IL PRIVATE IN PRIMO PIANO

Famiglia, impresa e patrimonio
I tre pilastri di Ubs per pianificare
il ricambio generazionale

Achille Perego
MILANO

SONO OLTRE 10MILA le aziende italiane con un fatturato superiore a 20 milioni, delle quali il 65% a controllo familiare e con l’età media del leader in azienda di 60 anni. È questa la fotografia del cliente-imprenditore che rappresenta circa l’80% della clientela servita dal private banking in Italia. «Tipicamente – spiega Paolo Federici, Italy market head di Ubs global wealth management – le esigenze che un imprenditore vuole affrontare con il proprio banker di fiducia coprono i tre principali pilastri della ricchezza: la famiglia, l’impresa e il patrimonio, e variano nel tempo in considerazione della fase di vita nella quale si trova». La messa a fuoco dei delicati equilibri aziendali, personali, economici ed emotivi è quindi il punto di partenza per qualunque esercizio di pianificazione, sia di natura patrimoniale e finanziaria, sia successoria, assicurativa e previdenziale o legata all’attività professionale, che una banca intraprende al fianco del cliente.

L’IRRAZIONALITÀ, del resto, è il rischio più grande che un imprenditore può correre nel prendere le proprie decisioni. E il private banker può aiutarlo ad affrontare nel modo più lucido possibile i cambiamenti e, possibilmente, coinvolgere in questo anche il resto della famiglia. In generale, le aziende familiari in Italia devono fare i conti con il ricambio generazionale: meno del 30% delle 10mila imprese con ricavi oltre i 20 milioni ha vissuto un passaggio del testimone negli ultimi 15 anni. E senza un’appropriata consulenza, è possibile perdere anche il 50% del valore durante la fase di transizione. «Per un imprenditore – aggiunge Federici – è difficile cedere il comando, anche se si tratta dei propri figli. I maggiori successi si ottengono realizzando il passaggio in stretta collaborazione tra vecchia e nuova generazione, cogliendo l’occasione per portare in azienda capitale, competenze e network».

LE IMPRESE italiane sono quelle che in Europa da sempre fanno più ricorso alle banche per finanziare crescita e investimenti. La conseguenza è che oggi si ritrovano poco capitalizzate. Un rafforzamento duraturo delle aziende italiane necessita invece di continuità nei piani di investimento. Per questo la ricerca di capitale tramite la Borsa, fondi di private equity, family offices, è un passaggio importante e molto più sentito rispetto a qualche anno fa. Accanto alle esigenze più strettamente aziendali, ma in forte correlazione, spiega sempre Federici, agli imprenditori serve una solida strutturazione dell’assetto patrimoniale per gli obiettivi familiari e successori e, in generale, per tutte le necessità di pianificazione che si possono presentare nell’arco della vita.

QUINDI è importante proteggere il patrimonio familiare dai rischi imprenditoriali, per esempio attraverso soluzioni finanziario-assicurative effettuando un’analisi di partenza accurata e approfondita dell’intero patrimonio per ottimizzare le disponibilità dei diversi asset, per poi implementare soluzioni, di investimento e di finanziamento, che considerino anche le differenti fonti di reddito per costituire un capitale di lungo periodo che garantisca il futuro finanziario dell’impresa e della famiglia. Un ultimo aspetto che merita attenzione, nell’ambito dell’industria del private banking, conclude Federici, è il contributo allo sviluppo dell’impresa italiana e, a cascata, della ricchezza di imprenditori e investitori.

IN QUESTO «va considerato oggi anche il private capital, ovvero la possibilità per investitori individuali di partecipare al capitale di una società non quotata, sia in forma di equity, sia in forma di debito. Soluzioni che portano un doppio beneficio: se da una parte possono essere infatti linfa per l’impresa e per l’economia reale, dall’altra offrono un’opportunità di diversificazione attraverso l’investimento in titoli meno liquidi con la possibilità di accrescere i rendimenti dei portafogli della clientela private».

Solvency Aifi chiede la riduzione dei criteri

MILANO

RIDUZIONE dei criteri di Solvency e attenzione ai requisiti di assorbimento del capitale per le compagnie assicurative che investono. Sono le richieste emerse dal Consiglio direttivo Aifi, l’associazione degli operatori del private capital, che nei giorni scorsi ha discusso della centralità dei temi europei per lo sviluppo del mercato in Italia. Il 50% degli investitori nei fondi nostrani è internazionale – afferma una nota – e diventa quindi fondamentale guardare alla normativa comunitaria, come la revisione della Solvency II, e in particolare ai requisiti di assorbimento del capitale per le compagnie assicurative che investono nelle nostre asset class. Se si innalzano questi criteri, per le compagnie diventa più difficile poter allocare risorse al nostro settore e ciò, anche in un’ottica di diversificazione dei portafogli può essere penalizzante poichè verrebbe a mancare il beneficio dei rendimenti che si possono realizzare investendo negli strumenti di medio/lungo periodo come i fondi di private equity, venture capital e private debt.

«I NOSTRI fondi – ha detto il presidente Aifi, Innocenzo Cipolletta (nella foto) – sono strumenti per lo sviluppo delle aziende e necessitano di raccogliere capitali presso un articolato panorama di investitori istituzionali; requisiti di capital requirement stringenti per banche e assicurazioni rendono complicate le loro strategie allocative».

Di |2018-12-03T14:47:27+00:0003/12/2018|Dossier Economia & Finanza|