strutture legali e professionisti, vengono assegnati da una giuria composta da numerose figure apicali provenienti dalle maggiori direzioni legali, fiscali e finanziarie in Italia. La competizione, che in una prima fase ha previsto una scrematura fino a 13 finalisti nella categoria ‘direzione legale dell’anno per l’innovazione’, ha quindi visto prevalere, sugli altri candidati rappresentati da aziende e multinazionali di diversi settori industriali e dei servizi, il team legale di Bper Banca. A quest’ultimo è infatti stato riconosciuto il merito di aver introdotto importanti innovazioni nei metodi di lavoro e nelle modalità di rapporto con clienti, colleghi e professionisti esterni, che hanno contribuito a incrementare l’efficienza e hanno consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati. Il responsabile del servizio legale di Bper Banca, l’avvocato Paolo Mazza (al centro nella foto), ha sottolineato come il riconoscimento sia rivolto «a tutta la squadra».

Greenberg Traurig sbarca a Milano
Il colosso americano delle law firm
punta sul business made in Italy

Luigi Manfredi
MILANO

UNA GALASSIA in continuo movimento in un teatro dove la parola magica è internazionalizzazione. Grandi studi legali di caratura mondiale investono sempre più in Italia; law firm italiane fanno del ‘made in Italy’ un business model che funziona nel mondo. Esempio dei primi è Greenberg Traurig che ha deciso di sbarcare in Italia con Santa Maria. Greenberg Traurig è una delle più importanti law firm americane, con oltre 2.000 professionisti e 39 uffici nel mondo; Santa Maria, storica boutique del settore legale, tra i più importanti studi indipendenti, è attiva a livello internazionale con competenze nei vari settori del diritto dell’Unione europea, nella contrattualistica e nel contenzioso internazionale, in M&A, in diritto societario e finanziario.

«LA PARTNERSHIP con Santa Maria – dichiara Richard Rosenbaum, executive chairman di Greenberg Traurig – rappresenta il coronamento di un’alleanza pluriennale che ha visto i due studi collaborare in rilevanti pratiche per numerosi clienti. Insieme, porteremo in Italia la cultura internazionale di una law firm globale, valorizzando le competenze nazionali. Milano rappresenta il quarantesimo ufficio nel mondo per Greenberg Traurig e il quinto in Europa dopo Amsterdam, Berlino, Londra e Varsavia (coinvolti complessivamente oltre 300 professionisti, ndr). La nostra partnership ci vedrà impegnati nei settori sempre più avanzati dell’attività legale e, in particolare, in M&A, private equity, tax, restructuring, capital markets, Antitrust, IP, Real Estate, banking & finance e contenziosi e arbitrati internazionali». I due studi collaborano già da oltre quindici anni, con un ‘italian desk’ presso la law firm americana, a New York, nella tutela di numerose aziende italiane con interessi negli Usa e, viceversa, realtà statunitensi con interessi in Italia e nell’Ue. La partnership Greenberg Traurig-Santa Maria permette alla law firm americana di ampliare il proprio raggio di azione in Italia e a Santa Maria di supportare i propri clienti nelle diverse giurisdizioni dove è presente l’organizzazione statunitense.

«PORTIAMO in Italia il network e la competenza full practice di una delle più grandi law firm americane – afferma Luigi Santa Maria, managing partner di Greenberg Traurig Santa Maria – e contestualmente il know how tecnologico sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella consulenza legale, fattore cruciale nell’attuale momento di trasformazione epocale della professione». Poi, come abbiamo detto, ci sono le law firm italiane come lo studio MepLaw che esportano il ‘made in Italy’. Fondato nel 1987 dall’avvocato Luigi Maggesi, adesso ha sedi a Roma, Londra e Smirne, e può contare su circa 30 ‘italian desk’ nel mondo, in cui opera almeno un avvocato che parla perfettamente la lingua italiana. Lo studio rappresenta un sostegno per i numerosi italiani residenti all’estero, il cui numero è sempre crescente. Solo nel Regno Unito, si contano circa 700mila connazionali e il numero potrebbe essere maggiore se si considerano tutti coloro che non si sono mai registrati all’anagrafe estera.

«QUELLO del made in Italy è un business model che funziona» – sottolinea l’avvocato Fabio Maggesi, figlio del fondatore –. Il nostro modus operandi ci ha permesso non solo di ottenere un posizionamento specifico, ma anche di diventare un punto di riferimento per i nostri connazionali che vivono nel Regno Unito, in Turchia o in Paesi vicini, che spesso si trovano a dover fare i conti con un sistema normativo diverso, reso ancor meno comprensibile dalle barriere linguistiche ». Con un dipartimento che si occupa in modo specifico di nuove tecnologie (contrattualistica telematica, trading, blockchain, moneta elettronica e betting online sono termini ormai di uso comune), MepLaw ha come obiettivo immediato l’apertura di due nuove sedi a Dubai e Miami e l’incremento degli ‘italian desk’.

L’intervento di GIGI PETTENI (*)
PATRONATI, SERVIZIO AL PAESE

QUOTA 100, pensione di cittadinanza e, in queste settimane, assegni familiari hanno fatto riscoprire i patronati, che negli ultimi anni sono stati spesso descritti come arnesi superati dal tempo. Arnesi ‘da rottamare’, tanto che quelli che ci hanno definiti così hanno messo in campo ingiusti tagli di risorse, che hanno umiliato questo servizio di prossimità alle persone, nato da mutualismo e sussidiarietà, fondamentali nella costruzione di inclusione e socialità nelle nostre comunità. Ma cosa fa oggi un patronato? È al fianco di chi perde il lavoro per la pratica di disoccupazione, di chi ha impieghi stagionali per il sostegno al reddito, di chi è vittima di infortuni e malattie professionali; fa i calcoli e la domanda per la pensione, per il recupero dei contributi e per il bonus bebè. È un elenco lunghissimo: oltre 80 prestazioni con decine e decine di declinazioni. Ma il cuore della nostra azione è la presa in carico della persona in momenti delicati della vita, momenti in cui alla persona non serve solo la pratica, ma ascolto e accompagnamento.

C’È CHI ha pensato che nuovi strumenti tecnologici potessero favorire il fai da te, ma i dati dimostrano il contrario, perché è insostituibile la relazione umana. Certo, il contesto cambia e con esso anche noi patronati dobbiamo cambiare, per rafforzare il nostro ruolo di soggetti attivi nella costruzione di un nuovo welfare, oggi sottoposto a profonde trasformazioni, basta pensare al grande tema della decrescita demografica del Paese. È cruciale comprendere anche dove la nostra azione si dispiega. Potremmo quasi dire ovunque: dove molti soggetti sociali si sono ritirati noi siamo rimasti, perché dove c’è bisogno noi vogliamo esserci, quasi ad assumerci – in alcuni casi – una supplenza di presidio istituzionale, nei centri sì, ma moltissimo nelle periferie.

CREDIAMO che, grazie a un rapporto più partecipativo con Inps e Inail e a una rinnovata fondamentale azione con il ministero del Lavoro, che stiamo intravedendo, migliorerà la nostra azione per il comune obiettivo di ampliare capacità e qualità della risposta alla persona. In questi anni, per garantire prossimità e competenza abbiamo dovuto affrontare tanti sacrifici, ma non sono mai mancate le moltissime persone che ogni giorno frequentano i nostri uffici. Fino a oggi, grazie a un lavoro silenzioso, fatto di competenza, passione e tanto volontariato, siamo riusciti a mantenere vivi questi standard, ma sarebbe utile – forse indispensabile – un rinnovato sostegno. Al termine di questa riflessione, sorge una domanda, una proposta: forse il racconto delle nostre quotidiane esperienze di contatto con la realtà concreta delle persone potrebbe essere utile anche a chi deve prendere decisioni importanti per il Paese.

* Presidente Inas Cisl

Di |2019-07-29T12:28:35+00:0029/07/2019|Lavoro|