Il progresso, una Stella polare attraverso la crisi

Le strategie di Tratos, produttore di cavi ad alta tecnologia

La società non ha mai diviso gli utili, reinvestendo i profitti in ricerca e sviluppo

di Monica Pieraccini
PIEVE SANTO STEFANO (Arezzo)

Innovare è la parola d’ordine di Tratos, multinazionale familiare che ha due dei suoi quattro stabilimenti produttivi in Toscana, a Pieve Santo Stefano. L’azienda – 150 milioni di euro di fatturato e 400 dipendenti – è nota per aver costruito il cavo super conduttore per l’agenzia europea ‘Fusion for Energy’, il più grande al mondo, che tenta di riprodurre quello che succede nel sole: ottenere energia pulita attraverso la fusione. Tratos è nata nel 1966, da un’idea di Egidio Capaccini, esule che, dopo la guerra, lascia l’Italia distrutta e si reca in Argentina, dove lavora prima come ingegnere poi come ad in un’azienda di cavi argentina, Imsa, che esiste ancora oggi e mantiene con Tratos un legame dal 1950. Tornato in Italia, l’ingegner Capaccini ha un sogno: aiutare i suoi connazionali a lavorare nel loro Paese, senza necessità di emigrare. Così nasce Tratos, acronimo di Trafilerie Toscane, che la ha sede principale a Londra, uffici in 30 Paesi e clienti in tutto il mondo, tra energia, trasporti, spedizioni, comunicazioni, petrolio e gas. Presidente e amministratore delegato è Maurizio Bragagni (nella foto). Sotto la sua guida, Tratos UK ha vinto finanziamenti governativi e investito molto in nuove strutture. Da piccola azienda a una multinazionale, leader nel settore dei cavi ad alta tecnologia. Come è stato possibile? «Dopo la scomparsa di Capaccini, nel 1975, la guida dell’impresa passa al genero, Albano Bragagni. È proprio grazie alla sua esperienza che Tratos diventa il colosso che è oggi. Inizia a investire in innovazione e sviluppo, senza venire mai meno alla missione per cui l’azienda è nata: creare lavoro in aree depresse».
Avete investito anche nei decenni di crisi?
«Tratos non ha mai diviso utili, ma sempre reinvestito il profitto in nuovi investimenti ed innovazione. In questo modo Albano Bragagni nel 1989 è riuscito ad aprire la società Fabbrica Cavi Catania, poi confluita nel gruppo Tratos, e l’ha affidata al direttore Germano, suo fratello minore. Nel 2008 viene fondata la Tratos UK Ltd, guidata dal sottoscritto. Oltre ai due stabilimenti in provincia di Arezzo, abbiamo altri due siti: a Catania e Knowsley, nel Regno Unito. Entrambe sono ed erano aree depresse».
Nel 2019 avete vinto il ‘Queen’s Award for Innovation’. È la prima volta che il massimo riconoscimento per l’innovazione tecnologica conferito dalla Regina d’Inghilterra va a un’azienda italiana. Siete orgogliosi della patente di innovatori nel settore cavi?
«È stato ufficializzato quello che siamo: una società innovativa. I punti di forza di Tratos sono la nostra flessibilità, la capacità di ascoltare il bisogno dei cliente, comprendere l’esigenza del mercato e saperla tradurre in soluzioni industriali semplici e funzionali per connettere il mondo. Perché questo è quello che facciamo. La quarta rivoluzione industriale, passa tramite i cavi, ottici o per l’energia che siano».
Fatturate 150 milioni di euro l’anno. Lavorate di più con l’Italia o con l’estero?
«Il 60 per cento del fatturato arriva dall’estero. Il mondo è il nostro mercato di riferimento, ma siamo molto presenti negli Stati Uniti, Messico, Cina, Giappone, Australia ed Europa».
Avete in programma investimenti per il prossimo biennio?
«Attualmente stiamo studiando nuovi cavi per il trasporto energetico, e per l’uso del grafene, materiale che rivoluzionerà il settore. L’innovazione, comunque, non si ferma mai. La nostra vision è ‘cables for a moving world’, che significa ‘innovare sempre per sostenere il movimento del mondo’. Attraverso gli scambi commerciali s’incontrano popoli e si costruisce la pace. Anche Tratos dà il suo contributo, puntando sempre e comunque sull’innovazione, con lo scopo di migliorare la vita delle persone, ovunque ».

Bicchieri commestibili
per dire no alla plastica

L’idea di una scuola imolese

IMOLA (Bologna)

Stop all’invasione della plastica, i bicchieri del futuro saranno commestibili e al gusto di succo di frutta. È questa l’idea che ha portato alla vittoria gli studenti dell’Istituto agrario-tecnico di Imola al concorso Bella Coopia, dedicato alle startup green dell’Emilia-Romagna. L’obiettivo di Bella Coopia, infatti, è formare gli studenti e lanciare giovani progetti imprenditoriali a favore dell’ambiente. Sul gradino più alto del podio sono arrivate le quinte A e B dell’Istituto Scarabelli con il progetto ‘Drink health’ che gli è valso un assegno da 1.000 euro per comprare materiale scolastico.
La startup, basata sulla creazione di contenitori a base di sciroppo di frutta, ha vinto per l’originalita’ e la capacita’, secondo gli esperti, di “intercettare un bisogno di mercato con ampio potenziale di domanda nel prossimo futuro ».«La cooperazione è uno strumento straordinario per l’imprenditorialità, l’aggregazione sociale e soprattutto, l’innovazione », ha sottolineato in apertura dell’evento Aldo Soldi, direttore generale di Coopfond. Durante la mattinata bolognese ciascuna squadra, assieme al proprio tutor, ha avuto dieci minuti per presentare il proprio lavoro al pubblico e alla giuria del concorso. Il bilancio finale non ha lasciato a bocca asciutta nessuno: tutti gli otto finalisti, infatti, hanno ottenuto almeno un premio